martedì, agosto 21

Venezuela: tra Papa Francesco e Trump, la rivoluzione di Maduro ha i minuti contati?

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«Io non voglio la guerra civile …. (sulla base delle) prerogative presidenziali come capo di Stato convoco il potere costituente originario per ottenere la pace che serve alla Repubblica e per sconfiggere il golpe fascista». Queste le allarmanti parole che ieri il Presidente della Repubblica Venezuelana Nicolas Maduro ha pronunciato, di fronte a numerosi suoi sostenitori in occasione di una manifestazione per il Primo Maggio. La riforma, nelle intenzioni di Maduro, dovrebbe prevedere la riscrittura delle leggi sul funzionamento dello Stato, in particolare di quella parte da lui considerata «marcia», ossia l’Assemblea Nazionale, tentando di estromettere i partiti politici e coinvolgere i cittadini, sicuramente quelli a lui molto vicini, oltre che allontanare, in questo modo, come denunciato su Twitter dal leader dell’opposizione Henry Ramos Allup, la data delle elezioni.

«Dovete prepararvi ad un tempo di massacri e di morte». Una frase che non lascia spazio a dubbi, quella che Maduro aveva urlato ad un’assemblea di militanti qualche mese fa e poi riprese nei giorni scorsi dalla tv di stato e social – media filo-governativi. Sono ormai settimane che le piazze di Caracas e di tutto il Venezuela si tingono del grigio del fumo delle bombe carta e dei lacrimogeni che si lanciano reciprocamente i manifestanti e la Polizia, mentre il Paese, a passo deciso, viene trascinato da Maduro nel tunnel dell’isolamento internazionale. Non sono mancati gli scontri con tragici epiloghi come l’ultimo che avrebbe allungato l’ elenco delle vittime a quasi 40 nomi. A questi disordini avrebbero partecipato anche i ‘colectivos’, gruppi paramilitari che agiscono in modo squadrista, seminando il terrore tra coloro che scendono in strada.

Delcy Rodriguez

Giovedì 27 aprile il Ministro degli Esteri, Delcy Rodriguez,  ha annunciato che il Venezuela si ritirerà dall’ OSA (Organizzazione degli Stati Americani), organizzazione nella quale risiede dal 1948, «Ministero delle Colonie statunitense»come era solito definirla Fidel Castro, poiché « (l’ OSA) ha insistito con le sue azioni intrusive contro la sovranità della nostra patria»: infatti aveva richiesto convocazione di un vertice dei vari ministri degli esteri della regione per discutere la crisi in corso a Caracas.

Ma facciamo un passo indietro. Il 27 Marzo scorso il Tribunale Supremo di Giustizia, sotto il controllo del Governo, si era attribuito il potere legislativo proprio del Parlamento, inaugurando quella che tutto il mondo aveva bollato come una vera e propria svolta autoritaria. Pochi giorni dopo, a fronte delle proteste interne ed esterne al Paese, il Parlamento ha riottenuto i suoi poteri, ma il malcontento non è scemato. Diverse sono state le richieste di aiuto internazionale per medicine e generi alimentari. Janeth Marquez, direttrice nazionale di Caritas Venezuela, ha dichiarato che attualmente «l’80% di persone è in povertà, di cui il 50% in condizioni estreme (…)I bambini e gli anziani sono i più colpiti, ma la situazione difficile riguarda tutti, poveri e classe media».

Maduro, dopo esser subentrato al suo predecessore Hugo Chavez nel 2013, non ha fatto nulla per rimettere in sesto un Paese già così afflitto dalle difficoltà economico-sociali, perpetuando l’ intento di attuare la rivoluzione socialista, non nascondendo la forte insofferenza verso gli Stati Uniti: ha lanciato, a metà aprile, un piano speciale, il cosiddetto ‘piano Zamora’, che prevede una serie di azioni strategico -militari atte a «garantire il funzionamento del nostro paese, la sua sicurezza, l’ordine interno e l’integrità sociale», in difesa dalle azioni imperialiste statunitensi. Venerdì scorso, il Presidente Donald Trump ha incontrato il suo omologo argentino Mauricio Macri, e ha dichiarato che  «Il Venezuela è un disastro, vedremo cosa succede». Da sempre, gli Stati Uniti guardano con grande attenzione quanto accade nella vicina America Latina e non è escluso che il loro ruolo nella risoluzione della crisi possa essere fondamentale.

Papa Francesco e Pietro Parolin

Ma numerose sono state, nei mesi scorsi, le invocazioni di un intervento mediatore da parte della Santa Sede. Proprio a fine 2016 risale la lettera del Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, (che ha vissuto come Nunzio Apostolico proprio in Venezuela prima di assumere la carica che oggi ricopre), nella quale venivano elencati una serie di requisiti perché potesse aver luogo l’ entrata in azione del Vaticano: la liberazione degli oppositori politici, la definizione di un calendario elettorale, il nullaosta all’ arrivo di aiuti umanitari e la riaffermazione dei poteri del Parlamento.

Durante il Regina Coeli recitato in Piazza San Pietro, domenica 30 aprile, Papa Francesco ha rinnovato la sua vicinanza alle famiglie delle vittime degli scontri e ha aggiunto «rivolgo un accorato appello al Governo e a tutte le componenti della società venezuelana affinché venga evitata ogni ulteriore forma di violenza, siano rispettati i diritti umani e si cerchino soluzioni negoziate alla grave crisi umanitaria, sociale, politica ed economica che sta stremando la popolazione», evidenziando una mancanza di unità anche nell’ opposizione. A questa velata insinuazione, il fronte democratico non ha esitato a replicare, mediante una lettera, l’ assoluta assenza di divisioni interne e il leader anti – Maduro, Henrique Capriles, in un’ intervista, ha dichiarato «Noi dell’opposizione a Maduro condividiamo l’appello di pace fatto poco tempo fa da Papa Francesco per il nostro paese. Dobbiamo anche dire però che il Santo Padre dovrebbe essere maggiormente aggiornato sulla reale situazione in Venezuela».

Due giorni fa, con l’ intento di rendere le acque meno tempestose, è stato annunciato dal Presidente Maduro l’ aumento del salario minimo per garantire l’ acquisto di generi alimentari e medicine, senza gravare sui contributi che devono essere versati dalle aziende, non inserendo, però, tra i destinatari di questo aumento, i pensionati.

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