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Voucher: al via la ‘tracciabilità’

Dal Ministero del Lavoro arriva il nuovo trattamento dei buoni lavoro per evitare i fenomeni d'uso irregolare

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Il Governo ha capito che era il caso di metterci mano. E nel decreto legislativo che sta per sbarcare in Consiglio dei ministri con le prime modifiche all’impianto del Jobs Act, sarà contenuta una correzione, in funzione anti-abusi, alla disciplina dei buoni per il lavoro accessorio, i cosiddetti voucher. Il Ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ha parlato di tracciabilità. In sostanza, il committente dovrà comunicare via sms o posta elettronica, almeno un’ora pria dell’inizio della prestazione lavorativa, alcune informazioni alla sede territoriale dell’Ispettorato nazionale del lavoro. Si tratta del codice fiscale o dei dati anagrafici del lavoratore che intasca il voucher, il luogo e la durata dell’impiego. Sono previste anche sanzioni amministrative in caso di violazione: da 400 a 2.400 euro per ogni lavoratore la cui prestazione non sia stata comunicata.

In ogni caso, Palazzo Chigi rimane fermo nel confermare la bontà dello strumento e non ascolta una parte ampia del Paese che ne chiede un ridimensionamento. Anche perché, sostengono dal Governo, la legge delega non consente riduzioni ai tetti di reddito generati dai buoni. «Siamo contrari all’abolizione dei voucher e contestualmente disponibili a discutere con il parlamento eventuali forme migliorative», ha detto pochi giorni fa il Presidente del Consiglio Matteo Renzi in persona. E le migliorie in arrivo riguardano proprio la tracciabilità, mentre la minoranza Dem, opposizioni in Parlamento e sindacati chiedono un intervento ben più profondo. Mezzo di emersione del lavoro nero o nuova frontiera del precariato? Il dilemma sta tutto qui. Secondo l’Esecutivo il voucher ha il merito di aver portato alla luce una gran quantità di prestazioni accessorie in nero per le quali prima non si pagavano affatto contributi. Nel buono orario da 10 euro complessivi, infatti, sono inclusi un 13% di versamenti Inps, un 7% di assicurazione Inail e un 5% di costi di gestione del servizio. Il resto, 7,50 euro, è il netto che va al lavoratore. Il Governo porta un dato a conforto della propria tesi circa la riduzione del sommerso: meno del 15% di chi viene pagato con i voucher viene da contratti subordinati o parasubordinati nei precedenti 3-6 mesi.

Dall’altra parte, opposizioni politiche, sindacati confederali e molti studiosi fanno notare che l’ampliamento indiscriminato dei comparti in cui è utilizzabile e l’innalzamento dei tetti di reddito generabile hanno causato una progressiva sostituzione: voucher al posto dei contratti di categoria, con ricadute negative sulle tutele del lavoratore e sul gettito in favore dell’erario.
Le novità lavoro accessorio introdotte dal decreto legislativo 81/2015, attuativo Jobs Act, riguardano in prima battuta il limite reddito per il prestatore d’opera, che aumenta fino a 7 mila euro netti (9.333 lordi) dai 5mila precedenti. Ogni singolo datore, committente (imprenditore o professionista) può invece avvalersi di un singolo prestatore al massimo per 2.020 euro annui (con esclusione da questa soglia del lavoro agricolo e domestico).
Inoltre, uno strumento che inizialmente era limitato ai lavoretti come il giardinaggio, la manutenzione degli edifici o gli eventi sportivi è stato allargato ad ogni tipo di settore, persino all’edilizia o alle prestazioni per gli enti locali (con un limite di 3mila euro annui). E i beneficiari potenziali sono soggetti di ogni tipo: disoccupati, inoccupati, persone in cassa integrazione o in mobilità. Dunque, ben oltre l’originaria destinazione a studenti e pensionati.
Dapprima, la riforma Fornero, pur mantenendo fermo il principio della natura “occasionale” dei rapporti di lavoro “accessorio”, ha eliminato l’elenco specifico delle attività previste fino a quel momento. Poi, il decreto del Jobs act ha alzato le soglie di reddito.

Adesso, il boom dei voucher sta cambiando il mercato del lavoro. E finisce, secondo i critici, per edulcorare persino i dati sulla disoccupazione. Secondo un rapporto Uil, si è passati dai 536mila buoni venduti nel 2008 agli oltre 115 milioni del 2015. Le prime tre Regioni per numero di voucher acquistati sono Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Milano, Torino e Roma sono invece le province in vetta alla classifica. I dati Inps ci informano che il lavoro accessorio è sempre più utilizzato nel commercio, turismo e servizi (che vedono complessivamente un’incidenza del 43,6% di voucher venduti nel 2015). Il fenomeno è dilagante, ad esempio, tra gli stagionali.

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