lunedì, ottobre 23

Veneto, Lombardia, Sardegna…sognando Catalogna Intervista a Carlo Pala, politologo dell'Università di Sassari

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«Sogno Catalogna. E un giorno io voterò». Dalla Lombardia al Vento alla Sardegna gli indipendentisti italiani sognano Barcellona. Da quando, il 20 settembre scorso, la Guardia Civil spagnola ha arrestato 14 alti funzionari del Governo catalano impegnati nell’organizzazione del referendum e sequestra quasi dieci milioni di schede elettorali, non passa giorno che le agenzie non battano lanci di organizzazioni indipendentiste e della Lega in supporto agli indipendentisti catalani, anche dai toni tra l’aulico e il drammatico.

«Il popolo catalano e le istituzioni che lo rappresentano stanno vivendo, in questi giorni, ore drammatiche e sconcertanti che riportano alla luce antistoriche e stantie pratiche violente e centraliste che rischiano di provocare una inaccettabile ferita alla democrazia e minano la credibilità politica dell’Unione europea», si legge in un comunicato stampa congiunto di PSd’Az al quale hanno partecipato La Base, Rossomori, l’Associazione Sardos, Sardegna Possibile, Liberu, Sardigna Natzione, Irs, Sardigna Libera, Gentes.  «Gli arresti, le violenze e i sequestri ad opera del governo del Regno di Spagna», proseguono, «non fermeranno però il referendum per l’indipendenza della Catalogna e non rallenteranno il cammino di libertà intrapreso dai popoli europei, ad iniziare da quello sardo».

«Quella che si sta scrivendo in queste ore in Catalogna è una delle peggiori pagine della storia della democrazia europea. In queste ore, anche in maniera poco evidente, si sta perpetrato un attentato alla democrazia. Di fronte alla richiesta di un popolo di potersi esprimere, c’è un Governo che decide di rispondere alla democrazia con la dittatura, con arresti, sequestri, perquisizioni e quant’altro» sostiene il Presidente del Veneto, Luca Zaia, esprimendo la propria solidarietà totale al popolo catalano.

Osservatori sardi e veneti saranno presenti domani a in Catalogna a supportare i colleghi nel loro giorno più importante. Il referendum catalano per gli indipendentisti e autonomisti italiani è un evento galvanizzante, anche per la coincidenza di date: il 22 ottobre, infatti, in Lombardia e in Veneto si terranno due referendum locali consultivi per la richiesta allo Stato centrale di maggiore autonomia. Nessun paragone è possibile tra i tre referendum, se non nel messaggio politico insito nel ricorso al voto – perché «la politica è fatta anche di messaggi e il referendum è un’occasione unica per chi vuol far capire che le cose così come sono non vanno bene», come direbbe il Governatore della Lombardia, il leghista Roberto Maroni -, ma in Catalogna si voterà per l’indipendenza, ovvero la secessione, la creazione di un nuovo Stato, in Lombardia e in Veneto per richiedere una maggiore autonomia. In Veneto e in Lombardia si guarda a una maggiore autonomia, nessuno pensa alla secessione. In Sardegna, che già gode di uno Statuto Speciale, per tanto del più alto grado di autonomia, le spinte verso il secessionismo sono ben radicate e allo stato attuale consolidate.

In Italia, insomma, convivono autonomismo e indipendentismo, e di questa realtà italiana in rapporto alla Catalogna ne parliamo con Carlo Pala, politologo dell’Università di Sassari, tra i massimi esperti nazionali in materia.

Quali sono le differenze fra l’indipendentismo italiano e quello catalano?

La matrice indipendentista, in tutta Europa e non solo, muove sempre da elementi che possono essere accomunati, sebbene si tratti di contesti differenti, e ci sono delle determinanti protopolitiche che spingono un popolo a chiedere l’indipendenza. Il catalanismo, che precede l’indipendentismo, è un movimento che non è mai scomparso dalla storia di quella Nazione, è sempre stato presente anche durante la dominazione franchista e solo di recente l’autonomismo e la volontà di federalismo presente in Catalogna, all’interno di uno Stato unitario spagnolo, si è evoluta in un senso indipendentista. La Catalogna per arrivare a questo punto ha compiuto un grande lavoro per quanto riguarda quegli elementi identitari etno-culturali che sono quasi sempre alla base di ogni scoperta indipendentista. Ha lavorato moltissimo sulla lingua, tanto da imporla alla popolazione, che è stata centrale nello sviluppo di tutte queste questioni, ed è stata in grado di assurgere come movimento indipendentista in risposta ad un movimento di nazionalità che non trovavano più nello Stato spagnolo, ma che hanno di recente scoperto al proprio interno.

Lo stesso discorso si può fare per i movimenti indipendentisti italiani, in particolar modo per quello sardo, quando la politica da sola non basta, il popolo deve basarsi su delle determinanti di carattere storico-politico, identitario, linguistico, culturale e ambientale sui quali costruire la propria identità. Bisogna, comunque, sempre analizzare i vari contesti.

Quali sono le motivazioni profonde che spingono i movimenti indipendentisti italiani a volere la scissione dall’Italia?

Non è possibile fornire un quadro d’insieme per tutti quei territori italiani, che nel passato o nel presente, hanno richiesto o richiedono tutt’ora l’indipendenza dallo Stato italiano.

Per ogni contesto vi sono delle motivazioni differenti. Per gli indipendentismi più antichi, come quello sardo, siciliano ed alto-atesino, le valutazioni che si possono fare sono più che altro di carattere storico, geografico, socio-economico e culturale. Vi sono dei territori che in passato non hanno mai espresso una volontà di indipendentismo, ma l’hanno canalizzata in un autonomismo più spinto, come il caso del Veneto. La Lombardia, invece, sembra aver dimenticato di recente la propria spinta secessionistica della Padania perché, evidentemente, è mutato anche il DNA della Lega Nord in questo momento e, qui, si parla piuttosto di un forte ritorno all’ideale autonomista. Non bisogna quindi generalizzare e, a livello indipendentista, il movimento più forte è quello sardo, che è un indipendentismo che ha un’origine molto antica, e sia in Sardegna, che in Sicilia, buona parte degli indipendentisti giustificano la propria idea in funzione di una crisi profonda di un modello autonomistico, così come è stato imposto dallo Stato italiano, e non è un caso se fra un mesetto circa ci saranno i referendum in Lombardia e in Veneto. Il discorso, come si può ben capire, è molto complicato.

Il referendum catalano sembra stia galvanizzando gli indipendentisti italiani, come inciderà sul sentimento nazionalista di questi movimenti?

Sicuramente si tratta di una buona iniezione di fiducia, pur essendo coscienti del fatto che l’obiettivo finale non verrà raggiunto in breve tempo. Generalmente quello che la letteratura ha affermato, cioè che questi movimenti erano solo dei retaggi del passato, non pare essere confermata dall’attualità. Io sono convinto che, anche se questi movimenti indipendentisti non raggiungano l’obiettivo finale, non bisogna sopprimerli, ed è logico che prendano spunto dal modello catalano per tre ragioni. La prima è di carattere legale, nel senso che anche se il referendum non venisse riconosciuto, come è ovvio che sia, dal Governo spagnolo, è comunque un referendum che ha sancito la volontà del popolo per cui la gente che in Catalogna sfila per le strade chiede di essere ascoltata e di avere il diritto di votare. La seconda ragione è quella di essere arrivati a creare una coscienza di autoconsapevolezza di un popolo attraverso quei meccanismi di cui parlavo prima, la cultura, il livello di apertura verso gli altri popoli. Il terzo aspetto è il carattere socio-economico perché si accusa la Catalogna di essere un Paese ricco e, quindi, per questo motivo si vuole staccare dalla Spagna, ma sono accuse prive di fondamento, come gli stessi catalani hanno dimostrato, ed è ovvio che anche i territori che soffrono maggiormente la crisi vogliono arrivare al loro obiettivo non solo per ragioni economiche, ma anche per ragione che l’intellighenzia dello Stato centrale non vuole vedere, ovvero tutte quelle motivazioni di carattere identitario, culturale e di autoconsapevolezza di cui abbiamo parlato in precedenza.

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