mercoledì, Ottobre 28

19° Congresso del PCC: la Storia passa da Pechino Cosa aspettarsi, oltre alla conferma di Xi Jinping? Le questioni ancora aperte

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Il prossimo 18 ottobre, a Pechino, si terrà il diciannovesimo Congresso dello Zhōngguó Gòngchǎndǎng (il Partito Comunista Cinese: PCC). Si tratta di un momento storico per il futuro del Paese e, considerando l’enorme peso che questo ha raggiunto al livello internazionale, per il mondo intero: le decisioni che verranno prese dal Comitato Centrale del PCC avranno conseguenze significative sugli scenari politici del prossimo futuro.

Il PCC è famoso per la sua ‘riservatezza’: ciò che accade nelle stanze del partito è custodito gelosamente dai funzionarie, per questo, è estremamente difficile indovinare quali saranno le prossime decisioni della dirigenza fino a che questa non renda pubblico il risultato del proprio dibattito nell’ambito di un Congresso. Nonostante ciò, già da tempo, molte voci parlano di un Congresso che segnerà una svolta nel partito. Questo per diverse ragioni: innanzitutto, se è vero che in Cina vige un sistema a partito unico e che la struttura del PCC viene a sovrapporsi a quella della Repubblica Popolare, è anche vero che il partito non è (e non è mai stato) un organo monolitico.

Fin dai tempi di Máo Zédōng, infatti, all’interno del partito si sono fronteggiate diverse correnti: la Rivoluzione Culturale degli anni ’60-’70, con le sue epurazioni, ne è stata la prova più evidente. Infatti, dopo la scomparsa di Máo (il condottiero che aveva portato alla vittoria contro giapponesi e nazionalisti e che, per questo, era intoccabile), la direzione del partito e del Paese andò in mano a correnti dall’approccio diverso (il principale rappresentante del nuovo corso fu Dèng Xiǎopíng che, con il suo ‘Socialismo con caratteristiche cinesi’, creò le basi economiche per rendere la Cina la potenza che è oggi). Il Partito Comunista Cinese, ancora legato alla sua storia di partito di lotta, mantiene una struttura di tipo militare e si mostra all’esterno con un’unica voce; questa voce, però, è il frutto del dibattito tra le correnti interne.

Che cos’è, dunque, che rende il 19° Congresso così importante?

In primo luogo, una congiuntura anagrafica: degli attuali sette membri del Comitato Centrale, cinque saranno costretti a ritirarsi per raggiunti limiti di età (sessantotto anni) e dovranno essere sostituiti. La corrente di provenienza di coloro che sostituiranno i membri ‘pensionati’ dirà molto sugli equilibri di potere interni al partito.

Al momento, l’unica certezza sembra essere la conferma di Xí Jìnpíng al comando: a sessantaquattro anni, ricopre tutte le principali carica del Paese, tra cui quella di Presidente della Repubblica Popolare Cinese e Segretario del partito Comunista Cinese. La sua conferma alla guida del partito e del Paese sembra scontata sia per la prassi, finora mai abbandonata, di riconfermare per due quinquenni la figura dominante (dopo il ritiro di Dèng, fu così per entrambi i predecessori di Xí, Jiāng Zémín e Hú Jǐntāo), sia perché, negli ultimi mesi, la sua posizione è sembrata rafforzarsi: il tutta la Cina si pubblicano libri che riportano i suoi pensieri e c’è addirittura che pensa che si stia pensando di inserire la sua ‘dottrina’ specifica nello Statuto di Partito, come fu per Máo e Dèng. Se così fosse, significherebbe che il controllo di Xí sul partito e sulle sue correnti è saldo come non mai.

Lǐ Kèqiáng, Primo Ministro cinese e fedelissimo di Xí, ha sessantadue anni ed è l’altro membro del Comitato Centrale che, con grandissima probabilità, sarà confermato al suo posto. Nel 2015, quando la crisi colpì anche le borse cinesi, la sua posizione era parsa in bilico ma, con il miglioramento dell’economia, anche le sue prospettive di conservare il proprio seggio nel Comitato sono tornate a crescere.

Gli altri cinque membri del Comitato Centrale, invece, saranno probabilmente sostituiti: Zhāng Déjiāng, Presidente dell’Assemblea Nazionale del Popolo (settant’anni), Yú Zhèngshēng, Presidente della Conferenza Consultiva Politica del Popolo Cinese (settantadue anni), Liú Yúnshān, Presidente della Scuola di Partito (settant’anni), Wáng Qíshān, Capo della Commissione Disciplinare del PCC (sessantanove anni) e Zhāng Gāolí, Vice-Primo Ministro Esecutivo (settantuno anni). Nonostante il limite dei sessantotto anni non sia rigido, da tempo si parla di cambi al vertice del partito e, con tutta probabilità, il Comitato Centrale uscirà estremamente cambiato dal Congresso; inoltre, considerato il seguito che Xí sembra avere, è altrettanto probabile che il nuovo Comitato Centrale sarà un’espressione della sua linea.

Se dovesse riuscire davvero rinforzato, Xí potrebbe proseguire sulla strada delle riforme che, iniziate dai suoi predecessori, procedono a rilento. La straordinaria crescita economica cinese degli ultimi decenni, ad oggi, sembra rallentare il passo soprattutto a causa di due fenomeni: da un lato la corruzione nelle grandi aziende pubbliche, da l’altro il modificarsi del mercato internazionale. Le riforme che in molti si aspettano dovrebbero tener conto di questi due aspetti.

Sul fronte della corruzione, in effetti, sono stati fatti molti passi avanti. Negli ultimi mesi, il partito ha messo in atto una forte caccia ai corrotti che ha visto molte ‘vittime illustri’, primo fra tutti Sūn Zhèngcái, l’Ex-Segretario del PCC e il più giovane membro dell’Ufficio Politico del partito (cinquantatré anni). Sūn era un personaggio di spicco della Repubblica Popolare e in molti lo vedevano come probabile successore di nel 2022: accusato di corruzione, è stato espulso dal partito. C’è chi vede nella grande campagna contro la corruzione una mossa di , per eliminare i propri rivali proprio in vista del Congresso. In ogni caso, la lotta alla corruzione è sempre stata al centro dell’azione del Presidente cinese.

Dal punto di vista economico, è necessario capire come la situazione sia cambiata sia al livello internazionale che, soprattutto, al livello nazionale: la Cina, che dagli anni ’90 era stata la ‘fabbrica del mondo’, sta modificando il proprio assetto economico interno. Ad un’economia incentrata tutta sull’esportazione, si sta sostituendo un’economia che si basa sempre di più anche sul mercato interno (soprattutto automobili e tecnologie elettroniche): la crescita di questo mercato interno, però, richiede fisiologicamente delle riforme di un sistema che, fino a questo momento, era quasi interamente proiettato all’esterno. La crescita dei consumi interni, che già è possibile notare nelle grandi città cinesi, rappresenta un notevole risultato della strategia dei vertici del PCC, soprattutto se si tiene conto di quanto rapidamente sia avvenuta. Molto resta ancora da fare sul versante delle aree rurali (ancora in larga misura povere e lontane dallo sviluppo delle città), della sicurezza sul lavoro, dei diritti civili (di cui parte della popolazione comincia a sentire il bisogno, nonostante la fiducia nel Governo resti molto alta), del debito pubblico e della riforma delle aziende pubbliche (il cui funzionamento è una delle maggiori cause di corruzione nel Paese). Questi, assieme ad una generale riforma fiscale, saranno gli obiettivi che dovrà affrontare se, come probabile, sarà riconfermato alla guida della Repubblica Popolare. La sostituzione degli anziani membri del Comitato Centrale, che potrebbero essere sostituiti da uomini vicini al Presidente, potrebbe essere l’occasione utile per proseguire sul cammino di queste riforme.

Inoltre, la politica cinese dovrà confrontarsi con quelle che, attualmente sono le altre due principali economie mondiali: gli Stati Uniti d’America e l’Unione Europea.

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