martedì, Settembre 29

Kermesse al Lingotto: prove di impotenza

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Da dove cominciare? Ovvio, dal renziano Lingotto. Matteo Renzi, con quello che resta del suo ormai appassito giglio toscano, si gioca la partita della vita. Risparmiamoci la facile ironia di babbo Tiziano che va in pellegrinaggio mordi-e-fuggi a Medjugorje. Fatto salvo il diritto di chiunque di credere come sa e come vuole, anche di recente la Congregazione per la Dottrina della Fede ha espresso cautela e perplessità per le asserite ‘apparizioni’: nulla di soprannaturale, secondo il Sant’Uffizio. Se miracoli devono venire, arriveranno da altri ‘luoghi’.
Meglio restare a fatti più ‘terreni’. Renzi vuole a tutti i costi stravincere alle primarie, e si capisce: al punto in cui è arrivato, non ha alternative: fuori dal Governo, niente elezioni anticipate, partito che gli si sfarina… per questo si cosparge il capo di cenere, recita contriti mea culpa, indossa i panni del figliol prodigo che pentito ritorna all’ovile PD, fino a ieri con sicumera disprezzato. Non troverà, però, un padre misericordioso che ordina la grande festa e il banchetto con il vitello grasso; né mancheranno altri ‘figli’ che non dimenticheranno di non aver mai avuto neppure un capretto per fare festa con gli amici.
No: Renzi è più simile a quell’Enrico IV che papa Gregorio VII costringe a una umiliante attesa davanti al castello della marchesa Matilde di Canossa.
Se la dovrà sudare, quella primogenitura, e si dovrà impegnare in mille slalom, tra Consip, banche toscane e inchieste che riguardano molti dei suoicari‘. A prescindere dall’esito finale, tutta roba che produce quell’effetto che prodotto dal fango che finisce nel ventilatore. La ‘marcia trionfaleverso la conferma a Segretario è ostacolata da due ingombranti presenze, quelle del Ministro Andrea Orlando, un’acqua chèta da non prendere assolutamente sottogamba; e Michele Emiliano, un capo-popolo che incarna mille contraddizioni (è magistrato in carica; è stato Sindaco di Bari e ora è Presidente della Regione Puglia, luoghi dove ha ‘esercitato’), e si muove con la delicatezza di un elefante nel negozio di cristallerie. Per questo può calamitare inaspettati consensi.
Il gruppo dei semi-fuoriusciti che fa capo a Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani comunque appare intenzionato a giocare una partita anchedentroil PD; e convoglierà i suoi voti su Orlando. Chiaro l’intento: imbracare Renzi con una opposizione ben organizzata dentro il PD; con una consistente minoranza di sinistra che lo tallona all’esterno; e unapancia ben organizzata, costituita dall’ala cattolica: quel partito inter-partito guidato da Dario Franceschini, che può vantare un’ottima sintonia con il Quirinale, ma anche con tutta quell’area che va da Romano Prodi a Giuseppe Fioroni fino a Graziano Del Rio. Sono la vera golden share del PD: da tempo impegnati in una paziente opera di tessitura di quegli invisibili laccioli che finiscono con il paralizzare anche il più erculeo Gulliver.

Nel tentativo di disinnescare le mine piazzate sul suo cammino, Renzi dà vita alla kermesse del Lingotto. Dimostrazione di visiva potenza che a ben vedere si rivela, al contrario, debolezza. Non è una Leopolda, ma ne ha la stessa consistenza. Un continuo, esasperante insistere su quello che si sarebbe realizzato nei giorni della permanenza a palazzo Chigi (merito di Renzi) e quello che si sarebbe voluto fare e non si è fatto (per colpa di chi Renzi non lo capisce e lo contrasta). Insomma; c’è la puntigliosa, meticolosa, caparbia rivendicazione di quanto fatto, e che il Paese ingrato non ha saputo apprezzare (come le riforme costituzionali); basta rivalutare la parola ‘compagno’ ricordandoci l’originario significato (dividere il pane), per cancellare una lunga stagione di sconfitte e promesse non mantenute? La novità è che il duo Lorenzo Guerini-Deborah Serracchiani viene di fatto sostituito dal ticket Renzi-Maurizio Martina? Non è granché…

In queste ore, nei vari palazzi del Potere ci si interroga dove sia e chi possa essere il possibile Emmanuel Macron, come lui in grado di frenare le spinte demagogico-populiste di una Marine Le Pen, e al tempo stesso tenere unito un frastagliato centro e convincere a convergere una riottosa sinistra.
Chi è, se c’è, il Macron italiano? Tutti fanno un nome: Paolo Gentiloni, l’attuale Presidente del Consiglio. Ha già intascato il via libera per governare fino a scadenza naturale della legislatura; e per questo risultato che lavora Sergio Mattarella e tutti i poteri ‘reali’ del Paese e sovranazionali; il Presidente emerito Giorgio Napolitano, fino all’altro giorno grande sostenitore di Renzi ha molto raffreddato i suoi entusiasmi. Non si mette più in discussione che sia necessario trovare un’alternativa a Renzi; ora si discute di quando questa alternativa potrà prendere corpo.
Qui la chiave per comprendere la metamorfosi renziana, la novità del suo parlare con la prima persona plurale, mentre fino a ieri era tutto un ‘io’; il cambio di passo con recuperi che vanno da Antonio Gramsci a Claudio Baglioni
Già si sonda con cautela il terreno per il dopo elezioni; e il ‘solito’ Franceschini comincia a gettare esche: è necessario, sostiene, che ci sia una larga intesa in grado di fare da diga contro i nazional-populismi alla Matteo Salvini e alla Beppe Grillo. La sponda di questa grande coalizione non può che essere la centrista Forza Italia. Silvio Berlusconi, consapevole degli anni e delle difficoltà, cerca volti nuovi, unificanti. Forse uno, lo ha trovato: un imprenditore, che si è fatto le ossa con lui; proprietario come lui è stato, di una squadra di calcio; proprietario, come lui, di televisioni; e con ben salda, una zampa nella carta stampata. Quell’uomo, che negherà alla morte, si chiama Urbano Cairo. Da tenere d’occhio.

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