sabato, ottobre 21

Violenza privata, matrimonio e diritto di scelta

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Il Ddl n. 2441 presentato al Senato lo scorso giugno e in corso di esame in Commissione Giustizia dal 29 marzo potrebbe essere letto come una risposta, da parte del nostro sistema penale, al «diritto di scegliere liberamente il coniuge e di contrarre matrimonio soltanto con il proprio libero e pieno consenso». Tale diritto è sancito dall’Articolo 16 (c. 1 lett. b) della Convenzione ONU sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW).  Il testo in esame prevede l’introduzione di specifiche fattispecie criminose: costrizione al matrimonio, induzione al viaggio finalizzato al matrimonio e costrizione al matrimonio di persona minorenne. In particolare, il novello Art. 605-bis del Codice Penale recita : «Chiunque, con violenza o minaccia o facendo leva su precetti religiosi ovvero sfruttando una situazione di vulnerabilità, costringe altri a contrarre matrimonio o una unione civile, anche in un Paese estero, è punito con la reclusione da tre a otto anni».  I presupposti della violenza privata, di recente impiegati dalla giurisprudenza nella casistica italiana, assumono qui una connotazione culturale, con una pena aumentata da sei a quindici anni nei casi in cui la vittima sia minorenne o una persona sottoposta a tutela, curatela o affidamento o, ancora, se si tratta di un familiare. Nella relazione introduttiva, si legge:

«In Italia ogni anno sono circa duemila le ragazzine che nascono e vivono nelle nostre città, ma, già  a partire dai cinque anni, si ritrovano oggetto di veri e propri contratti: vengono cedute come spose dalle loro famiglie che, in cambio, ottengono soldi. Nella maggior parte dei casi si tratta del mantenimento a vita delle proprie figlie, come una sorte di dote al contrario, versata dai futuri mariti ai genitori delle ragazzine». I principali implicati in queste pratiche sarebbero famiglie provenienti da Pakistan, India, Bangladesh, Albania o Turchia.

La Dottoressa Piera Cavenaghi, dell’Università di Trieste, Dottore di ricerca in «Strutture e Culture delle aree di frontiera», ha condotto ricerche nell’ambito di contesti familiari di migrazione in Provincia di Brescia, entrando in contatto con famiglie di origine pakistana e indiana, a partire dalle percezioni e interpretazioni del concetto dionore’ riferito alla famiglia come comunità parentale.

Dottoressa Cavenaghi, in base all Sua esperienza di ricerca, come vede la penalizzazione, da parte del nostro ordinamento, delle pratiche generalmente riunite sotto l’espressione ‘matrimonio forzato’ ?

La costrizione al matrimonio come figura di reato costituisce l’oggetto di un ampio dibattito in corso in Europa già da tempo. In base a quanto è avvenuto in altri Paesi, come ad esempio il Regno Unito, si può dire che la prospettiva di criminalizzare queste pratiche, arrivando a pene detentive, rischia di agire da freno alla tutela dei soggetti direttamente coinvolti in esse.

In che senso?

Occorre, in prima battuta, distinguere tra il piano del diritto e dei diritti soggettivi, e quello psicologico. Nella maggior parte dei casi, per l’Italia, parliamo di ragazze di 15 o 16 anni che sono molto legate alla famiglia. Per quella che è la mia esperienza, non mi sono trovata mai di fronte a ‘spose bambine’ e occorrerebbero dati numerici frutto di indagini mirate e obiettive. Il rapporto affettivo prosegue finché non scatta l’istituto del matrimonio. Anche qui sarà necessario distinguere tra matrimonio ‘forzato’ e matrimonio ‘combinato’.

Come Lei e la Prof.ssa Daniela Danna scrivete in un importante contributo di qualche anno fa, proprio in Inghilterra questa differenza è riconosciuta dalla legge, che distingue tra casi in cui il consenso è assente per almeno uno dei futuri sposi e si fa ricorso alla costrizione («duress»), e casi di programmazione del matrimonio con acquiescenza da parte della ragazza ancora nubile. Peraltro, tale acquiescenza è difficile da gradare…

La combinazione del matrimonio è affare interno alle famiglie e, per questa stessa ragione, è difficile misurare il grado di consenso individuale di un soggetto inserito, fin dalla nascita, in un contesto fatto di regole e rapporti costruiti intorno al suo status di persona. La persona, culturalmente, può essere pensata come un agente di legame sociale. Diversamente dall’idea – assunta dal nostro Codice Penale fino al 1981 – del matrimonio capace di salvare, in senso riparatore, l’onore della famiglia, per queste famiglie il matrimonio combinato è una pratica comune. Le ragazze non vogliono sposarsi troppo presto, ma non sono necessariamente contrarie a questa consuetudine. Certo, ci muoviamo in una zona grigia: da un lato il loro consenso, oggetto di tutela delle Convenzioni internazionali e della nostra iniziativa legislativa, dall’altro un contratto che sancisce l’accordo tra famiglie, sia economico che politico: le alleanze sono tese alla stabilità interna a comunità anche molto numerose, evitando i conflitti e una potenziale disgregazione.

Quali sono le cause più frequenti della costrizione?

La scelta del partner meno ‘adatto’, non tanto per la differenza di età quanto per lo status sociale e l’origine, possono generare una crisi che spinge ad accelerare il ricorso al matrimonio. Ciò non corrisponde alle condizioni di maltrattamento che giustificherebbero l’esistenza di una fattispecie di reato specifica. Per tale ragione la sua introduzione potrebbe essere controproducente. In molti casi, invece, le ragazze che hanno un fidanzato indesiderato chiedono aiuto, ma le istituzioni non rispondono in modo adeguato.

Per quello che ha potuto constatare direttamente, quali sono le principali carenze del nostro sistema di assistenza?

In Provincia di Brescia, la richiesta di aiuto quale indice di potenziale pericolo ha portato al collocamento delle minorenni richiedenti in comunità. Oltre alle ragazze di famiglia indiana e pakistana con le quali ho lavorato, ve ne sono altre originarie del Marocco e del Bangladesh, anch’esse assistite dai Servizi sociali.  L’effetto prodotto dalla comunità è stato il loro totale isolamento, a fronte delle ripetute richieste di recupero da parte delle famiglie: nell’ambito relazionale di queste giovani donne, gli amici e i parenti coincidono. Il punto di vista della famiglia è preponderante rispetto alle loro regole di comportamento, alle loro certezze. È un problema antropologico, del quale il diritto dovrà farsi carico.  Nei casi in cui il partner risulti sgradito, sono a rischio la ‘purità’ della ragazza, che si comunica all’onore e alla fama della famiglia di appartenenza. Le voci corrono, ed è necessario ricondurre le ragazze in famiglia per sposarle il prima possibile, stroncando qualsiasi illazione.

Ma questa non è una forma di violenza?

Paradossalmente, dal punto di vista della famiglia, si tratta proprio di una modalità tesa a evitare le violenze: le situazioni possono estremizzarsi e degenerare. Certamente, esiste un’asimmetria, prima ancora che tra uomini e donne, tra l’ordine che regge la comunità, con i suoi precetti, e la libertà individuale. Esistono, tra le maglie di queste regole, reti di solidarietà femminile e protezione: il fidanzato ufficioso, ad esempio, può essere ‘tenuto nascosto’, ma si tenderà pur sempre a contenere i tempi e far cessare quel rapporto. Nei casi in cui vi si ricorre, la violenza agita è quella mostrata dagli uomini, ma le donne concorrono attivamente alla pressione psicologica nei confronti delle ragazze da sposare. Tutto questo, naturalmente, conosce gradazioni caso per caso: non si può generalizzare.

Nel corso delle indagini sul campo, ha riscontrato casi di ‘spose bambine’?   

No, non nella mia esperienza, né ho ricevuto segnalazioni in proposito. Le ragazze vanno a scuola (scuole superiori comprese), dopo i 16 anni, terminato l’obbligo scolastico, partono in ‘vacanza’ per un viaggio di ritorno al Paese di origine. Questi viaggi sono l’occasione per la ricerca dello sposo e ad essi è destinata una parte speciale dei risparmi accumulati dalla famiglia. Occorre uscire un istante dalla nostra logica giuridica nella misura in cui la questione non riguarda solo l’individuo:  dal controllo dei matrimoni – e della castità delle donne – deriva la capacità di migliorare la condizione economica della famiglia. Peraltro, le realtà sono fluide e le persone, nella migrazione, cambiano, con aperture informali al contesto sociale dei nuovi paesi. Chi emigra per motivi economici (una realtà più diffusa una ventina di anni or sono e ben diversa dall’attuale flusso dei richiedenti asilo) ha idea di ritornare al proprio Paese o, comunque, di rivestire un ruolo ‘laggiù’, perché il Paese è, prima di tutto, l’universo della famiglia di origine. La prospettiva di guadagno in Italia implica la previsione di acquistare una casa, dei terreni, di avviare un’attività nel proprio Paese.

Di cosa si occupavano le famiglie con cui è entrata in contatto?

Nel bresciano, i pakistani lavorano soprattutto come operai, mentre membri di famiglie provenienti dall’India prestano servizio come ‘bergamini’, ossia lavorano in cascina, nel settore zootecnico. Esiste, poi, una rete variegata di piccoli imprenditori.

La memoria di Hina Saleem, giovane pakistana uccisa e poi nascosta del padre nell’orto di casa per essersi legata, contro il volere della famiglia, a un operaio italiano non musulmano, pesa ancora sulla realtà della Provincia?

Si è trattato di un caso conclamato di ‘omicidio d’onore’ che ha scatenato un dibattito politico tutto centrato sulla questione dell’‘integrazione’ a senso unico, ossia dell’irriducibilità della cultura islamica ai parametri di coesistenza della contemporaneità. Tuttavia, nonostante la risonanza, non si parlò affatto della situazione vissuta da ragazze come Hina, ma la discussione fu sfruttata per acquisire visibilità da parte di personalità femminili coinvolte nell’arena politica e del tutto estrenee alla vicenda.

Nel contributo sopra citato, redatto insieme alla Dott.ssa Danna, si fa riferimento a uno strumento definito dalla ricercatrice danese Farwha Nielsen «mediazione trasformativa transculturale», la cui finalità consiste nell’evitare di cadere nell’alternativa tra isolamento conseguente all’abbandono familiare e imposizione del matrimonio non desiderato. Più precisamente, citiamo la definizione ivi riportata. «Si ha mediazione trasformativa (transformative mediation) quando la mediatrice o il mediatore agisce basandosi sui propri valori, nel tentativo consapevole di difendere i diritti delle parti più deboli (…) cioè, nel matrimonio forzato, il diritto delle figlie di scegliere liberamente chi sposare rifiutando le proposte dei genitori».   Ritiene la mediazione trasformativa transculturale uno strumento euristicamente valido ed efficace sul piano organizzativo e applicativo? 

Intanto occorre rilevare che i centri anti-violenza contro le donne, in Italia e all’estero, sono contrari a qualsiasi forma di mediazione. Quest’ultima, nella sua forma abituale rappresenta, alla prova dei fatti, una policy pericolosissima. In primo luogo, è praticata da personale con scarsa competenza. Per le donne di origine straniera, poi, si fa ricorso a un esponente di rilievo della comunità, quando la terzietà costituirebbe invece una garanzia tale da porre le parti su un piano paritario. Nei casi di violenza, però, c’è una forte asimmetria tra le parti: se a ciò aggiungiamo la non-terzietà dei mediatori, è chiaro che la composizione avverrà in senso sbilanciato, a favore della famiglia. Tale rischio è avversato anche dai centri anti-violenza britannici. La mediazione trasformativa transculturale, invece, non corrisponde al concetto giuridico corrente di «mediazione» e presuppone una disparità tra le parti. L’operatore medierà, consapevolmente, per la parte più debole.

In che modo?

Analizzando quali sono i desideri della ragazza; poi evitando – come farebbe un difensore legale – il confronto diretto tra le parti: sarà il mediatore a trattare separatamente con la famiglia. Ci troviamo all’opposto della mediazione ‘fai da te’ esperita davanti ai genitori, con la promessa di incolumità, il periodo transitorio successivo al rientro in famiglia e la risorgenza delle violenze. Nel sistema danese, invece, il mediatore parla in nome della vittima, con tutte le difficoltà successive inerenti a una valida alternativa al contesto e agli affetti familiari. Senza un monitoraggio costante – mi riferisco qui al nostro sistema -prima o poi le ragazze vorranno tornare a casa. in Danimarca assistiamo, invece a un vero follow-up, con controlli effettivi e periodici. Si tratta di una procedura raffinata, con mediatori altamente formati ad hoc , sulla quale quel Paese ha investito molto.

 

Un invito in più alla riflessione su possibili strade alternative o complementari al nostro contesto, che potrebbe scoprire tutti i gangli di una nuda repressione – culturalmente orientata – da parte della legge penale.

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