martedì, Ottobre 20

Cina, la nuova frontiera della Jihad?

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Sarà la Cina la nuova frontiera della lotta allo Stato Islamico? Con la graduale sconfitta, e l’arretramento dalle posizioni e dai territori in mano al Califfato in Siria, Iraq e in generale nel vicino oriente, l”impero di mezzocinese potrebbe essere, con le sue minoranze musulmane in lotta con uno Stato laico e semi-totalitario, terreno fertile per una rinnovatajihadislamica.

Sembra essere questo il monito di un articolo pubblicato dal Begin-Sadat Centre for Strategic Studies (BESA), dal titolo ‘Why Did Islamic State Choose to Threaten China at This Time?‘ (Perchè lo Stato Islamico ha scelto ora di minacciare la Cina?). «Voi cinesi …», riporta Roie Yellinek, l’autore dell’articolo, citando un video di un’ora e mezza in cui i reparti iracheni dell’IS minacciano Pechino in cinese mandarino, «… siamo i soldati del Califfato, e verremo da voi a chiarirvi le idee con le nostre armi, a spargere sangue a fiumi, e a vendicare gli oppressi».

Insieme a preghiere, discorsi, video delle esecuzioni da parte di bambini e adulti ugualmente armati, nel video compaiono chiare immagini della regione del Xinjiang, sul confine occidentale cinese, abitata prevalentemente da una popolazione di fede islamica, chiamata a «risvegliarsi» e insorgere. Anche la musica riprodotta in questo e altri video di propaganda mirata ai «fratelli musulmani» cinesi, è piuttosto eloquente: i testi, in cinese, recitano «sono un guerriero della Jihad […] mille anni di schiavitù, lasciamoci alle spalle questo vergognoso ricordo […] fratelli musulmani, questo è il momento di svegliarsi».

Interessante, scrive Yellinek, il cambiamento degliobiettividel materiale prodotto dallo Stato Islamico. Video e propaganda simili non sono novità ma, mentre prima servivano unicamente a reclutare combattenti per affrontare il combattimento in Medioriente, ora il dito del Califfo è puntato direttamente verso Pechino e l’obiettivo è la guerra interna contro le autorità cinesi. Il video ha allertato ulteriormente il Governo cinese, già da anni peraltro impegnato a monitorare le attività terroristiche degli Uyghur, un popolo di etnia turca presente in tutta l’Asia centrale e guardato, per via della solida fede islamica e delle richieste di indipendenza politica, con sospetto da Pechino. La Cina ha comunicato tramite il suo Ministro degli Esteri che «[il Paese]è pronto a cooperare con la comunità internazionale per combattere i terroristi Uyghur, che negli anni recenti hanno commesso diversi attacchi in Cina e ucciso centinaia di persone».

Il pericolo è anche quello del ritorno dei combattenti dai fronti siriano e iracheno in patria: problema che probabilmente dovranno affrontare tutte le nazioni dell’Asia Centrale, da anni terreno fertile per il proselitismo e il reclutamento dell’ISIS e di altri gruppi di integralisti religiosi. Il ‘cambio di politica’ dell’IS fa anche capire quanto il Califfato sia guidato da logiche di pura e semplice aggressione, e non si tratti solo di un fenomeno di reazione alle guerre e agli interventi della coalizione targata Nato-USA. La Cina non fa parte dell’alleanza a guida americana e non ha truppe presenti sul suolo mediorientale.

Da parte sua la Cina tenta di mostrare i muscoli con parate militari nella regione del Xinjiang, e proibendo ai cittadini manifestazioni pubbliche a sfondo religioso. Chiaro segnale che il Governo di Pechino è presente anche nelle periferie del suo ‘impero’. L’articolo, però, specifica che diversi studi hanno mostrato quanto questo atteggiamento possa provocare una reazione inversa a quella voluta dal Governo, trasformando anche i fedeli moderati in potenziali ribelli. Sono queste persone, prodotto di una reazione all’intolleranza del Governo ateo di Pechino, a rappresentare per il Califfato i candidati migliori in vista di una nuova Jihad in terra cinese.

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