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Venti filorussi nell’Europa orientale

La crisi della UE e l’arrivo di Trump tendono a risospingere un’ampia parte della regione più vicino a Mosca

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La prima a cadere, o a ricadere, potrebbe essere, se si vuole a buon diritto, proprio lei, uno dei più piccoli Paesi europei e, a quanto pare, il più povero: la Moldavia, o Moldova nella lingua nazionale quasi uguale al romeno. A cadere, cioè, lungo la strada che doveva portarla alla piena integrazione nell’Unione europea e che era stata uno degli ultimi ad imboccare. E a ricadere, invece, nell’orbita russa dalla quale era uscita un quarto di secolo fa, dopo essere stata per quasi mezzo secolo una delle Repubbliche costitutive dell’Unione Sovietica, previo ingrandimento, a spese dell’Ucraina, della Bessarabia strappata alla Romania, alleata della Germania nazista nella seconda guerra mondiale.

Grazie alla stretta parentela della maggioranza della sua popolazione con la stessa Romania, ormai da molti anni membro della UE e dell’Alleanza atlantica, sembrava che il cammino della Moldavia verso occidente dovesse piuttosto agevole. Fin dall’inizio, però, a complicare le cose intervenne la secessione conflittuale della Transnistria, abitata in maggioranza da russi e ucraini e saldamente presidiata da uno spezzone dell’ex Armata rossa, che Mosca non si è mai mostrata disposta a ritirare se non, forse, in cambio di una formale rinuncia moldava ad aderire alla NATO riunificandosi o meno con la Romania.

Hanno pesato molto, tuttavia, anche fattori interni quali la litigiosità politica, una devastante corruzione e la persistente attrazione della Russia alimentata da importanti legami economici e incarnata dalla sopravvivenza di un forte partito comunista.  Malgrado l’esplosione della crisi ucraina, o forse proprio grazie ad essa, si era finalmente riusciti a varare un accordo di associazione e libero scambio con la UE, entrato in vigore nello scorso luglio e concepito da entrambe le parti come preludio a più stretti vincoli. Ma in novembre è sopraggiunta l’elezione alla presidenza della Repubblica del comunista Igor Dodon, decisamente e attivamente filorusso (a differenza del suo predecessore e del Governo di coalizione capeggiato da Pavel Filip), favorevole piuttosto all’adesione all’Unione eurasiatica guidata da Mosca e sostenuto al riguardo da crescenti consensi popolari.

In attesa delle prossime elezioni parlamentari, previste per il 2018, Filip porta avanti l’indirizzo filoccidentale concordando tra l’altro l’apertura a Chisinau, la capitale moldava, di un ufficio di collegamento con la NATO. Per contro, mentre si proroga per un triennio la vitale fornitura di gas russo, Dodon accetta di incontrarsi per la prima volta dopo molti anni con il Presidente della Repubblica di Transnistria (priva sinora di qualsiasi riconoscimento internazionale) e prende ulteriori distanze da Bucarest togliendo la cittadinanza moldava ad un ex Presidente romeno che propugna la riunificazione nazionale.

Chisinau attende inoltre la visita del Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il cui interesse per i gagausi, la considerevole minoranza turcofona del Paese, si manifesta in congiunzione con il marcato avvicinamento di Ankara a Mosca. Il quale, peraltro, è solo uno degli sviluppi più recenti che maggiormente impattano sul contesto internazionale della problematica est-europea nel suo complesso e non solo della fascia più meridionale della regione.

Il principale, in quanto il più gravido di possibili e profonde ripercussioni, è naturalmente l’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca, che minaccia (o promette, a seconda dei punti di vista) di imprimere una svolta di rilievo storico alla politica estera americana avvenendo all’insegna di propositi concilianti nei confronti della Russia, tornata a sua volta grande protagonista sulla scena europea e mondiale, compreso il ventilato  declassamento, se non addirittura la rottamazione dell’Alleanza atlantica, sia pure controbilanciati in certo qual modo dall’altro obiettivo dichiarato di ridare agli USA una ‘grandezza’ che avrebbero perduto.

Sono propositi che suonano quasi funerei alle orecchie dei Paesi di frontiera già membri della NATO e della UE o aspiranti a diventarlo e che oggi hanno o credono di avere buone ragioni per temere soprassalti dell’espansionismo o egemonismo russo. E’, infatti, evidente che la copertura atlantica contro un simile pericolo, vero o presunto, oggi come oggi viene assicurata soprattutto dalla potenza militare americana e dalla volontà di Washington di usarla in caso di necessità, sulla quale aveva cominciato ad aleggiare qualche dubbio già prima dell’elezione di Trump.

E’ vero che a Bruxelles e in altre capitali europee ci si accinge a premunirsi contro simili prospettive estendendo al settore militare le competenze dell’Unione e comunque rafforzando la capacità difensiva dei suoi membri, già peraltro menomata, semmai, da una diserzione pesante come quella della Gran Bretagna, la sola dotata, insieme alla Francia, di un deterrente nucleare per quanto piccolo.
Ma qui entra in gioco l’altro sviluppo contestuale di maggiore spicco, ossia la crisi pressocchè generale che sta attraversando la stessa UE a causa di disuguali difficoltà economiche, dell’ascesa delle forze populiste e più o meno euroscettiche (aggettivo, per la verità, alquanto eufemistico) e delle divergenze tra gli Stati membri anche e proprio in materia di rapporti con la Russia, benchè, complessivamente, la linea dei 28 (e ora, pare, 27) sia stata sinora improntata ad una minore durezza nei confronti di Mosca rispetto a quella degli USA, in particolare per quanto concerne le sanzioni provocate dalla crisi ucraina.

Ora si dovrà vedere se e fino a che punto Putin approfitterà di circostanze comunque favorevoli per svelare i suoi piani o le sue reali propensioni. Se intende davvero puntare, cioè, alla ricomposizione dell’impero zarista e poi sovietico, passando sopra ai diritti naturali o acquisiti di qualsiasi nazione non russa e confermando così le imputazioni che gli vengono accollate in Occidente, o quanto meno i sospetti da lui stesso suscitati dichiarandosi inconsolabile per ‘la più grande tragedia del secolo’ scorso, il decesso appunto dell’URSS. Oppure, se si accontenterà di respingere quelle che a Mosca si denunciano come mosse offensive altrui ottenendo con le buone o con le cattive una soluzione di compromesso, come minimo, della questione ucraina, causa determinante della tensione con l’Occidente. Una soluzione, cioè, che soddisfi anche ad altri effetti la richiesta russa di quel concreto rispetto dei propri diritti di grande potenza, regionale o mondiale, che Trump appare disposto a tributare più di Barack Obama, inviso a Putin forse non meno dell’ex candidato repubblicano alla Casa bianca, Mitt Romney, che bollava la Russia come ‘avversario strategico numero uno’.

A prescindere dalle etichette, esiste nell’Europa centro-orientale un gruppo di Paesi, situati nella sua fascia più settentrionale, che mostrano di aspettarsi senz’altro il peggio da Putin e si comportano di conseguenza, anche se con scarsa coerenza nel caso della Polonia. La quale, a differenza delle tre Repubbliche baltiche cui l’accomuna una storica soggezione alla dominazione russa prima che sovietica, milita attualmente nello schieramento degli euroscettici rischiando di contribuire allo sfascio o quanto meno all’ulteriore indebolimento di quella che potrebbe divenire domani la residua istituzione protettiva contro un nemico secolare. E di ritrovarsi, quindi, rovinosamente isolata come è già accaduto in passato.
Maggiore coerenza e, forse, previdenza, si riscontrano invece più a sud, sempre all’interno del quartetto di Visegrad che oltre alla Polonia comprende i due Stati eredi della Cecoslovacchia e l’Ungheria. Qui può sorprendere il ruolo di battistrada assunto da quest’ultima, che aveva condiviso a lungo con la Polonia una particolare insofferenza nei confronti dell’egemonia sovietica, coronata nel suo caso dalla rottura degli argini che propiziò la caduta del Muro di Berlino nel 1989.
Oggi Budapest marcia in testa a quanti sfidano Bruxelles su vari terreni tra cui una sbandata autoritaria, un ostentato flirt con Mosca e persino l’esplicito apprezzamento della versione russa della democrazia da parte del premier Viktor Orban, già indomito dissidente sotto il regime comunista. Ma mentre per Budapest come per Varsavia molti contano, all’interno come all’estero, sull’avvento di nuovi governi capaci di cambiare rotta, sia pure in senso parzialmente opposto, l’esempio magiaro minaccia di essere seguito dagli altri due membri del gruppo Visegrad.

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2 commenti su “Venti filorussi nell’Europa orientale”

  1. Nicholas scrive:

    Segnalo un errore nell’articolo. Il candidato repubblicano alla Casa Bianca nel 2012 si chiamava Mitt e non “Mick” Romney.

    1. Daniele Petroselli Daniele Petroselli scrive:

      Ci scusiamo per l’errore, provvediamo subito a correggerlo

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