giovedì, Ottobre 1

2 giugno: alba e tramonto della Repubblica

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REFERENDUM: ISTITUTO COSTITUZIONALE IN CRISI, LE PROPOSTE DI MODIFICA. L'ULTIMO QUORUM NEL 1995 

 

Scrivo nella immediata vigilia di una festività da qualche anno ritornata in rosso, dopo un periodo di eclissi, la quale, in un ‘Paese normale’, dovrebbe significare qualcosa di più di un giorno di prima estate da combinare al meglio per procurarsi un weekend lungo.

Quest’anno c’è andata di lusso che cadesse di lunedì, così i pensieri si sono indirizzati, come è divenuto usuale da qualche decennio a questa parte, a dove trascorrere, sia pure nella sobrietà della spending review, tre giorni di relax.

Con occhio distratto vediamo in tv unabella guagliona’ che percorre una piazza istituzionale mentre risuona la gracchiante registrazione radiofonica d’epoca della proclamazione dei risultati del referendum che sancì la nascita della Repubblica.

Fra parentesi, fu questa l’occasione in cui le donne esercitarono per la prima volta il diritto di voto: il 2 giugno 1946. Lo ripeto a chiare lettere perché non posso dimenticare una Ministra delle Pari Opportunità sedicente laureata in giurisprudenza  -solo lei fu graziata dal Diritto Costituzionale?-  che diede mostra in un programma tv di ignorare questa ricorrenza fondamentale nel cammino delle donne italiane appunto verso la parità.

Ma ora non cadiamo nelle minuterie, ché, se dovessimo andare ad enumerare gli esempi di ignoranza di chi siede o sedette in Parlamento da qualche decennio a questa parte  -ovvero da quando cominciò la deriva, con la fine delle scuole di Partito, tanto per dirne una; oppure, con l’avvento di un Parlamento di nominati e non di eletti-  ci vorrebbe una Treccani ad hoc… e i cani non sarebbero solo tre.

Ritorniamo al tronco principale del ragionamento, ovvero alla sempre più flebile sensibilità dei cittadini verso uno spirito di popolo, che porta a sentire con sacralità la Festa Nazionale. In Francia e negli Usa, il 14 e il 4 luglio vi è una partecipazione altissima alle celebrazioni.

Persino in me stessa, invece, ho avvertito una certa irritazione per le ripercussioni sul traffico e sui collegamenti ATAC dipendenti a Roma dalla sfilata ai Fori Imperiali e presenti anche nei giorni immediatamente antecedenti, per la sua organizzazione.

E il sorvolo delle Frecce Tricolori in allenamento sul Centro della Capitale era un altro motivo di noia, come se questi poverini possano improvvisare a soggetto precisamente all’ora Ics del 2 giugno.

Questi piccoli particolari sono emblematici di un Paese che non ha fierezza in sé stesso: ci hanno fiaccato gli anni di piombo? Ci hanno sviato le armi di distrazione di massa dello spettacolume che, come una patina, volgarizzava ogni trasmissione tv, in una gara a chi la faceva più grossa (o più grosse, boccaccia mia statti zitta) facendo saltare le remore e apparentemente disinibendo, realmente schiavizzando al ceppo dell’ignoranza un popolo sradicato dai localismi?

Stiamo lì a concionare sul perché non possiamo non essere europei, quando neanche uno spirito di nazionalità ci accomuna, laddove si è speculato su tutti i peggiori sentimenti, dall’egoismo al razzismo (che sono gemelli siamesi): Fratelli d’Italia, sì, ma coltelli.

Questo due giugno risulta svuotato di ogni significato istituzionale: la sconoscenza generale ha rimosso nelle brume del vago ricordo il significato di una data che ci ha donato democrazia e libertà, via via che ci si allontanava dalla diretta esperienza di cosa significasse essere omologati sotto una dittatura.

Noi, le generazioni nate a qualche lustro dal dopoguerra, non siamo riuscite a metabolizzare il sollievo che provarono i nostri padri: colpiti da improvviso benessere, anche loro hanno preferito dimenticare; hanno pensato di lasciarci una eredità di speranze (e di propensione al consumismo), piuttosto che di memorie terrorizzanti.

Un errore, perché ciò ha esposto i giovanissimi alle sirene apologetiche di un uomo ‘forte’ e ‘potente’, incarnato di volta in volta nell’Innominato e nella sua immagine di furbetto scafato e privo di scrupoli, cantore della beffa alle Istituzioni; in Alberto da Giussano e nei suoi adoratori druidici; in un comico starnazzante che, alla luce della sua ultima alleanza ‘faragista’, è stato sincero allorché ha affermato di essere ‘oltre Hitler’ (salvo, poi, per biechi motivi elettoralistici, impadronirsi di un’icona della sinistra come Enrico Berlinguer quale specchietto delle allodole).

Immagino la parabola di questo Paese come una curva ascendente, costruita sulle macerie di una guerra, ma animata dalla voglia di ciascuno di dare il meglio di sé; c’è poi stato uno zenith, intorno a metà degli anni ’60, pur se, nell’ombra, tramavano suggestioni golpiste di destra…; poi, è iniziato il lento declino, intrecciato al terrorismo armato ed a un terrorismo più sottile, quello della decadenza della classe politica, velocizzata dal Porcellum, che ci ha consegnato un ceto parlamentare degradato, mentre, come un corpo invaso dalle metastasi, la corruzione si impadroniva dei nodi linfatici del Paese.

Cavoli! Direte voi: metti giù questa predica savonaroliana dall’osservazione delladistrazione degli italiani verso la Festa Nazionale? E non vi pare un sintomo esemplare del non senso di appartenza ad una Repubblica, che i Padri Costituenti vollero fondata sul lavoro, il fatto che, oggi, tale Nazione marcisce e affonda nel lavoro che non c’è? Non esiste soluzione, non c’è segnale che si possa sperare in un’inversione di tendenza.

E’ inutile che un Presidente del Consiglio descamisado vada a strombazzare road maps per restituire lo sviluppo a quest’Italia che perde pezzi (i gioielli di famiglia delle imprese pubbliche e private in utile, slurpati dagli investitori stranieri… adieu Alitalia…) con il piglio che mescola Merlino e il Mago Otelma
Ci sta talmente sommergendo di scadenze miracolistiche che ci ipnotizza tutti e neanche ci accorgeremo che sta pascolando un allevamento di bufale.

Il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nella sua Relazione annuale, qualche giorno fa, certamente non ha fatto baluginare tutti questi arcobaleni, anzi, ha richiamato ad un sano realismo rispetto a segnali di ripresa misurati coi decimali e, dunque, nebulosi e scarsamente incisivi.

E manca, ormai in noi, privati di ogni afflato di riscatto che pervase i nostri nonni negli anni della rinascita, con la voglia di dare alla democrazia una veste di boom economico, qualsivoglia abilità a rimboccarci le maniche, restando fermi in attesa del demiurgo di turno.

La Festa della Repubblica fu la loro, quella di coloro che la fondarono, e non la nostra, che la stiamo smontando pezzo pezzo, con il sadico godimento di un bambino viziato che distrugge il pupazzo per vedere cosa ci sia dentro, trovandoci paglia e segatura…

Finisco con una cosa capitatami ieri pomeriggio e che, in qualche modo, si collega a tutto quest’ambaradan di ragionamento. Ogni tanto vi ‘piazzo’ quella frase di Carlo Cattaneo, che fu la traccia del mio tema alla Maturità: ‘L’istruzione è la migliore difesa della libertà’; ragionando ‘a contrario’, l’ignoranza è il miglior viatico per la sudditanza.

Ebbene, l’ultima pagina della cronaca di Salerno del quotidiano ‘Il Mattino’ era  interamente occupata da una pubblicità di uno spettacolo al Belvedere di San Leucio, a Caserta, della Grande Orchestra Reale, diretta dal Maestro Mario Ciervo, con Patrocini istituzionali (senza esborsi, ossia morale il Comune di Caserta ma, accanto, l’Assessorato al Turismo, Spettacoli e Grandi Eventi dello stesso Comune abolisce la precisazione ‘morale’, facendoci sospettare che un po’ di soldi li ha sganciati) e sponsor ufficiale il Ristorante-Pizzeria ‘La Loggetta’.
In scena, ‘Il Barbiere di Siviglia’ di Gioacchino Rossini e fin qui, tutto bene, visto che quella confusione istituzionale è percepibile solo da chi abbia una infarinatura in materia.
Ciò che lascia basiti e non si sa se ridere o se piangere è la lista dei nomi dei personaggi: Cio cio san; F. B. Pinkerton; Suzuki; Goro; Sharpless.
L’ho letto e riletto per capacitarmene: era come se il Barbiere da Siviglia avesse preso un jet per piombare in Giappone, sulla scena di un’altra famosissima opera, stavolta di Giacomo Puccini, e strappalacrime per quanto la sua sia buffa: la ‘Madama Butterfly’.
Naturalmente, assolvo i Colleghi de ‘Il Mattino’, perché l’incidente, a mio avviso, dipende dal combinato disposto di un pubblicitario dell’organizzazione fra l’ignorante e il frettoloso/distratto e la pubblicazione acritica dell’inserzione (che, viste le dimensioni, sarà anche costata una tombola).
Ma ciò assevera tutta la mia geremiade su quest’Italia ormai irredimibile Repubblica dell’Ignoranza … che era la quarta ‘I’ che mancava alle tre mitiche sbandierate dal Mr B. prima maniera, quello che non era afflitto da Raffaele Fitto.   Ma che c’importa di tutto ciò? Stanno per iniziare i Mondiali di Calcio, il nostro oppio da lotofagi, e un noto quotidiano ci ha messo su un tomo, da vendere in allegato al giornale, dalle dimensioni da fare invidia al Vecchio ed al Nuovo Testamento messi insieme!

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