sabato, Luglio 20

11 Settembre riscritto in 28 pagine

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Ogni cittadino americano ed europeo conosce a grandi i linee i fatti relativi agli attacchi terroristici dell’11 Settembre, ma vi è un capitolo di quell’evento che resta da chiarire: le fonti estere che supportarono i dirottatori durante il loro soggiorno negli Stati Uniti, nei due anni precedenti l’attentato. In realtà la questione è affrontata in una sezione del Rapporto finale prodotto nel 2002 da una Commissione di Inchiesta interparlamentare del Congresso degli Stati Uniti; tuttavia, le 28 pagine della sezione sono state interamente censurate su decisione dell’allora Presidente degli Stati Uniti George W. Bush per motivi di sicurezza nazionale; una scelta rinnovata anche dall’attuale Presidente Usa Barack Obama. Un movimento trasversale chiede la declassificazione di quelle 28 pagine: da varie associazioni dei parenti delle vittime dell’11 Settembre, a molti attivisti e giornalisti, fino a un gruppo di rappresentanti del Congresso americano. E solo a loro, ai rappresentanti del Congresso Usa, è concessa la lettura delle 28 pagine, previa autorizzazione, controllati a vista, senza la possibilità di prendere appunti, né tanto meno di ricevere copia del documento. Il senatore repubblicano Thomas Massie ha letto le 28 pagine, e in una conferenza del 13 marzo 2014 ha raccontato: «Dovevo fermarmi ogni due pagine, assimilarle, e riordinare la mia comprensione della storia del nostro passato recente. Queste 28 pagine ti spingono a ripensare tutto quanto».

Massie, insieme ai rappresentanti Walter Jones e Stephen Lynch, si è fatto promotore della HR14, una Risoluzione della Camera del Congresso Usa, affinché si voti per la declassificazione delle 28 pagine. Anche il senatore Rand Paul, candidato alle primarie repubblicane in vista delle elezioni presidenziali del 2016, sponsorizza l’iniziativa; in una conferenza stampa del 2 giugno 2015, Paul ha dichiarato: «Nel corso degli anni sono stati rivelati particolari che sollevano una questione: se l’Arabia Saudita abbia o meno supportato i terroristi di Al Qaeda che hanno compiuto l’attentato dell’11 Settembre. Non possiamo tenere quelle pagine classificate, e lasciare nel dubbio le famiglie delle vittime dell’11 Settembre, sul fatto se esistano o meno ulteriori informazioni sui punti oscuri dell’attentato. Lo dobbiamo alle famiglie: non possiamo permettere questa mancanza di trasparenza».

 

Origine delle 28 Pagine

Nel marzo 2002, su pressione del leader democratico al Senato Usa Tom Daschle, venne istituita la Joint Congressional Inquiry sull’attività della Comunità di Intelligence prima e dopo gli attacchi dell’11 Settembre. Nonostante l’ostilità e l’ostruzionismo dell’amministrazione Bush-Cheney, nel dicembre del 2002 i lavori produssero un rapporto, con al suo interno una sezione dedicata al supporto logistico e finanziario ricevuto dai futuri dirottatori negli Stati Uniti, nei 20 mesi precedenti all’attentato. Il documento venne utilizzato anche per le indagini condotte dalla 9/11 Commission, la Commissione istituita dalla Casa Bianca nel 2003 per fare luce su ogni aspetto relativo all’attacco. Nel Rapporto finale della 9/11 Commission, l’Arabia Saudita viene scagionata dalle accuse di aver supportato i dirottatori, nonostante nelle 28 pagine vi siano nomi, date, luoghi, passaggi di denaro che legano elementi della famiglia reale saudita, e quindi del governo di Riyadh, ai terroristi, quindici dei quali erano appunto sauditi.

A confermare questa ricostruzione è l’ex senatore Bob Graham, che di quella Joint Congressional Inquiry era co-presidente, e supervisionò la redazione delle 28 pagine. Dal 2004 Bob Graham si spende per la loro declassificazione; in più occasioni ha confermato il legame tra Khalid Al-Mihdhar e Nawaf Al-Hazmi, due dei futuri dirottatori, e Omar Al-Bayoumi, un cittadino saudita residente negli Stati Uniti e in costante contatto con l’ambasciata e i consolati del suo Paese. Al-Bayoumi accolse i due futuri dirottatori a Los Angeles, e li aiutò a stabilirsi a San Diego, in un appartamento vicino al suo; nel frattempo si incontrò anche con Hanj Hanjour, che insieme ad Al-Mihdhar e Al-Hazmi avrebbe poi dirottato l’A77, l’aereo schiantatosi contro il Pentagono. Al-Bayoumi, in quei venti mesi, ricevette per via indiretta ingenti somme dall’ambasciatore saudita a Washington, il Principe Bandar Bin Sultan, in seguito diventato elemento chiave della Sicurezza Nazionale saudita e capo dell’Intelligence di Riyadh. Dopo l’11 Settembre, Al-Bayoumi fu interrogato dalle autorità americane, ma gli fu permesso di lasciare il Paese; una volta rientrato in Arabia Saudita, è di fatto diventato irreperibile.

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