martedì, agosto 21

Viaggio nell’Irlanda spaccata sull’aborto Intervista ad Angelo Bottone, docente di Filosofia presso l’University College Dublin e Research Officer del think tank Iona Institute

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Avevamo lasciato l’Irlanda con quel 62 % di favorevoli alle nozze tra persone dello stesso sesso che nel 2015 la trasformava nel primo Paese al mondo ad approvare con voto popolare i matrimoni omosessuali. Oggi la ritroviamo alle prese con un altro referendum. Stavolta sul tavolo c’è l’abrogazione dell’ottavo emendamento della Costituzione, quello che, dal 1983, equipara il diritto alla vita della madre al diritto alla vita del nascituro, cittadino avente gli stessi diritti. Vietato abortire nei casi di stupro, incesto e malformazioni, anche gravi. Nel ’92 erano cadute le restrizioni sull’opportunità di effettuare all’estero le interruzioni di gravidanza, e nel 2013, a seguito del drammatico caso Halappanavar, si regolamentava la possibilità di abortire in caso di pericolo di vita per la madre.

Quella irlandese in materia di aborto rimane una legislazione «molto restrittiva» e a dirlo è lo stesso Primo Ministro Leo Varadkar, che lo scorso 26 settembre ha confermato il referendum per l’anno prossimo. L’annuncio non ha suscitato stupore: dall’ottobre 2016 è al lavoro un’assemblea di cittadini e cittadine chiamata a valutare gli aspetti etici, legali e medici della questione e, a onor del vero, già diversi anni fa era stata lanciata la campagna femminista ‘Repeal the 8’ con tanto di hashtag sguinzagliato contro l’ex Premier. Nel 2015 Enda Kenny veniva travolto, per protesta, dalle descrizioni minute dei mestrui di migliaia di donne irlandesi: era giusto condividere pubblicamente quelle informazioni, secondo la comica Maguire artefice dell’iniziativa, dal momento che lo Stato sembrava interessarsi fin troppo all’apparato riproduttivo delle sue cittadine.

L’interruzione volontaria di gravidanza è solo una delle consultazioni che si terranno nei prossimi due anni, tra queste anche quella in materia di anti-blasfemia, ma secondo Angelo Bottone, docente di Filosofia presso l’University College Dublin e Research Officer del think tank apertamente anti-abrogazionista Iona Institute, sbaglia chi lega questo appuntamento al referendum del 2015 e a quello che si terrà il prossimo maggio. E ancora più fuorviante è la lettura delle vicende irlandesi come uno scontro totalizzante tra cattolicesimo e secolarizzazione. Non è uno scontro tra cattolici e anticattolici. La linea che divide i due fronti, quello pro-choice e quello pro-life, non riproduce settariamente la geografia confessionale irlandese, ma al contrario ne mette in luce la complessità. Con Bottone abbiamo cercato di capire che sta succedendo in Irlanda.

 

Professore, che tipo di dialettica si è instaurata attorno al referendum?

Io non interpreterei la divisione a favore o contro l’aborto semplicemente in termini cattolici versus non cattolici. Innanzitutto perché ci sono molti cristiani protestanti non cattolici impegnati tra le organizzazioni pro life, e poi ci sono i non credenti, oppure gli appartenenti ad altre religioni, che possono essere impegnati sul fronte pro life. Sul fatto che all’interno del mondo protestante ci siano divisioni ecclesiali però non c’è dubbio, come è indubitabile che all’interno delle organizzazioni pro life ci siano molti protestanti che non hanno alcuna difficoltà a inserirsi. Non è, dunque, una questione semplicemente di confessione religiosa. Basti pensare che ci sono anche cattolici a favore della rimozione dell’ottavo emendamento. Non è un segreto allo stesso modo che nel 2015, in occasione del referendum sui matrimoni omosessuali, ci siano stati esponenti del mondo cattolico che hanno votato a favore. Per queste ragioni non si capirebbe il voto se non accettassimo l’idea che ci sono stati credenti e anche praticanti che hanno votato a favore. La divisione non è così netta. D’altro canto è lecito che sul tema specifico dell’aborto ci si aspetti un impegno a favore del mondo pro life da parte del laicato organizzato e altrettanto forte da parte dei vescovi, perché anche se la questione non è semplicemente religiosa investe il modo in cui si intende il diritto alla vita.

Crede, dunque, che per i cattolici sia più accettabile il matrimonio tra omosessuali rispetto al tema dell’aborto?

Paradossalmente il fatto che nel 2015 il voto in Irlanda sia andato in quella direzione si spiega anche perché tra i cattolici c’è una certa tolleranza e liberalità su questo tema che in fondo regola il matrimonio civile. Per questo non è stato vissuto come un contrasto rispetto alle proprie posizioni. Sull’aborto invece c’è, all’interno del mondo ecclesiale, una posizione molto più ferma e limpida anche tra i credenti, sia quelli che si sentono in totale affinità agli insegnamenti ufficiali sia quelli che ne condividono la gran parte. Mentre il matrimonio rende due persone felici, nel caso dell’interruzione di gravidanza parliamo pur sempre di situazioni tragiche. Ora, si può discutere se la situazione tragica sia gestibile attraverso una legge oppure attraverso un divieto, ma nessuno può negare che l’aborto sia sempre un dramma e che, comunque lo si veda, procura la morte di un essere umano. Credo che quel senso di tolleranza e apertura che ha spinto una parte dei cattolici a votare favorevolmente in occasione del precedente referendum in questa occasione non possa essere invocato. Ovviamente queste sono speculazioni e il risultato del referendum potrebbe smentirmi.

L’Arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin, nel 2015 commentando il risultato del referendum prefigurava la necessità che la Chiesa facesse i conti con la realtà. Secondo lei negli ultimi due anni, in vista della prossima scadenza, la Chiesa in Irlanda ha saputo fermarsi, «guardare ai fatti e mettersi in ascolto dei giovani», come auspicava l’Arcivescovo?

La Chiesa irlandese intesa come gerarchia e istituzione ha grandi difficoltà ad esprimersi in pubblico, perché negli ultimi venti anni è stata colpita da scandali gravissimi: ha perso ogni forma di autorità morale dal punto di vista della società e della moralità pubblica. L’Arcivescovo di Dublino pronunciava a ragione queste parole.  Non so se questo è avvenuto o sta avvenendo, tuttavia certamente parte della preparazione all’Incontro delle famiglie che si terrà nel 2018 consiste nel discutere nelle parrocchie. In questo senso ci sono iniziative, ma questi temi non sono semplicemente religiosi e la divisione non è così netta tra persone religiose e non. Specialmente quando parliamo di cattolici irlandesi l’appartenenza e il fatto di sentirsi parte di una tradizione religiosa non sempre corrispondono a una piena accettazione degli insegnamenti fondamentali. In altre parole il ‘belonging’ e il ‘believing’ non sono sempre sovrapponibili: questo è un fenomeno che riguarda tutte le grandi confessioni, ovunque ci sia una appartenenza religiosa di massa è normale che ci sia uno zoccolo duro accanto a diverse forme, più tiepide, di credenza e appartenenza. Ora, tornando alle parole del vescovo, secondo me il referendum sull’aborto, come ho già detto, è molto diverso da quello sui matrimoni tra persone dello stesso sesso.

Nei prossimi due anni sono previsti altri appuntamenti di questo tipo, tra cui la consultazione sulla legge anti-blasfemia. Che significato dà a questa ulteriore iniziativa?

Hanno annunciato una serie di altri referendum, ma l’unico grande referendum sarà quello sull’aborto. Sulla legge anti-blasfemia le posizioni non sono ancora pubbliche, ma probabilmente ci sarà qualche gruppo che si opporrà e la questione è che c’è un articolo costituzionale che la prevede e un governo Fianna Fáil / Green ha tradotto in legge quello che era il dettato costituzionale, ma la legge stessa è molto vaga nella sua formulazione (dice che il reato di blasfemia avviene quando un gran numero di persone viene offesa), perché a suo tempo è stato scritta in modo che non venisse mai utilizzata. Adesso non si conoscono ancora bene le posizioni dei singoli partiti, ma posso prevedere che la maggior parte di questi lascerà all’elettorato decidere e, alla fine, si abolirà l’articolo costituzionale. Non vedo nessuna grande militanza: nel senso che neanche i gruppi più religiosi pensano che sia una questione da risolvere dal punto di vista legislativo. Nell’opinione pubblica non c’è grande dibattito, né una forte divisione su questo. Probabilmente avranno una posizione pubblica più forte i gruppi islamici. Ci sarà, forse, qualche gruppo cristiano che si opporrà, ma non è una battaglia considerata decisiva.

A che punto è, secondo lei, la secolarizzazione dell’Irlanda?

Ci sono dei dettagli della Costituzione che esprimono una sensibilità religiosa forte. Penso al preambolo, in cui c’è l’invocazione alla Trinità, ma che tuttavia non ha valore di legge ed è piuttosto un retaggio storico, espressione di com’era l’Irlanda che la redasse. I gruppi laici a volte esagerano segnalando questa forte connotazione cattolica della Costituzione. Storicamente è un’obiezione fondata. Quando è stata scritta, l’Irlanda era una nazione cristiana con fortissima componente cattolica, anche se poi la Costituzione fu pensata espressamente per includere i protestanti. Non è affatto una Costituzione settaria, tant’è che nessun protestante si è mai lamentato di questa connotazione. Con questo non si discute la visione cristiana che esprime. Col tempo alcuni elementi sono stati rimossi, mentre altri sono ancora lì senza rivestire una grande importanza. Le cariche pubbliche devono giurare e quando giurano devono invocare Dio e inoltre in Parlamento si cominciano le sessioni con una preghiera. Sono cose che per chi viene da una tradizione di laicità o di stato laico possono sembrare strane.

A me, come italiano, non farebbe alcuna impressione se togliessero la preghiera all’inizio della sessione parlamentare. Tra l’altro questo è stato discusso l’anno scorso, ma il governo attuale ha deciso di mantenerlo. Anche qui, però, bisogna ricordare che questa è una caratteristica che si trova non solo in Irlanda, ma in tutto il mondo post coloniale britannico. È l’eredità di un certo modo di vedere il rapporto tra religione pubblica e rappresentanza politica. Quindi c’è un processo di secolarizzazione per cui le leggi stanno cambiando secondo questo processo? Sì, questo è vero ed è pure vero che questo governo pare lo stia accelerando per ragioni ideologiche, per via della presenza di elementi fortemente laicisti. Non mi riferisco tanto al Primo Ministro, ma senza dubbio ci sono state alcune decisioni che sono andate in questa direzione. Non darei, però, la stessa importanza a tutte queste questioni, perché la legge sulla blasfemia è decisamente secondaria rispetto alla questione dell’aborto.

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