lunedì, luglio 23

Usa: l’auto al centro del piano di rilancio economico di Trump L'automobile è vista dalla Casa Bianca come il fulcro del processo di rimpatrio di posti di lavoro

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Il successo elettorale realizzato da Donald Trump alle elezioni del 2016 è in larga parte imputabile alla sua capacità di inculcare speranza in seno a una classe media terribilmente impoverita dal fenomeno della delocalizzazione degli impianti produttivi inaugurato negli anni ’80 sotto l’amministrazione Reagan. Il primo ad esserne consapevole è lo stesso presidente, che poco prima di insediarsi alla Casa Bianca pubblicò un famoso tweet in cui si annunciava che «ogni impresa che si trasferisce dal nostro Paese verso un altro licenziando i propri dipendenti, costruendo nuove fabbriche all’estero e rivendendo poi i propri prodotti negli Usa senza subire alcuna conseguenza, sbaglia! Presto introdurrò una tassa del 35% sulle merci prodotte dalle aziende che intendono rivendere dentro i nostri confini».

Non a caso, una delle prime mosse compiute in qualità di capo dell’esecutivo è stata quella di convocare i vertici di Ford, General Motors e Fiat-Chrysler per convincerli a tornare a produrre negli Usa, in cambio dell’introduzione di norme tese a creare un clima maggiormente favorevole alle imprese. Ad esse, il presidente ha promesso sgravi fiscali e alleggerimenti delle norme in materia di inquinamento, tra cui quella relativa alle emissioni imposta dall’amministrazione Obama, finalizzata a obbligare le case automobilistiche a sfornare macchine in grado di percorrere 54 miglia con un gallone di benzina. Più in generale, il piano della Casa Bianca implica lo smantellamento della legislazione introdotta negli anni di Obama, che a detta del presidente attuale è affetta da un «ambientalismo fuori controllo» destinato a bloccare lo sviluppo delle capacità di assorbimento del mercato interno statunitense, da sempre molto sensibile al ‘mito dell’automobile’.

Nell’ottica di Trump, l’eliminazione di regolamenti introdotti a tutela dell’ambiente la radicale ristrutturazione del sistema tributario in una direzione favorevole alle imprese  sono più che sufficienti a compensare i vantaggi assicurati alle imprese dal trasferire la produzione all’estero, verso i Paesi dotati di ampie riserve di manodopera a basso costo. Nello specifico, tuttavia, «un problema serio riguarda gli stabilimenti già funzionanti in Messico, dove non si costruiscono solo macchine da rivendere negli Usa, ma anche motori e parti utilizzate poi per assemblare le auto nelle fabbriche del Michigan. La sensazione è che Trump non abbia dato una valenza retroattiva alla sua richiesta, difficilmente sostenibile se le case automobilistiche dovessero chiudere le strutture già esistenti e trasferirle oltre confine. Piuttosto ha indicato un percorso per il futuro, che ora potrà essere valutato nei dettagli, sapendo cosa chiede e cosa concede in cambio».

Il nuovo approccio ha assicurato alcuni risultati di rilievo. All’inizio del gennaio 2017, il tycoon newyorkese ha salutato con entusiasmo la decisione della Ford di non costruire un impianto da 1,6 miliardi di dollari in Messico in favore di un investimento da 700 milioni per il potenziamento di uno stabilimento in Michigan: più di 500 posti di lavoro statunitensi creati in cambio di qualche migliaio previsti in Messico. Quasi contemporaneamente, l’amministratore delegato di Fiat-Chrysler Sergio Marchionne ha annunciato che investirà 1 miliardo per l’allargamento di un impianto produttivo in Ohio «nell’interesse degli Stati Uniti». Un commento che gli è valso la gratitudine del presidente. I dettagli su come Trump sia riuscito a convincere i due giganti delle quattro ruote a rivedere le proprie scelte strategiche non sono chiari, ma dalle indiscrezioni è emerso che durante alcuni colloqui con i vertici della società il presidente avrebbe alternato lusinghe, come la promessa di sussidi a carico dei contribuenti del Michigan, a velate minacce, la più consistente delle quali è quella di applicare forti dazi sui loro prodotti fabbricati all’estero.

Il settore automobilistico è stato il primo ad essere toccato in virtù delle sue caratteristiche fondamentali: visibilità e soprattutto grande capacità di assorbire manodopera. La produzione di automobili negli Stati Uniti garantisce infatti circa 7 milioni di posti di lavoro, oltre 500 miliardi all’anno di salari e più di 200 miliardi di versamenti al fisco. L’altra ragione cruciale è che l’epicentro dell’industria automobilistica si situa in quella macroregione geografica che prende il nome di ‘Rust Belt’ (cintura della ruggine) e si estende tra Michigan, Wisconsin, Illinois, Indiana, Ohio e Pennsylvania. È in questi Stati che risiede il nocciolo duro dell’elettorato che ha garantito a Trump il successo elettorale.

A sua volta, l’obiettivo di rivitalizzare e riportare coerenza all’interno del sistema produttivo è strettamente dipendente dal piano di rioganizzazione dei flussi di denaro volto a richiamare negli Usa il capitale finanziario non solo statunitense per metterlo a disposizione delle necessità nazionali, così da stimolare una ripresa economica che mantenga una qualche forma di ancoraggio alla produzione reale. Dal successo di questo immane sforzo dipende la possibilità di rimpatriare posti di lavoro e finanziare i costi della drastica riforma fiscale, del colossale progetto di ricostruzione delle infrastrutture nazionali e del programma di riarmo che il tycoon newyorkese aveva annunciato in campagna elettorale. Pur di capitalizzare lo scopo, Trump e Mnuchin hanno persino rimosso i vincoli del Dodd-Frank Act che risultavano più sgraditi a Wall Street. Segno che il governo non intende assolutamente mettere in discussione il primato che gli Usa attribuiscono ormai da decenni alla finanza, quanto riaffermare il ruolo della nazione come soggetto politico fondamentale chiamato a ristabilire il proprio primato sul sistema ‘fluido’ della globalizzazione.

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