venerdì, settembre 22

Yanis Varoufakis: una ‘Brexit’ progressista è possibile – su entrambe le sponde della Manica. "Sognare, e lavorare duro per realizzare il sogno"

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Spesso le ribellioni finiscono con il tradimento dell’ideale che le ha motivate. La ‘brexit’ non sembra diversa. In pochissimo tempo ha perso la sua ragione intellettualmente più potente: la restaurazione della sovranità nelle mani della Camera dei Comuni.

La sovranità del Parlamento in materia dei futuri trattati tra il Regno Unito e l’Unione Europea è stata ignorata tre volte dal momento del referendum. La prima volta quando il Primo Ministro Theresa May ha deciso di interpretare la scelta espressa al referendum come un voto per una ‘hard brexit’.

La seconda volta, quando è stato attivato l’articolo 50 senza attendere il periodo di transizione necessario al Parlamento per poter decidere dei piani a lungo termine con l’Unione Europea, la May ha essenzialmente negato ai parlamentari la possibilità di dire la propria sul tipo di ‘hard brexit’ da seguire.

Poi è arrivato il terzo colpo: il cosiddetto ‘great repeal bill’ –  che ha fatto infuriare persino i parlamentari euroscettici – che propone di dare al Governo poteri straordinari che gli permetterebbero di modificare le leggi europee da convertire in leggi britanniche senza consultare il Parlamento.

Dunque, mentre l’Unione Europea sfrutta la Brexit per praticare la sua incompetenza autoritaria (chiedendo, per esempio, che Londra negozi con dei burocrati privi di un vero mandato per elaborare un piano di libero commercio tra le parti), la Brexit è usata anche dal Governo britannico per spingere la nazione verso l’incompetenza autoritaria di Theresa May. Niente di ciò fa presagire qualcosa di buono per la Gran Bretagna, nè per gli europei.

Quale dovrebbe essere la risposta progressista, su entrambe le sponde della Manica, a questo disastro incombente? Prima del referendum la mia organizzazione, Movimento per la Democrazia in Europa 2025 (DiEM25), consigliò al Partito Labourista di adottare la nostra linea ‘radical remain’: “Dentro l’Unione, ma contro l’Unione”. Il Partito non ha preso questa posizione, ma alla fine il popolo britannico ha deciso di votare per l’uscita dall’UE. Come democratici dobbiamo rispettare questa decisione. Come progressisti, però, abbiamo il dovere di confrontarci con la prospettiva di una catastrofica brexit del Governo conservatore.

Subito dopo il referendum, DiEM25 è stato il primo movimento favorevole all’Unione Europea che ha risposto in maniera propositiva. Rifiutandoci di denigrare chi aveva votato per l’uscita dall’UE, o di chiedere un secondo referendum (o un voto del Parlamento) con cui annullare il volere della maggioranza, abbiamo proposto di attivare l’articolo 50 mentre, allo stesso tempo, Londra chiedeva un accordo di cinque anni modellato su quello norvegese.

La May ha capito che lo spazio politico per agire era limitato, ma se avesse deciso questa opzione la libertà di movimento, il mercato comune, la giurisdizione delle corti europee, il contributo britannico al budget europeo, etc, sarebbero rimasti invariati sino al 2024. La burocrazia europea non avrebbe ottenuto il potere di procedere con il ‘lavoro d’ascia’ di cui ora deve occuparsi, e la Camera dei Comuni avrebbe avuto l’opportunità di dibattere decentemente e in pace il futuro delle relazioni con l’Unione e la costituzione britannica, in disperato bisogno di una revisione.

Avrebbe anche permesso alla Cancelliera Angela Merkel di rilassarsi, sapendo che la patata bollente della questione brexit sarebbe passata al suo sucessore.

Nelle settimane recenti, ho notato con piacere che il Partito Laburista di Corbyn, insieme ad alcuni parlamentari conservatori, ha adottato la stessa proposta. Adesso che sta diventando ‘mainstream’, è cruciale chiarificare in maggiori dettagli a cosa questo periodo di transizione dovrebbe mirare e cosa dovrebbe seguire dopo.

L’inequivocabile, regressivo, conservatore fine di questo periodo di transizione è quello di creare tempo e spazio per far trovare un accordo tra un Regno Unito virtualmente invariato con un’Unione Europea virtualmente invariata. In ogni caso, questo sarebbe un tradimento contro tutti quelli che in Gran Bretagna hanno supportato la visione di Corbyn di un Regno Unito radicalmente trasformato.

Verrebbe anche visto come un’opportunita persa per chi, come noi sul Continente, non crede che questa Unione Europea debba o possa restare com’è. In questo senso, i progressisti devono lavorare per ottenere un periodo di transizione durante il quale tentare di trasformare sia il Regno Unito che l’Unione.

Come sarebbe questa trasformazione? Nel Regno Unito, il manifesto del Partito Laburista votato a Giugno sarebbe un buon inizio. Per l’Europa Continentale, invece, abbiamo presentato un’agenda politica e sociale a Marzo, il New Deal di DiEM25, che offre una prospettiva tangibile, realistica e lungimirante per ogni nazione europea, indipendentemente dal fatto che essa usi l’euro o no. Il tono antagonistico dei dibattiti per il Brexit non è utile a nessuno. Invece di combattere per ottenere la competitività di una nazione europea sulle altre, un periodo di transizione permetterebbe all’Europa, incluso il Regno Unito, di concentrarsi sull’aumento della produttività del settore green, e condividere i benefici che ne deriverebbero.

Il trend di oggi indica un terribile risultato: un Governo conservatore senza idee e una burocrazia europea degenerata e bloccata da conflitti senza senso. Ma i progressisti non dovrebbero mai rispettare i trend del presente. Dobbiamo osare sognare un Governo britannico guidato da Corbyn, e, sul Continente, la vittoria dei partiti collegati a DiEM25 nelle elezioni europee del 2019. Questo potrebbe preparare il sentiero verso un secondo referendum britannico nel 2025, in cui il nuovo Regno Unito entrerebbe in una Unione Democratica Europea. Osare sognare: poi lavorare duro per realizzare il sogno.

Articolo di Yanis Varoufakis, pubblicato su ‘The Conversation’.

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