lunedì, ottobre 23

Varani, di male in pena field_506ffbaa4a8d4

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La pena di morte non serve assolutamente a nulla, tranne che a placare una generica sete di vendetta. Se questo è il problema, allora parliamo di ‘vendetta‘, senza deleghe codarde allo Stato. «E se qualcuno fa del male ai miei cari?», come chiede in modo ancor più codardo la Signora Rita Dalla Chiesa… Risposta: il problema sarà mio, non suo. Se vorrò, mi vendicherò personalmente, altrimenti accetterò le leggi di uno Stato che non si chiama ‘Arabia Saudita’.

Lei ha vissuto il suo dramma, nel passato, un dramma che ho sempre rispettato. Ma la domanda è: l’omicidio di Stato degli assassini di suo padre avrebbe chiuso la stagione della violenza politica? La paura della morte ha mai bloccato la criminalità negli USA? E oggi, ammazzare quelle due bestie sub-umane rincoglionite dalla cocaina, risolverebbe i problemi della violenza, dell’ignoranza, della droga a go-go, delle psicopatie? E andiamo… Sto scrivendo cose ovvie…

Ovvie da non potersi esaurire in un commento a un post scritto di getto da un personaggio televisivo che, di suo, non reca né infamie né lodi, orfana di padre e, immagino, estremamente sensibile a ogni espressione di violenza. Ma questo non autorizza nessuno a mescolare il fatto personale con le leggi di uno Stato avanzato (diciamo mediocremente avanzato). Eppure mi rendo conto che le dichiarazioni di principio vanno perdendo la loro funzione. Non bastano e non convincono. Il caos è totale. Tanto che, pur venendo da una cultura garantista e militante (vedi Amnesty), sto imparando a regolarmi sul metro della efficacia della pena capitale, e fortunatamente le sue misure mi danno ragione.

Alcun effetto preventivo essa garantisce alla popolazione inerme. Si uccide e si fa strage laddove pendono i cappi. Ciò è del tutto indifferente. Se bastasse ammazzare i Prato e i Foffo per debellare una società, allora il rogo varrebbe la candela. Sarebbe un sacrificio in difesa dell’umanità futura. Ma non è così. I Prato e i Foffo rappresentano il reiterarsi di una tracimazione mentale che sta sommergendo le città occidentali.

Si è rigirato il coltello nel movente del delitto, giudicato futile, crudele. D’altronde non è nemmeno semplice ‘ragionaresul Male. “Cercavamo di fare esperienza del suo effetto“, avrebbe risposto uno dei due, il che suona spaventoso per chi il Male non lo concepisce o non lo avversa direttamente. In fondo i due criminali si fregano il titolo di un breve saggio di Michel Foucault: ‘Il pensiero del Fuori’, il cui quarto capitoletto, pensate, inizia così: «L’attrazione è per Blanchot quel che per Sade è il desiderio, per Nietzsche la forza, per Artaud la materialità del pensiero, per Bataille la trasgressione: l’esperienza pura del fuori, e la più nuda». Eppure, prosegue Foucault, è proprio la definizione di Maurice Blanchot a cogliere appieno l’eterogeneità di tale esperienza, poiché quella sua attrazione non perviene ad alcuna connessione positiva, bensì resta nel nulla globale che l’ha generata, «significa piuttosto sperimentare, nel vuoto e nella messa a nudo, la presenza del fuori e, legato a questa presenza, il fatto che si è irrimediabilmente fuori del fuori.» Su questo avrebbero potuto riflettere, prima che fosse tardi, i due ragazzi modello. Purtroppo le circostanze li avevano già rimbecilliti di aperitivi, di droghe e di ogni altra vacuità giornaliera.

Ora, tornando al coro di boiardico che è seguito al misfatto, è evidente che la demente dinamica rituale che ne ha scandito le fasi abbiano scatenato la furia dei Lettori (la mia compresa), salvo il fatto che a quel tipo di vendetta collettiva io continui a non credere. Perché la vendetta è la risposta assolutamente privata a un dolore non condivisibile, un atto di redenzione e di liberazione che assai spesso conduce alla consumata disperazione di chi lo compie. Come a dire che contro il Male c’è ben poco da fare, quando esso si è compiuto.

Vi è, altresì, moltissimo da fare contro le sue cause più evidenti. E allora io scatenerei una guerra senza frontiere contro i commerci e contro i consumi di cocaina, le cui vaste scale fanno orrore all’intelligenza e alla saldezza di una comunità qualsiasi.

Questa società dei compulsivi, a cui noi tutti apparteniamo con poche eccezioni, appare ormai fuori controllo. I loro maggiori profeti di sventura andrebbero intercettati per tempo, e non costerebbe fatica giudicare i consumatori abituali di cocaina dei potenziali pericoli, per i passanti come per gli studenti un po’ troppo ingenui. E se questa lotta senza quartiere dovesse investire i cosiddetti ‘piani alti’, magari… ma per ora mi accontenterei dei ‘piani bassi’. Eppure, temo sia un’aspettativa troppo seria per essere considerata. In questi casi di emergenza, gli italiani si accontentano dei pistolotti sui valori e sulla televisione. Insomma di roba inservibile, inapplicabile. Le cose vere, impegnative… non sia mai. Al limite preghiamo.

 

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