sabato, luglio 22
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Verso i nuovi totalitarismi genetici?

Prima il Kuwait, ora la Cina sembrano procedere verso una schedatura di massa del DNA dei propri cittadini. Una mossa che può sfociare in un “grande fratello” genetico molto pericoloso
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Da quando il genoma umano è stato mappato per la prima volta, ormai 17 anni fa, la genomica ha fatto passi da gigante. Sequenziare il codice genetico di un individuo costava miliardi di euro all’inizio di questo secolo, oggi è possibile riuscirci con appena 1000 dollari, e nei prossimi anni questa cifra è destinata a calare ulteriormente, rendendo l’analisi alla portata praticamente di chiunque. Le promesse non sono poche, e la più importante è quella rappresentata dalla medicina personalizzata: la fine, cioè, della somministrazione indiscriminata di farmaci a prescindere dalle sensibilità di ciascun paziente, con la conseguenza che una percentuale molto alta di farmaci risulta oggi del tutto inefficace e un’ulteriore percentuale produce rischiosi effetti collaterali; e l’inizio di una produzione di farmaci tarati sull’espressione genica di ciascun paziente, così da massimizzare gli effetti e minimizzare le conseguenze negative. In futuro, la nostra cartella clinica dovrà inevitabilmente includere una sequenza completa del nostro genoma, affinché la terapia somministrata sia quanto più possibile personalizzata. Già questo scenario pone una serie di questioni etiche, relative alla ‘privacy genetica, al problema cioè di come trattare questi dati estremamente sensibili. Ma le notizie degli ultimi mesi fanno temere una situazione già oggi abbondantemente fuori controllo sul piano preminentemente politico.

Lo scorso autunno ha tenuto banco la notizia di un progetto di legge del Kuwait per raccogliere campioni di DNA da parte di tutti i propri cittadini, per finalità di pubblica sicurezza. I vantaggi sono evidenti: se possedessimo un database con la sequenza completa del genoma di ciascun individuo, la medicina forense potrebbe rapidamente risalire all’identità di un assassino, di uno stupratore o di un altro criminale che abbia lasciato tracce di sé sulla scena del delitto (cosa che gli spettatori di CSI sanno essere estremamente facile). Il governo del Kuwait ha giustificato la sua iniziativa nel quadro del contrasto al terrorismo internazionale, sull’onda dei provvedimenti presi in seguito a un attentato che due anni fa ha fatto 27 vittime; ma le critiche da parte della comunità internazionale e i rischi di incostituzionalità del provvedimento l’hanno poi costretto a fare marcia indietro. I timori espressi dai giuristi non sono infondati. I dati genetici dei cittadini possono essere usati in mille modi diversi. In una democrazia matura potremmo persuaderci che la pubblica amministrazione ne faccia buon uso; ma in qualsiasi momento un cambio di regime potrebbe trasformare quella banca dati in uno strumento totalitario. Già in un paese come il Kuwait, dove l’adulterio è un reato punibile penalmente, uno dei timori riguardava la possibilità di effettuare la prova del DNA per individuare la paternità di figli nati fuori dal matrimonio.

La notizia più recente riguarda ora la Cina. Un rapporto dello Human Rights Watch rilanciato da un’inchiesta della rivista ‘Nature‘ ha svelato che il Governo cinese sta portando avanti la schedatura di milioni di cittadini. I campioni di sangue di circa 40 milioni di persone sono già stati raccolti, e nella provincia nord-occidentale dello Xinjiang, dove opera il movimento separatista degli uiguri, una minoranza etnica di religione islamica, la polizia si è dotata di alcuni avanzati sequenziatori di DNA in gran quantità, intimando a circa 13 milioni di abitanti di fornire i propri campioni di sangue per il sequenziamento e la conservazione in un database. Un’operazione che fa giustamente temere una deriva totalitaria in un’area dove da tempo le autorità sono impegnate nel contrasto al separatismo uiguro. Chi non si è sottoposto volontariamente all’operazione si è trovato i funzionari in casa o in ufficio, fatto che dimostra la determinazione del governo a procedere in questa direzione. Un futuro in cui questi dati potranno essere usati per una pulizia etnica chirurgica non è fantascientifico: oggi il governo cinese non sembra intenzionato ad andare in questa direzione, ma chi può garantire per il domani? La stessa domanda vale per tutti i Paesi del mondo. Quelli europei, proprio per questo motivo, si sono finora rifiutati di procedere in tal senso. La legislatura a protezione della privacy si sta rinforzando sempre di più in una società dove i nostri dati sensibili rischiano quotidianamente di finire nelle mani di malintenzionati; non si tratta solo di proteggere in futuro i propri dati genetici da compagnie d’assicurazione o datori di lavoro che ne potrebbero fare un uso discriminatorio, ma di metterli al riparo da Governi che potrebbero trovarsi un giorno tra le mani il più potente strumento di controllo totalitario della popolazione mai inventato dalla nostra civiltà.

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