giovedì, agosto 24
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Giustizia, non è più impellente urgenza?

Nessuno parla più di carcere e riforme. Se il ministro Orlando, nei giorni di Ferragosto...
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Un tempo – un tempo sideralmente lontano, ma è solo qualche anno fa – quella della giustizia (e della sua appendice più drammatica, il carcere), era denunciata nel modo più autorevole (il presidente della Repubblica di allora, Giorgio Napolitano), come una ‘impellente urgenza’. Quel tempo – tempo, si ripete, sideralmente lontano – era un coro di applausi e sostegni (a parole) per le iniziative e le proposte di Marco Pannella e dei radicali.

Da tempo – un tempo che sembra sideralmente lontano – Pannella ‘riposa’ nel cimitero della ‘sua’ Teramo. Che ne è di quell’impegno, di quelle proposte, di quelle iniziative politiche? Fateci caso: la irrisolta crisi giustizia, le condizioni delle carceri, sono oggi, al pari di ieri, ‘impellente urgenza’; eppure sono questioni completamente scomparse dall’agenda politica. Nessuno parla più di condizione carceraria (detenuti, agenti di custodia, quel mondo che ruota attorno alle istituzioni penitenziarie); non si parla più di intollerabile lunghezza dei processi, di odiosa carcerazione preventiva, degli errori, anche clamorosi, dei magistrati… Solo il Partito Radicale guidato da Rita BernardiniAntonella CasuSergio D’Elia e Maurizio Turco, attualmente impegnati in Sicilia in una ‘carovana per la giustizia’ che li vede impegnati in un tour per raccogliere firme per progetti di legge per una giustizia giusta, assieme alle Unioni delle Camere Penali, e iscrizioni per la salvezza del partito (entro l’anno, o raggiungono quota tremila, o chiudono la ‘baracca’). Per tutti gli altri partiti sono argomenti tabu’. Alzi la mano qualcuno se sa citare un leader di destra-centro-sinistra che se ne occupi, sia pure solo a parole, come evocazione.

Eppure… Con quasi 57mila detenuti al 30 giugno 2017, il tasso di affollamento delle carceri italiane è cresciuto arrivando a 113 detenuti ogni 100 posti letto, 5 punti in più del 2016. Otto Regioni sono ad una percentuale di sovraffollamento che va oltre il 120 per cento. La Puglia arriva al 148, molto vicino all’indice che nel 2013 ha visto la condanna dell’Italia, da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), per ‘trattamenti disumani o degradanti’ inflitti ai detenuti. Lo denuncia l’Ufficio valutazione impatto (UVI) del Senato che valuta l’effetto delle politiche pubbliche.

Nel suo dossier sulle carceri, l’UVI rileva che i primi sei mesi del 2017 confermano la tendenza segnalata dal Garante nazionale dei detenuti, che nella sua Relazione al Parlamento a marzo parlava di criticità ‘inaccettabili’. Secondo l’UVI, l’Italia non è inoltre ancora in grado di garantire il rispetto degli standard di vivibilità indicati dal Consiglio d’Europa (almeno tre metri quadri a testa, acqua calda, ventilazione e illuminazione delle celle) perché non si incorra nella tortura.

Ci sono poi le singole storie, che meritano attenzione. Quella, per esempio, dell’ex assessore di Lucca Marco Chiari, che non si accontenta di un risarcimento di 10 mila euro per ingiusta detenzione, e fa causa ai magistrati. Come dargli torto? Ascoltiamolo: «La Corte di Appello di Firenze mi ha riconosciuto quasi 10 mila euro di risarcimento per ingiusta detenzione, ma è solo l’inizio: sto valutando azioni per far rispondere personalmente i magistrati delle ingiustizie e delle sofferenze subìte». Chiari, ex assessore ai lavori pubblici, viene arrestato il 14 giugno 2011: l’accusa parla di corruzione; sedici giorni di carcere, poi il Tribunale del Riesame dispone che sia scarcerato; infine si vede prosciolto nel febbraio 2015 perché il fatto non sussiste, senza neppure andare a processo. Il racconto prosegue: «I conti correnti bloccati per oltre 4 anni. Il 90 per cento dei clienti dello studio di geometra svaniti; gli amici che mi hanno voltato le spalle, le umiliazioni subite: chi mi ripaga per tutto questo? I sedici giorni di carcere sono incancellabili ma anche quanto accaduto dopo: senza l’appoggio della famiglia e del mio avvocato non ce l’avrei mai fatta. Ottenere giustizia è la mia vera ragione di vita: ecco perché porterò avanti richieste di risarcimento danni nei confronti del Pubblico Ministero titolare di quella inchiesta, dell’allora Procuratore Capo e del Giudice per le Indagini Preliminari che decretò il mio arresto. Chi ha sbagliato deve pagare».

Vogliamo ora parlare un po’ della situazione nelle carceri? Materiale non ne manca.

Luca Maggiora, responsabile dell’Osservatorio Carcere della Camera Penale di Firenze, e Massimo Lensi, associazione per l’iniziativa radicale ‘Andrea Tamburi’ rivolgono un appello al sindaco di Firenze Dario Nardella «affinché visiti al più presto l’istituto di Sollicciano proprio per evitare il rischio che il carcere non sia compreso né come concetto né come luogo della città. Il caldo torrido non accenna a diminuire a Firenze. Giorni fa il museo degli Uffizi ha chiuso al pubblico per la rottura dell’impianto di aria condizionata; i cantieri della tramvia sospendono i lavori dalle 12 alle 17. E a Sollicciano, in carcere? Niente o poco più. Detenuti, agenti, operatori e volontari sono sotto scacco, dentro il forno dell’esecuzione penale».

Lazio: nei quattordici istituti penali della regione ci sono 1.1015 reclusi in più. Rischio suicidi ed evasioni. L’ultimo, un romeno in cella per omicidio, si è ucciso a fine luglio a Rebibbia, nell’ormai noto reparto G-9, già al centro delle polemiche dei sindacati degli agenti della polizia penitenziaria per le carenze e le difficili condizioni che sia i poliziotti sia i detenuti, sono costretti a sopportare ogni giorno. Dall’inizio dell’anno sono già cinque i reclusi che si sono tolti la vita nelle carceri di Roma e provincia.

In dieci mesi la situazione è peggiorata: sono 1.015 i detenuti in più rispetto a quelli previsti nei vari istituti (6.250 su una capienza regolamentare di 5.235). Spicca la situazione di Rebibbia Nuovo Complesso dove al 31 luglio dai 1.172 detenuti previsti si passa a 1.420 (+248). Circa trecento in più anche a Regina Coeli (912 invece di 622).

Quello che preoccupa è il fatto che solo il sovraffollamento attuale nei quattordici istituti di pena nel Lazio rappresenta il 15 per cento circa di quello nazionale attestato su 6.564 reclusi in più (56.766 su una capienza complessiva di 50.202).

Notizie allarmanti anche dalla Puglia. Una situazione, denunciano i sindacati degli agenti di custodia, da ‘bollino nero’: «Siamo costretti ad assistere sempre più impotenti al declino di un sistema penitenziario seriamente in crisi ed il cui scorrimento e fluidità dei servizi, ad oggi, vengono garantiti soltanto dallo spirito di sacrificio, abnegazione e senso di appartenenza allo Stato degli appartenenti al Corpo». Si parla, tra l’altro di carenza di automezzi per la traduzione dei detenuti; di turni di lavoro estenuanti, assenza totale di sistemi di automazione posti a garanzia della sicurezza intramuraria, di costante aumento della popolazione detenuta. L’intera regione Puglia, si fa presente, può ospitare a pieno regime strutturale 2.284; ce ne sono 3.400, con una carenza negli organici di circa 300 unità.

Sono ‘grida di dolore’ che si levano un pò  ovunque, a Nord come al Sud del Paese; in provincia e nelle grandi città. Chissà forse non sarebbe male – anzi sarebbe doveroso – se il ministro della Giustizia Andrea Orlando desse un segnale, e decidesse di investire i giorni dal 14 al 16 agosto in visite a sorpresa, e senza preavviso, in qualche carcere italiano…

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