martedì, Settembre 29

2 Giugno: 25568 giorni di repubblicarchia

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Settanta, e li dimostra tutti. Il 2 Giugno 1946 (con prosecuzione sul 3) il Referendum istituzionale indetto per determinare la forma di Stato da dare all’Italia dopo la Seconda Guerra mondiale vedeva la nascita di un inedito ircocervo. Furono 12.717.923 (il 54,3%) i cittadini favorevoli alla Repubblica, 10.719.284 (il 45,7%) quelli che si schierarono per la Monarchia.
Tra le polemiche coeve e successive sull’esito della consultazione, la sintesi è stata in questi anni realizzata creando la prima Repubblica che fosse contemporaneamente (o a volte alternativamente) anche Monarchia e persino Anarchia. Una inedita ‘repubblicarchia’. Tutto riassunto nella ‘meravigliosa’ intervista di Eugenio Scalfari alla ‘sua’ Repubblica (nel senso del quotidiano ‘La Repubblica‘) di domenica 29 maggio 2016 che fa da fil rouge per dipanare questo solo apparentemente ossimorico intreccio. Il Fondatore spiega, infatti, in ‘Referendum del 1946, Scalfari: “Perché votai per il re”’ come il suo voto alla Monarchia fosse quanto di più coerentemente repubblicano potesse darsi. E perciò le sue parole ci appaiono meravigliose proprio nel senso di destare meraviglia. E ammirazione. «Il voto monarchico non era stato frutto di passione. Ero in realtà un repubblicano, e lo sarei ridiventato subito dopo» ribadendo, anche a nome dell’ormai defunto Presidente Luigi Einaudi, che «eravamo repubblicani. E infatti subito dopo il voto mi sentii lealmente schierato con la Repubblica». Se queste erano le premesse, le promesse sono state ben mantenute. Coerentemente infatti seguirono sotto i nostri cieli «rubare per l’onestà», «accoppiarsi per la castità», «abboffarsi per il digiuno» e via dicendo.

Così non stupisce la sarabanda che ha attraversato questi venticinquemilacinquecentosessantotto (in cifra 25.568) giorni tra il 2 Giugno del 1946 e quello del 2016, tra ‘mono archie’ desiderate e mai pienamente realizzate e la Monarchia conclamata di Re Giorgio (Napolitano), con la prospettiva di quella delineata ed agognata dall’’erede designato’ Matteo Renzi.
Passando dalla Monarchia alla Repubblica si è pure passati dalle regali pompe di Umberto di Savoia, che il 13 giugno 1946 lasciò l’Italia diretto in Portogallo, dove lo attendeva il lungo esilio ed il conforto di provvidi giardinieri, a quelle più attuali e carnali di Valentina Nappi, da Falcone Lucifero ai tanti luciferini fringuelli politici che sono riusciti a volare una sola estate, dai ‘molli’ ma tenacissimi democristiani ai ‘duri’ comunisti, dai postmussoliniani Bettino Craxi e Silvio Berlusconi all’emergente Matteo Salvini a chissà chi altro a venire.
Ma, insomma, complessivamente ormai non ne possiamo più, Signora mia. Ché se viva, vivissima, è la classe politica (sempre e comunque, sarà anche uno sporco lavoro ma qualcuno lo deve pur fare), non è morta ma certamente non sta molto bene la passione politica.

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