lunedì, maggio 22
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Voucher: pro, contro e quali soluzioni?

Enrico Gragnoli e Carlo Zoli fanno luce sul lavoro accessorio e l’utilizzo dei voucher
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In Italia i voucher sono stati introdotti per la prima volta nel 2003, con la cosiddetta Legge Biagi. Questi ticket, erogati dall’INPS, hanno un valore lordo di 10 € e un netto di 7,50€. I  ̔buoni lavoro ̓ vengono utilizzati dai privati e dai pubblici esercizi per pagare le prestazioni di lavoro occasionale. Da qualche mese la disputa sui voucher è al centro di molti dibattiti poiché la Cgil ha proposto un referendum che, tra i quesiti, ha proposto anche l’abolizione dei voucher. Proprio oggi la Consulta ha accettato la proposta del sindacato, dunque il Referendum ci sarà, a meno che il Parlamento e il Governo non trovino un accordo sulla modifica della Legge che li regola.

Fra le nazioni europee che hanno inserito il pagamento in voucher l’Italia non è certo sola: Belgio, Francia, Austria, Germania e Regno Unito hanno introdotto i voucher con metodi di utilizzo e finalità differenti. In Belgio i titres-services sono stati introdotti nel 2004: possono essere utilizzati esclusivamente per servizi svolti presso il domicilio dell’utilizzatore o al di fuori, entro un limite massimo di 5200 € lordi annui. A differenza del nostro sistema, il lavoro accessorio belga è di tipo contrattuale. Si tratta di un contratto di lavoro speciale  ̔atipico ̓ che prevede almeno 3 ore lavorative giornaliere, se la prestazione lavorativa supera i sei mesi il contratto deve passare a indeterminato. In Francia l’istituto è diverso da quello belga: i voucher francesi, detti inizialmente Cesu, sono stati introdotti nel 2006 e venivano usati per lavori domestici e servizi di assistenza ai bambini. Nel 2009 è stata modificata la legge e sono stati introdotti i Tese, utilizzabili anche dalla piccole imprese per assumere e retribuire i lavoratori occasionali. In Austria i Dienstleistungs check sono stati introdotti nel 2006 per il pagamento di lavori domestici, che non richiedono una specifica professionalità. Nel Regno Unito i voucher sono stati immessi nel 2005, ma vengono utilizzati nell’ambito specifico dei servizi all’infanzia, non a caso sono detti  childcare voucher. Infine in Germania nel 2003 sono nati i  mini-jobs, rapporti lavorativi pagati non più di 450 € al mese e che sono esenti da tasse e contributi previdenziali da parte del dipendente, mentre il datore li versa in maniera ridotta.

Per fare il punto della situazione abbiamo chiesto il parere di due esperti di Diritto del Lavoro: Enrico Gragnoli, professore dell’Università di Parma, e Carlo Zoli, professore dell’Università di Bologna.

In Italia la Riforma sul Lavoro accessorio è stata introdotta dalla cosiddetta Legge Biagi del 2003, con la finalità di far emergere il lavoro nero da determinate prestazioni occasionali (lavori domestici, di giardinaggio, manifestazioni sportive, ripetizioni, ect.)”, spiega il professore Zoli, chiarendo come ha preso forma la Riforma sul lavoro accessorio: “la Legge Biagi è stata modificata dalla Riforma Fornero nel 2012, che estendeva anche ai piccoli imprenditori commerciali la possibilità di avvalersi di tale forma di Lavoro, con limite di 2000 € netti per ogni imprenditore, mentre al lavoratore era stato fissato un tetto massimo di 5000 €. La Riforma Renzi (il  Job Act) ha lasciato la possibilità di un uso esteso del lavoro accessorio e il tetto massimo di 2000 € per gli imprenditori, ma ha aumentato a 7000 € complessivi il limite annuo per ogni lavoratore. Per altro non si può negare che il  Job Act abbia introdotto una norma che cerca di evitare gli abusi: questa prevede che gli imprenditori e i professionisti che ricorrono al pagamento in voucher siano tenuti, almeno 60 minuti prima dell’inizio della prestazione lavorativa, a comunicarlo alla sede territoriale competente dell’Ispettorato nazionale del lavoro”. Come spiega Gragnoli “in Italia questa legge è stata fatta per istituire, in sostanza, un rapporto di lavoro autonomo e una forma contrattuale facile da utilizzare da parte dei privati. Dunque, la  Legge Biagi è stata introdotta con l’intento di agevolare i privati che avevano problemi organizzativi nel versare i contribuiti ai lavoratori occasionali. Avvalendosi di questa nuova forma contrattuale, che unisce la retribuzione al versamento tasse/contributi previdenziali, i privati hanno avuto la possibilità di pagare regolarmente quelle prestazioni che prima sono sempre state retribuite in  nero”.

Ma cosa ha portato la Cgil a indire il Referendum per l’abolizione dei voucher? Secondo il professore Zoli il problema dei voucher è esploso a causa di un utilizzo improprio, ma non illecito, di questa nuova forma di pagamento, infatti “nell’ultimo periodo c’è stato il boom dell’utilizzo dei voucher perché molti imprenditori hanno capito come aggirare la norma complementare inserita nel Job Act. Teoricamente il tetto del singolo imprenditore non è alto, al massimo un datore di lavoro con 2000 € potrà pagare un dipendente per due/tre mesi. Ma qui nasce l’uso improprio del voucher: per certe posizioni molto parcellizzate e semplici, il datore di lavoro potrebbe avere un pool di lavoratori e, ogni due/tre mesi, dopo aver raggiunto la quota  massima di 2000 € per ogni lavoratore, variare il personale accessorio. In sintesi, per ogni posizione lavorativa a basso contenuto professionale l’imprenditore avrà più dipendenti da far ruotare ogni volta che raggiunge il tetto massimo, evitando di fare un contratto più stabile ad un solo dipendente. Perciò il problema dell’utilizzo dei voucher deriva dall’utilizzo improprio fatto dai piccoli imprenditori, che, per risparmiare  ̔contratti a chiamata ̓ o  ̔a tempo determinato ̓ preferiscono aggirare una norma che dovrebbe regolamentare il pagamento in voucher”.

Sarà possibile modificare una legge già passata al vaglio tre volte o è davvero necessario eliminarla?

L’unico modo per arginare questo utilizzo improprio sarebbe ritornare alla vecchia legge Biagi (2003), impedendo agli imprenditori di utilizzare i voucher”. Per Zoli ritornare alla  Legge Biagi significa togliere ai piccoli imprenditori la possibilità di pagare i dipendenti in voucher, eliminando così l’opportunità di aggirare la norma presente nella  Job Act. La soluzione, dunque, sarebbe limitare l’utilizzo dei voucher in ambito domestico, tornando, di fatto, alla Legge Biagi. Secondo il professore “sarebbe difficile inserire delle nuove clausole nella norma del  ̔ job Act  ̓ per impedire il fenomeno dell’uso improprio, poiché quest’ultimo viene fatto senza violare la legge e, dunque, è difficilmente correggibile. Togliere del tutto i voucher significherebbe, in molte situazioni, tornare al lavoro nero”.

Gragnoli, invece, ammette che “allo stato attuale è impossibile sapere cosa accadrebbe dopo l’eliminazione di tale strumento di pagamento, ma la percezione è che l’eliminazione dei voucher non diminuirà il numero dei lavoratori in nero e non aumenterà il numero di contratti stabili. L’unica cosa che può avvenire con l’eliminazione dei ticket sarà la maggiore incisività degli interventi ispettivi, che con i voucher sono stati fortemente elusi”.

Il lavoro accessorio ha davvero aumentato il precariato, oppure ha solo messo in luce il fenomeno generalizzato di lavoro irregolare?

In alcuni casi l’imprenditore può aver sostituito un contratto a termine o a chiamata usando impropriamente i voucher”, spiega Zoli, dunque “in certi ambiti c’è stato un uso strumentale dei voucher che ha creato instabilità lavorativa. Bisogna, però, puntualizzare che questo  ̔giochino ̓ dell’utilizzo improprio viene fatto per le categorie di lavoro a basso contenuto professionale. È, dunque, doveroso notare che, in questo periodo, stiamo osservando anche un sistema diametralmente opposto: certe imprese scommettono sull’alta professionalità dei lavoratori, puntando sulla loro formazione per fidelizzare il rapporto lavorativo. Dunque, il contesto dell’utilizzo improprio dei voucher tocca ̔solo ̓ i lavori a basso contenuto professionale, e solo in alcuni casi i voucher sostituiscono i contratti ordinari, in altri casi i  ̔buoni lavoro ̓ veramente riescono a far emergere il lavoro  ̔’nero'”.

L’utilizzo dei voucher”, afferma invece Gragnoli, “non sostituisce i  ̔contratti a tempo ̓ ma, al massimo, solo i contratti  ̔a chiamata’. Il datore non sceglie fra contratto a tempo o voucher, piuttosto fra  ̔nero ̓ o voucher. Il vero problema, dunque, non è che se si elimina il lavoro accessorio diminuiscono i lavoratori in condizioni di precarietà, diventano solo più incisive le ispezioni che li vanno a cercare. Dunque, l’eliminazione del lavoro accessorio non diminuirà in modo incisivo il numero dei lavoratori in stato precario che, con molta probabilità, torneranno ad essere pagati in nero”.

Perciò il problema principale non dipende dalla Legge sul Lavoro accessorio in sé, bensì dall’uso improprio che ne fanno alcune imprese. La finalità primaria di tale Riforma in Italia, come nel resto d’Europa, era quello di far emergere il lavoro sommerso facilitando le famiglie e i piccoli imprenditori a pagare lecitamente e agevolmente le prestazioni occasionali, e su ciò ha raggiunto l’obiettivo. Il problema dei voucher è nato dall’ampliamento dell’utilizzo dei buoni alle imprese del terziario (Legge Fornero), che ha portato alcuni datori di lavoro a utilizzare questo strumento di pagamento impropriamente.

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