sabato, dicembre 16

Yemen: la crisi che rischia di infiammare l’area mediorientale Intervista in esclusiva con il Ministro yemenita agli Affari Locali, Abdulraqeb Saif Fateh: le condizioni per il dialogo, il ruolo saudita, gli Houthi

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Ieri,  giovedì 16 novembre, al Grand Hotel de la Minerve di Roma, si è svolta una tavola rotonda, organizzata dall’Arabia Saudita, sulla crisi in Yemen. L’incontro, intitolato ‘Partnering for a Sustainable Peace in Yemen‘, ha toccato vari aspetti di questa crisi che, oramai, si protrae da diversi anni; in particolare, è stato affrontato il tema degli aiuti umanitari alle popolazioni del Paese: secondo i rappresentanti di Riyad, l’azione saudita è rivolta soprattutto a ristabilire la legalità in Yemen evitando il più possibile sofferenze alla popolazione civile. A questo scopo, l’Arabia Saudita finanzierebbe numerosi interventi di carattere umanitario in Yemen, anche nelle zone controllate dai ribelli Houthi, contro i quali la coalizione guidata da Riyad (e formata da Emirati Arabi Uniti e Kuwait) combatte dal 2015.

La tavola rotonda è stata organizzata in occasione del viaggio in Italia di Abdullah bin Abdulaziz al Rabeeah, Consigliere Reale e Supervisore Generale del King Salman Humanitarian Aid and Relief Center. La missione saudita, che parte dall’Italia in virtù dello storico e stretto rapporto diplomatico tra i due Paesi, ha lo scopo di mostrare quanto la situazione in Yemen sia drammatica, portando alla luce le violazioni delle risoluzioni internazionali e mettendo in evidenza quanto Riyad ha fatto fino a questo momento per ristabilire la legalità nel Paese ed aiutare la popolazione civile (anche quella che si trova nelle aree controllate dai ribelli). Nel corso della sua missione, al Rabeeah ha visitato il Parlamento italiano, incontrando, tra gli altri, Fabrizio Cicchitto, Presidente della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati.

Al dibattito hanno preso parte anche il Senatore Nicola Latorre, Presidente della Commissione Difesa del Senato, Chris Kaye, del World Food Program (WFP), e Abdulraqeb Saif Fateh al Dubai, Ministro degli Affari Locali dello YemenA margine della tavola rotonda, abbiamo incontrato proprio il Ministro Abdulraqeb Saif Fateh, a cui abbiamo chiesto alcuni chiarimenti sulla difficile situazione nel suo Paese.

 

Ministro, quali sono i principali ostacoli che impediscono la risoluzione della crisi yemenita che va avanti da molto tempo e che, come abbiamo visto, sta creando gravi problemi dal punto di vista umanitario, oltre che tensioni dal punto di vista politico?

Innanzi tutto, per poter capire la situazione in Yemen, dobbiamo individuare la giusta diagnosi del problema. In Yemen ci sono state delle elezioni ed è stato eletto un Presidente che ha vinto con la maggioranza dei voti; dopo le elezioni, è stato lanciato e gestito un dialogo, a livello nazionale ed internazionale, cui hanno partecipato seicentocinquanta rappresentanti delle varie fazioni, ovvero di quasi tutti i segmenti del popolo yemenita, compresi gli Houthi e anche il partito precedentemente al Governo. Il risultato di questo dialogo è stato la produzione di un documento che è stato accettato da tutte le parti partecipanti al dialogo: è stata raggiunta un’intesa per cui questo documento veniva considerato come il certificato di nascita di un nuovo Stato decentralizzato yemenita. Al fine di realizzare questo obiettivo, ovvero la creazione di uno Stato decentralizzato, è stata raggiunta un’intesa ed è stato deciso di formare una Commissione Costituente con il compito di scrivere la Costituzione: la Costituente è riuscita a concludere la stesura di una Costituzione transitoria firmata e sottoscritta da tutti i partecipanti al dialogo.

Dopo aver scritto questa Costituzione transitoria, c’è stato anche un accordo per procedere all’elaborazione del documento finale della Costituzione. Mentre stavamo discutendo di questo documento, da parte della minoranza, ovvero degli Houthi e del partito precedentemente al potere, c’è stata una sorta di Colpo di Stato: rifiutando l’opinione della maggioranza e perfino il documento che il documento frutto del dialogo a cui avevano partecipato e che, in precedenza, avevano già firmato; hanno rifiutato anche il documento della Costituzione che avevano già firmato e hanno imposto gli arresti domiciliari al neo-Presidente eletto. La stessa cosa è stata fatta con alcuni Ministri, tra cui io stesso, costretti a rimanere nelle proprie residenze per quarantacinque giorni e trattenuti come ostaggi; anche il Primo Ministro del nuovo Governo è stato tenuto segregato in casa sua. Con la forza delle armi hanno occupato la capitale Sana’a, per poi passare ad altre città dello Yemen: Ta’izz, Aden, Hodeida ed altre Province.

Dopo oltre un mese e mezzo dall’arresto, il Presidente è riuscito a scappare verso Aden: da lì ha invitato i ribelli ad intraprendere un nuovo dialogo, ma questi hanno bombardato con gli aerei la sede presidenziale; dopodiché hanno assediato sia Aden che Ta’izz. Lo slogan di questa minoranza contro la maggioranza è questo: ‘Vi governo, oppure vi uccido’.

Il Presidente è scappato nuovamente e, da Aden, è andato in Arabia Saudita chiedendo l’appoggio e l’aiuto, da parte dei Paesi partecipanti alla coalizione araba, per poter reinstaurare la legittimità. In questo modo è iniziato l’intervento della coalizione nello Yemen e, con esso, anche le battaglie e la crisi umanitaria: nello Yemen non c’è stato uno tsunami, non ci sono state catastrofi naturali o eruzioni vulcaniche; c’è stato un Colpo di Stato contro un Presidente eletto. È questa la ragione fondamentale alla base della crisi nello Yemen: una minoranza che, con l’uso della forza, vuole governare la maggioranza. Se si vuole risolvere il problema dello Yemen e mettere fine alla crisi umanitaria nel Paese, è innanzi tutto necessario risolvere il problema politico applicando le Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il quale ha rilasciato le Risoluzione 2216 per chiedere il ritiro dalle città delle milizie armate ed il ritorno al potere del legittimo Presidente eletto. Il Segretario Generale dell’ONU ha mandato il suo Inviato Speciale, Ismail Ould Cheikh Ahmed, il quale ha proposto un’iniziativa per un dialogo da tenere fuori dallo Yemen: questo invito al dialogo è stato accolto dal Presidente e dal Governo ma, anche in questo caso, le milizie armate hanno rifiutato qualsiasi soluzione. Questa è l’essenza del problema nello Yemen.

Quali potrebbero essere, allo stato attuale, le possibili prospettive per una soluzione della crisi?

Crediamo principalmente che la guerra non sia una soluzione. Qui, in Italia, ci sono stati dei conflitti e degli scontri ma, alla fine, grazie alla tolleranza, è stato instaurato un dialogo per risolvere il problema e si è instaurato, tramite un’intesa comune, un sistema repubblicano e democratico. Il dialogo, per noi, è la soluzione per risolvere il problema nello Yemen: non si tratta, però, del ‘dialogo del demonio’, voluto e desiderato dagli Houthi, ma di un dialogo che si basi sui pilastri concordati, ovvero la legittimità nazionale; è necessario che la minoranza accetti e si impegni a rispettare l’opinione della maggioranza. Vogliamo che vengano rispettate le Risoluzioni della Comunità Internazionale e che le milizie armate si trasformino in un partito politico pacifico.

Se, al contrario, accettassimo il dialogo con delle milizie armate, incoraggeremmo altri Colpi di Stato, incoraggeremmo sia Daesh che al-Qaeda: non credo che il mondo civilizzato possa accettare una cosa del genere. Non vogliamo escludere gli Houthi e nemmeno escludere il partito precedentemente al potere: vogliamo ripristinare le intese concordate.

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