martedì, agosto 21

Venezuela(ni): un popolo in cammino L’esodo da Maduro mette alla prova l'approccio progressista dell’America Latina alle migrazioni e la obbliga a ripensare la sua politica sui rifugiati

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Affamati cercano scampo in Paesi che non li vogliono più. Non stiamo parlando di africani, ma di latinoamericani, e più precisamente degli uomini e delle donne del Venezuela. Venezuelani, loro, ‘cugini’ di primo grado degli svizzeri dell’America Latina, ovvero gli uruguayani, anche loro oramai per nulla più svizzeri. Ora uruguayani e venezuelani non sono più parenti, e per quanto anche gli uruguayani abbiano perso gli spiccati tratti svizzeri, quelli che stanno peggio sono i venezuelani.

Venezuelani, un popolo in cammino, verso Paesi  -Colombia, Ecuador, Perù, Brasile- che iniziano a non volerli più, un popolo fatto dai migranti europei del secolo scorso che ora si fa migrante.

La portata dell’esodo venezuelano, iniziato nel 2014 e che in questi mesi sta raggiungendo l’apice, sta mettendo alla prova l’approccio storicamente progressista dell’America latina alle migrazioni, nota Charlotte Alfred responsabile editoriale di ‘Refugees Deeply’. L’America Latina, prosegue Alfred, «ha una lunga tradizione di solidarietà regionale e apertura alla migrazione. La maggior parte dei Paesi della regione ha risposto alla crisi venezuelana mantenendo le frontiere aperte e offrendo ai venezuelani ingressi legali». Il mondo, chiosa la responsabile di ‘Refugees Deeply’,  «ha molto da imparare dall’America Latina a questo riguardo». Ora, però, anche l’America Latina comincia a diventare insofferente, il crescente numero di rifugiati venezuelani ha fatto pressione su questa solidarietà, facendo esplodere tensioni tra le istanze di politica interna e quelle delle alleanze regionali  e dei  valori tradizionali di queste terre.

La Colombia soffre questa ondata di ingressi oramai da mesi, ora l’Ecuador ha dichiarato lo stato di emergenza nel nord in risposta agli arrivi venezuelani oramai ingestibili per il piccolo Paese, il  Brasile lunedi ha chiuso momentaneamente il confine  settentrionale con il Venezuela nel tentativo di bloccare la massa di migranti. Il provvedimento aveva fatto seguito alla decisione di un giudice federale che poneva fine all’entrata dei  venezuelani nello Stato di Roraima fino a quando un numero adeguato di immigrati venisse trasferito altrove in Brasile. Decisione alla quale si è opposta la Presidenza della Repubblica, il presidente Michel Temer, infatti, si è opposto in modonon negoziabilealla chiusura della frontiera, come affermato dai suoi Ministri, motivazioni chiaramente ideologiche-politiche, che comunque alla fine hanno prevalso, e il confine è stato riaperto.
La capitale dello Stato di Roraima, Boa Vista, ha ospitato il maggior numero di immigrati venezuelani nel Paese -circa 25.000 su un totale di 330.000 abitanti delle città. Questo confine è un punto di passaggio principale per decine di migliaia di migranti venezuelani, un afflusso che è aumentato drammaticamente negli ultimi due anni. Si stima che 500 venezuelani attraversino il confine terrestre in Brasile ogni giorno. Il governatore di Roraima, Suely Campos, aveva chiesto alla Corte Suprema federale già a maggio di chiudere il confine, oltre all’assistenza finanziaria per ridurre al minimo l’impatto sui servizi pubblici, e a fine 2017 aveva già dichiarato lo stato di emergenza sociale come risultato di un «flusso intenso, illimitato e disordinato di venezuelani senza mezzi o condizioni per sostenersi».

Secondo il  Migration Policy Institute (MPI), quello dei venezuelano è il più imponente esodo umanitario della storia dell’America Latina. L’aggravarsi della crisi politica, economica e umanitaria in Venezuela ha portato tra un minimo di 1,6 milioni a un massimo di 4 milioni di persone in fuga. Centinaia di migliaia di persone hanno abbandonato il Paese nella prima metà dell’anno, e il numero continua a salire, alcuni esperti prevedono che la migrazione potrebbe superare quella dei siriani  -5,6 milioni di persone che negli anni sono fuggiti dalla guerra. Si tratta di undislocamentodi una intera popolazione e secondo alcuni osservatori solo ora si comincia a vedere la portata del fenomeno.

Circa 568.000 venezuelani vivevano all’estero sotto una qualche forma disoggiorno legale alternativo’, secondo l’UNHCR, non ‘asilo’, ma soluzioni che permettono loro di vivere, lavorare e accedere ai servizi nel Paese ospitante per qualche anno, in particolare nell’area Mercosur e UNASUR.

Secondo i dati di aprile 2018, rilevati da una ricerca MPI, circa l’80% della popolazione vive in condizioni di grave povertà e centinaia di migliaia di persone sono a rischio di morte per fame.

Circa la metà dei giovani intervistati per la ricerca sulla quale ha lavorato MPI, di età compresa tra i 18 e i 24 anni e il 55% degli intervistati della classe medio-alta, hanno dichiarato di sperare di andarsene, secondo un sondaggio del dicembre 2017 di Consultores 21, e l’America latina è identificata come la destinazione preferita. 

Il numero di venezuelani che entrano in Perù è quasi quadruplicato su un periodo di quattro mesi: da 100.000 a marzo 2018 a quasi 350.000 all’inizio di giugno. 

Man mano che l’esodo si espande, i bisogni umanitari dei migranti diventano più urgenti. Questi flussi rappresentano una sfida significativa per i governi dell’area e hanno prodotto reazioni diverse anche in base alla colorazione politica dei governi accoglienti. Governi -tutti- che hanno dimostrato molta solidarietà ai venezuelani e che ora incontrano difficoltà crescenti nel soddisfare i bisogni dei migranti, da qui l’inizio dei tentativi di blocco degli ingressi.

La maggior parte dei migranti venezuelani intervistati sono in età lavorativa -con una rappresentanza più forte di giovani adulti in alcuni Paesi quali Perù e Costa Rica-,  e di sesso maschile; si può ipotizzare che i giovani venezuelani maschi generalmente migrino per primi, si stabilizzino e approntino l’arrivo delle loro famiglie, per quanto sempre più spesso partano intere famiglie insieme.

I rapporti dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) segnalano come  con l’aggravarsi della crisi in Venezuela, gli emigranti arrivano nei Paesi di destinazione o di transito in condizioni sempre più disastrose.

Storicamente, gli emigranti venezuelani tendevano essere molto istruiti e qualificati. Tra il 1990 e il 2000, i venezuelani negli Stati Uniti erano tra i gruppi di immigrati con la più alta percentuale di individui che occupavano posizioni dirigenziali. Metà dei venezuelani che lasciano il Paese ora hanno ancora una laurea, ma «il profilo dei migranti si sta rapidamente diversificando», riferisce MPI, ma il livello di scolarità sta rapidamente e gradualmente diminuendo.

Sta aumentando il numero di venezuelani migranti con uno status socio-economico basso. Sebbene circa la metà degli intervistati emigrati appartengano a famiglie con reddito superiore alla media   -perché nel 2014 i primi che hanno lasciato il Paese sono stati coloro che appartenevano al ceto medio e medio-alto del Paese-,   il 12 percento è tra i più poveri della società venezuelana

Cresce il numero dei venezuelani appartenenti alla popolazione indigena che attraversa il confine orientale della Colombia o che entra nelle aree settentrionali del Brasile. I migranti venezuelani che raggiungono Argentina, Cile, Colombia e Perù si dirigono verso le grandi città, mentre quelli che scelgono il Brasile hanno in gran parte cercato di rimanere nelle province settentrionali, lungo il confine. 

Sempre secondo il lavoro condotto da MPI, il 56% degli intervistati venezuelani in Brasile è disoccupato, in Colombia lo è il 33%, in tutti e due i Paesi, oltre l’80% degli intervistati occupati ha dichiarato di lavorare nel settore informale, il che è determinato dal fatto che circa un terzo vive in questi Paesi in clandestinità, oppure, come il caso dei venezuelani che vivono in Perù, dal fatto che sono entrati nel Paese con un visto turistico, il che impedisce di trovare lavoro legalmente. Il che determina «livelli relativamente alti di sfruttamento del lavoro», sottopagato nel 14% dei casi  in Brasile, nel 18% in Colombia e nel 28% in Perù, secondo il sondaggio Displacement Tracking Matrix al quale fa riferimento il lavoro di MPI. Il che innesca l’altro fenomeno ben conosciuto: la guerra tra poveri tra i lavoratori delle fasce più basse. In alcuni Paesi, in primis Perù e Panama, il ‘risentimento’, determinato dallacompetizioneper il lavoro nell’economia informale, tra i locali e i  venezuelani è cresciuto.

 

Insieme alle difficoltà, si è aperto ed è cresciuto il dibattito sullo status dei venezuelani: dovrebbero essere considerati migranti economici o rifugiati? I venezuelani devono emigrare per sopravvivere, causa la grave mancanza di cibo, medicine e servizi sociali di base, che si assommano a violenza diffusa,  corruzione, estorsione -il Paese è il più violento in America Latina- e violazioni dei diritti umani, arresti arbitrari, torture di prigionieri. La maggior parte dei Paesi dell’Area ha adottato e attuato sia la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, che la Dichiarazione di Cartagena del 1984. Ginevra e Cartagena insieme compongono una struttura che secondo alcuni giuristi farebbe dei venezuelani dei rifugiati.

Dal 2014, circa 280.000 venezuelani hanno fatto richiesta di asilo in tutto il mondo, tra cui 117.000 fino a inizio giugno nel solo 2018, secondo l’UNHCR. Il Perù ospita il 45% di tutti i richiedenti asilo venezuelani, circa 127.000 individui, seguiti dagli Stati Uniti (68.000) e dal Brasile (33.000). Il Messico è l’unico Paese della regione ad aver approvato quasi tutte le richieste di asilo da parte dei venezuelani.

L’Argentina e l’Uruguay sono stati, secondo MPI, i Paesi più accoglienti della regione per i migranti venezuelani dal punto di vista della legislazione. L’Argentina ha concesso ai venezuelani visti senza restrizioni ai sensi del Mercosur Residency Agreement, consentendo loro di vivere e lavorare nel Paese per un periodo rinnovabile di due anni. Inoltre, nel febbraio 2018, ha facilitato il processo per i venezuelani estendendo il termine per presentare la documentazione richiesta, considerando che molti non erano in grado di fornire documenti. 

L’Uruguay ha concesso la residenza legale ai venezuelani in base all’accordo Mercosur.

Diversi Paesi hanno messo a punto speciali accordi giuridici per affrontare l’immigrazione venezuelana. In Perù, il permesso di soggiorno temporaneo ha concesso la residenza temporanea ai venezuelani da gennaio 2017. Qui vi sarebbe un arretrato amministrativo, a metà giugno 2018, solo 45.000 dei quasi 350.000 venezuelani in Perù avevano ottenuto il permesso.

La Colombia inizialmente adottò un approccio simile con il  permesso di soggiorno speciale, che offriva residenza temporanea ai venezuelani che arrivarono tra luglio 2017 e febbraio 2018. A partire da aprile 2018, quasi 156.000 venezuelani sono stati in questo modo registrati. Nel febbraio 2017, la Colombia ha iniziato a emettere documenti che garantivano la mobilità attraverso le frontiere, consentendo ai venezuelani di viaggiare liberamente tra i due Paesi. Da febbraio 2018 tutto è bloccato.

Anche il Brasile ha optato per la creazione di un permesso speciale per i venezuelani Nel marzo 2017, ha approvato una risoluzione che concede il soggiorno temporaneo ai venezuelani per due anni.
Ad aprile 2018, il Cile ha lanciato un visto per i cittadini venezuelani, rilasciato dal consolato cileno di Caracas, visto che fornisce ai potenziali migranti una residenza temporanea in Cile per un periodo di un anno. Altri Paesi, come l’Ecuador, il Messico e Panama, non hanno stipulato alcun regime giuridico speciale per i venezuelani, optando per fornire loro un soggiorno legale utilizzando canali di immigrazione preesistenti. 

L’Ecuador fornisce una residenza temporanea ai venezuelani per un periodo di due anni attraverso lo schema dei visti sviluppato dall’UNASUR, oppure attraverso un accordo bilaterale del 2011. L’accesso a questi visti è molto limitato nella pratica dal loro costo elevato.

Panama ha implementato restrizioni sull’immigrazione venezuelana, sia in termini di requisiti sia limitando il periodo in cui possono rimanere nel Paese.

Le risposte dei diversi Paesi «all’esodo venezuelano devono essere intese nel contesto di quello che è stato descritto come un cambio di paradigma liberale nell’immigrazione e nella legislazione sull’asilo latinoamericano e nella politica, nonché nelle attuali dinamiche politiche regionali», sottolineano da MPI.

Negli ultimi 20 anni, in un’ondata di politiche liberali, la maggior parte dei Paesi latinoamericani ha riformato le proprie leggi sull’immigrazione e sui rifugiati, le quali risalivano in gran parte al periodo delle dittature militari degli anni ’70 e ’80 e avevano una prospettiva incentrata sulla sicurezza. Le nuove leggi hanno posto l’enfasi sui diritti dei migranti, «sulla non discriminazione e sulla protezione dei gruppi vulnerabili. Alcuni Paesi riconoscono persino il diritto alla libera circolazione, come implicito nelle leggi sull’immigrazione in Argentina, Bolivia, Ecuador e Uruguay, e nella costituzione dell’Ecuador del 2008». Quasi tutti i Paesi della regione hanno fatto propria la definizione di ‘rifugiato’ che ha sancito la Carta di Cartagena.

Tale liberalizzazione delle politiche sull’immigrazione, prosegue MPI nell’analisi,  aveva un senso in termini politici e questi Paesi se lo potevano permettere in quanto vi erano grandi comunità di latinoamericani negli Stati Uniti e in Europa, ma pochi immigrati, richiedenti asilo e rifugiati all’interno della regione. 
Oggi la politica migratoria in America Latina segue una logica diversa. Nel caso dei migranti venezuelani, accettare questi migranti -in particolare i rifugiati- o creare visti speciali come il Visto approntato dal Cile, significa mandare un messaggio politico inequivocabile al Governo socialista di Caracas. Così si spiegano visti e provvedimenti simili liberali e accoglienti da parte dei Paesi ora governati dai conservatori, tra cui l’Argentina con Mauricio Macri e il Cile con Sebastián Piñera.

D’altra parte, i Paesi ancora allineati con il regime di Maduro, come la Bolivia e l’Ecuador, negano l’esistenza di una crisi migratoria regionale. In particolare, in Ecuador, questa negazione alimenta il divario esistente tra la legislazione sui diritti umani e la sua attuazione che rende la vita difficile agli immigrati. Inoltre, nonostante il generale cambio di paradigma liberale, la mobilità umana rimane un problema di sicurezza nazionale per i responsabili delle politiche in tutta la regione.

Il Sud America inizierà a ribellarsi alle migrazioni causa la crisi venezuelana? Uno spostamento reazionario in materia di confini e loro chiusura viene considerato dal MPI improbabile, tranne forse nel caso della Colombia, che sembrerebbe aver cominciato a deportare i venezuelani.  Di certo alcuni governi hanno iniziato a reprimere la migrazione. Il Brasile ha militarizzato la sua regione settentrionale e ha chiuso, anche se per poco, il suo confine nord  -riaperto, ma non è detto che resti aperto-, diversi Paesi hanno bloccato il rilascio dei permessi di soggiorno speciali, e il Messico ha deportato alcuni venezuelani prima che potessero presentare richiesta di asilo.

Nel complesso, la politica nella regione è stata finora caratterizzata dall’inerzia verso il crollo -relativamente lento- del Venezuela «e le reazioni alla conseguente crisi migratoria possono essere meglio descritte come misure ad hoc. Mentre Colombia e Perù chiedono una cooperazione regionale per gestire l’esodo, sembra che la maggior parte dei governi della regione siano troppo preoccupati di gestire le proprie transizioni e crisi politiche interne per impegnarsi seriamente in coerenti risposte di politica estera al regime di Maduro, o per sostenere l’un l’altro nella ricezione e integrazione dei venezuelani sfollati».

I governi hanno compiuto un primo passo verso la condivisione della responsabilità regionale riunendosi per discutere i dislocamenti venezuelani attraverso il gruppo di Lima, un organismo multilaterale di 14 Paesi (in particolare escludendo Bolivia, Ecuador e Nicaragua), lo scorso anno. Nel frattempo, l’esodo continua a crescere di giorno in giorno, e cresce la pressione dell’opinione pubblica, la quale ha bisogno di soluzioni sostenibili per poter conservare il suo spirito di accoglienza.

Un popolo in cammino, e in qualche modo in fermento, al quale se gli chiede di esprimersi circa la disponibilità al ritorno in patria si riscontra una disponibilità molto limitata a ritornare, molto ampia, invece, a partecipare e impegnarsi da distanza, in qualche modo, alla ricostruzione democratica del Paese, quando verrà l’ora. Per il momento camminano, per se stessi, e per i loro cari rimasti in Venezuela, ai quali  -come i migranti di tutte le latitudini e di tutti i tempi- inviano rimesse, cibo e medicine; nel 2016, i venezuelani all’estero hanno inviato circa $ 106 milioni di rimesse, secondo la Banca Mondiale.

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