giovedì, Ottobre 1

2 giugno 1946: luci e ombre di una Nazione debole

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Tra le innumerevoli cose di cui noi italiani possiamo ampiamente vantarci in giro per il mondo, un’identità nazionale forte, indubbiamente, non fa parte di questo bagaglio. Lasciando perdere la connotazione negativa che l’esaltazione dell’identità nazionale porta con sé, ‘Nazione‘, per gli italiani, è una parola oscura, ‘sconosciuta’. Un collante che, certamente, non fa presa. Eppure la storia del nostro Paese è lunga, tortuosa, piena. Insomma, ha tutte le carte in regola per ‘piacere’ e ‘piacersi’, per vantarsi sul palcoscenico internazionale, per diventare il collante di un popolo orgoglioso e forte. Ma ‘non c’è storia per la nostra storia: l’identità nazionale italiana è debole e segue un percorso tutto suo, dove nord e sud fanno a pugni e l’identità è locale, più che nazionale. Così, lItalia dei municipi‘, di Gioberti, è più attuale che mai: un’Italia la cui identità resta aggrappata a tradizioni e ricordi locali, miopi e prigionieri di una storia nazionale con poca coscienza di sé, e dunque, senza profondità, in cui essere italiano non è già sentirsi italiano. La nostra è una storia di luci e ombre, dove ‘nostra’ a volte è una parola fuori luogo e ‘storia’ è spesso più un’idea suggestiva, che una realtà. Ad ogni modo, la storia è questa: l’Italia, in quanto ‘Stato unito’, nasce il 17 marzo del 1861; l’Italia, in quanto ‘Repubblica’, nasce il 2 giugno del 1946; l’Italia, in quanto Nazione‘, è un po’ in ritardo.

«Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani», diceva Massimo d’Azeglio, all’alba di un’unità già nata debole. Oggi, occorre ancora fare gli italiani. E, dal 1946, in un certo senso, più di prima. Sì, perché l’Italia, non solo come Monarchia, ma anche come Repubblica, nasce già debole, spaccata a metà tra un sud filomonarchico e un nord filorepubblicano. Con la nascita della Repubblica, l’identità nazionale italiana completa la sua disfatta e diventa un territorio spinoso e ambiguo, più di quanto non lo fosse già. Infatti, “dopo la seconda guerra mondiale, con la nascita della Repubblica, è cambiata la vecchia concezione dell’identità nazionale, fortemente caratterizzata da un’impronta nazionalistica, che ha origini precedenti al fascismo. Nel periodo repubblicano viene alla ribalta una nuova realtà politica (dominata dalla forza socialcomunista e da quella cattolica con Democrazia Cristiana), che ha poco a che fare con l’identità nazionale italiana e con il tentativo di rafforzarla”, ci spiega Eugenio Di Rienzo, storico e docente di Storia moderna, presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università La Sapienza di Roma, direttore della Nuova Rivista Storica e autore di molti testi, tra cui ‘Storia d’Italia e identità nazionale. Dalla Grande Guerra alla Repubblica’.

Nel 2016, per chiunque volesse fare il punto della situazione, quel 2 giugno 1946 segna la nascita della nostra Repubblica ma, in un certo senso, anche l’inizio di una disfatta della nostra identità, destinata ad intraprendere il cammino di un sentiero debole, smemorato. Lasciandosi alle spalle un nazionalismo e un patriottismo ciechi, pilastri prepotenti del fascismo, la Repubblica italiana inaugura un disinteresse per l’identità nazionale, che sa anche di paura, se vogliamo. E si può ben capire perché. Oggi, forse la paura è scemata, ma l’organismo presenta ugualmente debolezze; le stesse debolezze con cui è nato. La debolezza di non riconoscersi, ma anche la debolezza, tutta contemporanea, di non “ricordare i momenti in cui siamo stati uniti”, ci fa notare Eugenio Di Rienzo. E, forse, il problema è tutto qui: il ricordo gioca un ruolo fondamentale in questa difficile partita e, dunque, anche la sua mancanza può essere decisiva: “Ricordare gli eventi importanti è una cosa normale che fanno tutti i paesi del mondo, per ricordare la solidarietà. Il cemento della nazione italiana è stato gettato durante la Prima Guerra Mondiale, il primo grande evento in cui siamo stati uniti, quindi bisognerebbe ricordarla, cercando di essere oggettivi, senza farsi prendere da pregiudizi anti-patriottici. Perché ‘Nazione’ e ‘Patria’ non sono parolacce”.
A ognuno i suoi errori: alla Repubblica,  l’errore di non ricordare. E alla Monarchia? Di Rienzo ci spiega: “l’ultima fase della Monarchia ha contribuito a indebolire l’identità nazionale. Parliamo di un momento critico, quello della fuga da Roma del Re d’Italia Vittorio Emanuele III e del maresciallo Badoglio, a Pescara, in seguito a cui esercito e amministrazione sono stati lasciati senza guida. Il danno inflitto dalla dinastia italiana all’identità nazionale è enorme e non si cancella”.

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