mercoledì, settembre 19

Zimbabwe: Mnangagwa punta sui bianchi? Il nuovo Presidente tenta di far ripartire l'economia e apre agli agricoltori bianchi espropriati in passato

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Ad Harare, la Capitale dello Zimbabwe, si tiene oggi il congresso della Zimbabwe African National Union – Patriotic Front (ZANU-PF: Unione Nazionale Africana dello Zimbabwe – Fronte Patriotico). Si tratta di un evento importante per il Paese in quanto è prevista la definitiva ‘incoronazione’ del nuovo Presidente, Emmerson Mnangagwa, a uomo forte dello Stato ed unico candidato del partito per le elezioni del 2018.

Mnangagwa succede a Robert Mugabe, che è stato alla guida del Paese per ben trentasette anni. In realtà, l’ascesa del nuovo Presidente è l’esito di una lotta intestina tra due fazioni dello ZANU-PF: da una parte quella legata alla moglie di Mugabe, Grace, che, molto più giovane del novantatreenne marito, puntava ad una successione che potremmo definire ‘dinastica’, dall’altra, appunto, il gruppo facente capo all’ex-Vicepresidente Mnangagwa. La caduta di Mugabe, in effetti, non è stata provocata dalle proteste delle opposizioni, che pure ci sono state, bensì da un Colpo di Stato che, seppur smentito dallo stesso ex-Presidente, ha visto il suo partito e l’Esercito voltargli le spalle al fine di bloccare l’ascesa al potere di Grace.

Il congresso di oggi, in pratica, sancirà definitivamente il trionfo dei ‘Lacoste (dal soprannome di Mnangagwa: il ‘Coccodrillo’) sui ‘G40‘ (la ‘Generation 40‘, ovvero il gruppo di quarantenni che fa capo a Grace Mugabe).

Questo passaggio storico all’interno della ZANU-PF potrebbe significare un cambio radicale nella politica interna dello Zimbabwe. Già nei primi giorni del suo mandato, infatti, Mnangagwa ha rilasciato dichiarazioni che fanno intravedere dei cambiamenti importanti sul piano economico: in primo luogo, il nuovo Presidente ha parlato della questione delle terre confiscate ai proprietari bianchi dal suo predecessore.

Facciamo un po’ di Storia. Con il nome di Rhodesia, l’attuale Zimbabwe fu una una colonia britannica per tutto il XIX secolo e per più di metà del XX secolo. Nel 1965, con una dichiarazione unilaterale di indipendenza, nacque la Repubblica di Rhodesia: lo Stato non fu riconosciuto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) sia per le modalità con cui venne a formarsi, sia, in seguito, a causa della segregazione razziale, simile a quella in vigore negli stessi anni in Sudafrica, adottata dai governanti bianche nel Paese.

Il partito attualmente al potere, la ZANU-PF, nacque dalla fusione dei due principali partiti che si batterono contro l’oppressione dei coloni bianchi: dopo anni di lotte, nel 1980, il Paese cambiò nome in Zimbabwe e i bianchi persero rapidamente il loro potere. È a quel punto che inizia l’era Mugabe che, tra scontri interni (Mugabe appartiene all’etnia Shona e, una volta preso il potere, adottò una serie di misure contro i suoi ex-alleati di etnia Ndebele) ed accordi con i gruppi di opposizione, è durata fino allo scorso novembre.

In un particolare momento di difficoltà, dopo la sconfitta del Referendum Costituzionale da lui proposto, nel 2000 Mugabe lanciò una riforma agricola i cui effetti ancora oggi pesano sul Paese: in vista delle elezioni del 2002, il Presidente pensò di aumentare il proprio consenso tra gli elettori di colore dando loro le terre dei bianchi (molto meno numerosi ma più ricchi).

In quel momento, infatti, la quasi totalità dell’agricoltura dello Zimbabwe, che era definito il ‘Granaio d’Africa’, era nelle mani di pochi latifondisti bianchi. La riforma, quindi, fu facilmente giustificata come un’azione volta a correggere gli squilibri ereditati dall’epoca del colonialismo britannico. Nei fatti, gli espropri furono spesso accompagnati da violenze nei confronti dei precedenti proprietari, molti dei quali emigrarono in Gran Bretagna.

Il vero problema, però, fu che le persone a cui vennero affidate le terre non avevano una specifica preparazione agricola. È così che, nell’arco di una quindicina di anni, molte terre hanno finito per restare incolte o, comunque, hanno cominciato ad avere una resa estremamente inferiore rispetto al passato: l’agricoltura dello Zimbabwe è entrata in uno stato di grave crisi. In effetti, lo Zimbabwe resta un Paese principalmente agricolo e la crisi del principale settore economico ha portato ad altri gravi squilibri interni, arrivando a provocare il malcontento dell’Esercito, fino a quel momento principale sostenitore del Governo.

Negli ultimi tempi, già Mugabe aveva parlato della possibilità di restituire le terre agli ex-proprietari bianchi; nei fatti, però, la proposta era caduta nel vuoto. L’ascesa di Mnangagwa, però, apre nuove prospettive.

A poche settimane dalla caduta di Mugabe, infatti, il nuovo Ministro dell’Agricoltura, Perence Shiri, ha dichiarato che coloro che occupano terre senza avere un permesso scritto, saranno costretti ad andarsene: sembrerebbe una chiara apertura all’ipotesi della restituzione, almeno parziale, della terra ai precedenti proprietari. In realtà, il Presidente Mnangagwa, se da un lato si è impegnato a risollevare l’economia del Paese e, in particolar modo, l’agricoltura, dall’altro ha anche dichiarato di non avere intenzione di abolire la riforma agraria del suo predecessore. D’altro canto, il nuovo Presidente ha anche affermato che vi saranno dei risarcimenti adeguati per coloro che hanno subito le confische.

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