giovedì, giugno 21

USA – Corea del Nord: summit di Trump e Kim, un successo? Il passato è davvero alle spalle? Perché?

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Alle 9 del mattina (ore 3 in Italia) il presidente americano Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un si sono incontrati nell’hotel Capella sull”isola di Sentosa. Azionario asiatico-pacifico in leggero rialzo ad inizio trattazioni. Un vertice storico come storica è stata, catturata da centinaia di flash e telecamere, la stretta di mano tra i due capi di stato, durata più di 10 secondi. «Fantascienza» potrebbe sembrare, ma è tutto vero, ha rassicurato l’ ultimo erede della dinastia Kim. Il summit con il leader di Pyonyang, aveva annunciato in sede di inaugurazione Trump, sarà «un incredibile successo» e «non ho dubbi avremo un incredibile miglioramento nelle relazioni bilaterali». «Ci sono stati una serie di problemi ma li abbiamo superati tutti e oggi siamo qui» è stata la replica di Kim.

Dopo un faccia a faccia fra Trump e Kim di oltre quaranta minuti, durante il quale hanno potuto, tra l’ altro, dare uno sguardo su un IPAD ad un video americano dal titolo “Due uomini, due leader, un destino” riguardante le prospettive di un’ intesa, è iniziato il segmento dell’ incontro che coinvolgeva anche le delegazioni dei due Paesi. Nel team americano, il segretario di Stato, Mike Pompeo, il consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, e il capo di gabinetto, John Kelly. All’ incontro ‘allargato’ è seguita una colazione a base di cocktail di gamberi e insalata di avocado, costolette di manzo con patate, polpo, broccoli al vino rosso, baccalà con ravanelli, maiale in agrodolce e riso. Per finire gelato alla vaniglia, tortino al cioccolato e tropezienne.

«Kim vuole la denuclearizzazione e la pace più di me, sa che sarà un bene per il suo popolo. Abbiamo sottoscritto un documento di ampio respiro, credo che lui onorerà gli impegni», ha spiegato Trump sul finire del vertice, annunciando, quasi come un fulmine a ciel sereno, la sospensione delle esercitazioni congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud. Il dossier nucleare continuerà, a detta di Trump, ad essere oggetto di nuovi futuri colloqui. «Kim darà il via al processo appena tornato in Corea. Posso dire che adesso lo conosco abbastanza bene» ha aggiunto l’ inquilino della Casa Bianca, ammettendo che potrebbe anche sbagliarsi. «Non c’e’ limite a quello che la Corea del Nord può raggiungere abbandonando le ambizioni nucleari, impegnandosi nel commercio e nelle relazioni con il resto del mondo: Kim Jong-un ha davanti a sé l’opportunità’ davvero unica di essere il leader che ha dato prosperità e sicurezza al suo popolo» ha specificato Trump. Ma l’ impegno è più che mai generico, come si legge nel documento ufficiale siglato dai due leader. Non si fa riferimento alle modalità, ai tempi di quello che sembra essere il ‘caso disarmo nucleare più impegnativo della storia’. Tale processo, come ricorda il New York Times, potrebbe durare diversi anni e dovrebbe prevedere lo smantellamento delle armi nucleari e il loro trasferimento, l’ interruzione dell’ arricchimento dell’ uranio, la disattivazione dell’ uranio in plutonio, la limitazione al programma missilistico, la chiusura dei siti dei test oltre che la necessità di verificare i progressi. Contestualmente, l’Agenzia aerospaziale giapponese e la Mitsubishi hanno lanciato dal centro spaziale dell’isola di Tanegashima un razzo H-2A per la messa in orbita di un satellite spia che monitorerà le installazioni militari nordcoreane.

«Oggi è un grande giorno per tutti, per chi è in Cina, per chi è a Tokyo, per tutti. E io sono davvero felice» ha detto Dennis Rodman, ex giocatore di basket dell’Nba, tra i più ferventi sostenitori dell’accordo tra Trump e Kim Jong-un, cui ha fatto visita più volte. Apprezzamenti sono giunti da Pechino, da Mosca, dalla Corea del Sud che ha fatto sapere che  «l’Accordo di Sentosa sarà registrato come un evento storico che avrà contribuito a rompere l’ultima eredità rimanente della Guerra fredda sulla Terra», dal Giappone,  dalla Francia che ha ribadito l’ esigenza di preservare l’ accordo con Teheran.

Al netto dei reciproci inviti e complimenti, è stato veramente un successo questo summit? Perché? Ha risposto a queste domande Francesca Frassineti, esperta dell’ Università di Bologna oltre che dell’ Osservatorio asiatico dell’ ISPI. 

L’ incontro è andato «meglio di quanto chiunque potesse immaginare. Il massimo» ha dichiarato il presidente USA, Donald Trump, al termine dell’ incontro con il leader nordcoreano Kim Jong Un. Quale impressione ha avuto di questo storico summit?

L’ importanza del summit è sicuramente indubbia dal punto di vista storico, simbolico e visivo. Quindi l’ interpretazione è duplice: da un lato, la rilevanza in quanto primo incontro nella storia tra un presidente americano in carica e un leader nordcoreano. A livello simbolico, abbiamo visto la potenza di questo incontro fin dalle prime immagini, mi riferisco soprattutto a quelle delle bandiere nordcoreane accanto alle bandiere a stelle e strisce statunitensi. In questo senso, sarà sfruttato pienamente dalla propaganda nordcoreana per quanto riguarda la comunicazione di ciò che è successo oggi a Singapore e di quello che sta avvenendo nelle relazioni con gli Stati Uniti: per esempio, la prima pagina del quotidiano Rodong Simun, che è l’ organo ufficiale della leadership nordcoreana, ha dato amplissimo risalto al tour che ieri sera Kim Jong Un ha fatto a Singapore. Quindi, dal punto di vista simbolico, la Corea del Nord ha ottenuto un risultato molto importante in materia di legittimazione all’ interno del Paese e, ovviamente, per quanto concerne i suoi rapporti con la Comunità Internazionale: il solo fatto che un presidente statunitense si sia seduto al tavolo è un successo per Kim Jong Un. Di fatto, il modo con cui Trump si è rivolto a Kim e il fatto di averlo definito, nella conferenza stampa successiva al meeting, un «uomo di talento», questo ha dato al regime una legittimazione massima perché la Corea del Nord percepisce, indirettamente, che l’ essersi seduta al tavolo le abbia fruttato il riconoscimento dagli Stati Uniti di nazione dotata di arma nucleare e quindi di nazione paritaria. Quindi non più la scheggia impazzita che doveva essere posta sotto uno stretto controllo internazionale: mi riferisco ai diversi incontri che Kim Jong Un ha avuto nelle ultime settimane con membri della Comunità Internazionale. In particolare, due incontri con il presidente sudcoreano Moon, un nuovo incontro Xi Jinping e uno con il ministro degli esteri russo, Lavrov. Dunque, un’ apertura del leader nordcoreano innanzitutto ai Paesi della regione per legittimarsi come interlocutore. Questa l’ importanza simbolica dell’ incontro. Poi, quando si passa alla sostanza di questo summit, è un risultato che, in qualche modo, pare deludente.

A questo proposito, nell’ ambito del dossier centrale del summit, ossia la denuclearizzazione, Trump ha sostenuto che è un tema sul quale «lavoreremo insieme», oggetto di altri futuri incontri, ma non si è andato oltre un impegno generico. E’ a questa circostanza che va ascritta la delusione cui accennava?

Esattamente. Diciamo che si sono confermate le posizioni precedenti questo summit: i pessimisti sono rimasti tali, hanno fatto riferimento all’ assenza di passi concreti verso la denuclearizzazione della Corea del Nord e, dall’ altro lato, gli ottimisti continuano a ribadire che è il primo passo di un processo graduale e che non ci si potevano aspettare, dopo un incontro di qualche ora, dei risultati effettivi. In realtà, nella dichiarazione in quattro punti, sottoscritta da Trump e Kim, i due Paesi hanno affermato il loro impegno ad osservare quello che è stato stabilito nella dichiarazione di Panmunjom. Il terzo punto della dichiarazione di oggi vede l’ impegno della Corea del Nord a lavorare alla completa denuclearizzazione della penisola coreana.

Dunque, sul significato della parola ‘denuclearizzazione’, si è raggiunta un’ intesa tra i due leader?

Se leggiamo unicamente le parole di Trump in conferenza stampa, la risposta è ‘sì’. Ma le sue dichiarazioni non trovano esplicita conferma nel documento. Questo perché nella conferenza stampa, Trump ha affermato che la cosiddetta CVID, ovvero la ‘completa, verificabile e irreversibile denuclearizzazione’ avverrà attraverso i prossimi incontri e che la Corea del Nord ha già messo in atto degli step verso questo obiettivo come la distruzione di alcuni tunnel nel sito di Punggye-ri. Inoltre, secondo quanto sostenuto da Trump, Pyongyang si sarebbe impegnata, nella dichiarazione di oggi, nella distruzione di un sito per i test missilistici. Ma questa fiducia che il presidente americano ripone nella controparte non si ritrova, in effetti, in quanto la Corea del Nord ha espressamente sottoscritto perché non abbiamo nessun impegno unilaterale esplicito da parte di Pyongyang a denuclearizzare, non abbiamo nessun riferimento ai missili. Quindi, se ci basiamo su quanto scritto, quell’ irreconciliabilità sull’ interpretazione che Stati Uniti e Corea del Nord danno alla parola ‘denuclearizzazione’ persiste. Diciamo che è possibile aspettarsi che, ancora una volta, per la Corea del Nord, ciò significhi unicamente un congelamento: quindi una sospensione dei test, ma non lo smantellamento totale. E’ opportuno poi considerare che, dal punto di vista tecnico, come dimostrato da un gruppo di scienziati di Stanford guidati da Sigfrid S. Hecker, anche se la denuclearizzazione dovesse avere luogo, non potrebbe concludersi prima di un decennio, a prescindere dalla volontà delle parti.

Perciò, lo spettro dell’ arsenale esistente rimane?

Sì, si tratta di una dichiarazione di principi di base che dovrà essere seguita, come ha affermato l’ Amministrazione americana, da ulteriori incontri: Trump ha affermato che già la settimana prossima, il suo team formato da Pompeo e Bolton discuterà con il Presidente come strutturare i prossimi step, convinti dell’ impegno nordcoreano a denuclearizzare.

In conferenza stampa, il presidente americano avrebbe sostenuto di «aver ottenuto molto e di non aver rinunciato a nulla». Contestualmente, però, secondo quanto diffuso, l’ Amministrazione statunitense avrebbe offerto delle «garanzie di sicurezza» alla controparte per procedere alla denuclearizzazione. In cosa consistono? Anche perché, come sappiamo, la necessità di possedere l’ arma nucleare è stata sempre motivata da parte di Pyongyang come strumento di difesa da possibili aggressioni statunitensi.

Dal testo non emerge alcun indizio su quali siano le ‘garanzie di sicurezza’ che gli Stati Uniti forniranno alla Corea del Nord per ottenere in cambio un impegno alla denuclearizzazione. Però hanno avuto un effetto sorpresa non da poco durante la conferenza stampa di Trump il quale, rispondendo alla domanda di un giornalista, ha fatto riferimento alla sua volontà di ritirare le truppe statunitensi dalla Corea del Sud, principalmente per una questione di riduzione dei costi delle missioni americane all’ estero, in linea con gli impegni della sua campagna elettorale. Allo stesso tempo, però, ha detto che, benché questa sia la sua volontà, il loro ritiro non avverrà in questo momento. Si è pronunciato, sempre a sorpresa, sulla questione delle esercitazioni congiunte di Stati Uniti e Corea del Sud: ha affermato che queste verranno sospese fin quando le parti continueranno ad avere un dialogo. Questo è stato un vero e proprio colpo di scena perché sembra non sia stato concordato con l’ alleato sudcoreano. Infatti, immediatamente dopo, dal governo di Seoul, è giunta la dichiarazione per cui le parole di Trump dovranno essere sottoposte  ad una verifica e lo stesso comando generale delle truppe in Corea del Sud ha affermato di non aver ricevuto nessuna comunicazione in merito. Quindi, se ciò dovesse essere confermato, costituirebbe un’ enorme concessione da parte statunitense nei confronti della Corea del Nord oltre che un elemento che potrebbe avere delle ripercussioni sul rapporto tra Stati Uniti e Corea del Sud, soprattutto perché verrebbe osteggiato dalla componente più conservatrice sudcoreana: in questo senso, il leader del partito conservatore si è espresso dicendo che, qualora l’ affermazione di Trump venisse confermata, la sicurezza nazionale della Corea del Sud sarebbe sull’ orlo del precipizio.

Rimanendo nella cornice del rapporto tra Corea del Sud e Stati Uniti, oltre alla presenza militare e alle esercitazioni, sul tavolo rimangono la questione dell’ ombrello nucleare statunitense dislocato nel Paese e quella del THAAD, il sistema antimissilistico installato a pochi chilometri dal confine con la Corea del Nord. Come verranno gestiti da parte americana questi elementi nelle trattative con Pyongyang?

Si tratta sicuramente di elementi che Pyongyang percepisce come la conferma delle intenzioni aggressive di Stati Uniti, in primis, e Corea del Sud. Quando si discuteva di quali garanzie di sicurezza gli Stati Uniti avrebbero potuto porre sul tavolo oggi, si faceva riferimento ad un’ eventuale riduzione del numero degli uomini in Corea del Sud, oppure ad una sospensione delle esercitazioni congiunte o l’ annuncio di una dichiarazione di pace. Nessuno di questi elementi, oggi, ha avuto conferma. Innanzitutto, la presenza statunitense in Corea del Sud non è strettamente legata all’ armistizio, ma è una questione inerente al rapporto tra Stati Uniti e Corea del Sud stabilito nell’ ottobre del 1953, mentre l’ armistizio era stato firmato nel luglio: quindi segue un processo parallelo, non legato alla firma di un trattato di pace. Non si è avuto nessun avanzamento nemmeno per quanto riguarda la sostituzione dell’ armistizio che, dal punto di vista legale, può essere superato solo per volontà di tutte le potenze firmatarie: gli Stati Uniti, in rappresentanza del contingente delle Nazioni Unite, la Corea del Nord e la Cina. Quello che a livello bilaterale gli Stati Uniti e le due Coree possono fare è una dichiarazione inerente la fine della guerra di Corea, una dichiarazione di tipo politico, senza alcuna valenza giuridica. L’ annuncio della fine della guerra di Corea era quello che si attendeva dalla scorsa settimana, ma, in realtà, queste aspettative sono naufragate nei giorni scorsi quando si è appreso che non c’ era più tempo: il meeting era stato organizzato in modo così veloce da non permetter una valutazione strategica di altre questioni. La stessa eventuale presenza di Moon Jae In in un incontro trilaterale a Singapore era stata accantonata dalla stessa presidenza sudcoreana. E’ una questione che è stata, per il momento, posticipata.

Ritornando alla denuclearizzazione, Trump ha parlato di verifiche che dovrebbero essere effettuate da organismi americani ed internazionali. Sussiste quindi una vaghezza anche per quanto riguarda la verificabilità del processo di denuclearizzazione?

Esattamente. Questa è stata una delle domande rivolte al presidente Trump durante la conferenza stampa. Il dubbio rimane sulla volontà nordcoreana di ammettere ispezioni approfondite nei suoi siti sulla base del passato. Da questo punto di vista, sicuramente, le dichiarazioni di Trump non hanno chiarito come avverrà questa verifica e se mai la Corea del Nord accetterà.

Secondo il presidente americano, le sanzioni continueranno a rimanere in vigore fino alla completa denuclearizzazione. Quindi la strategia di pressione dal punto di vista economico rimane?

La strategia americana non è sostanzialmente cambiata. L’ obiettivo di questo meeting era stabilire un rapporto interpersonale tra i due leader e, come si evince dalla dichiarazione, costruire una fiducia reciproca. E questo suggerirebbe un processo graduale: se l’ insistenza dell’ Amministrazione sull’ obiettivo della CVID era nei mesi passati ‘conditio sine qua non’ per sedersi al tavolo, ora al tavolo ci si è seduti a prescindere, pur mantenendolo come obiettivo finale.

Nelle ultime settimane, Kim Jong Un ha incontrato, tra gli altri, il presidente cinese Xi Jinping e, più recentemente, il ministro degli esteri russo Lavrov. «In futuro quando i negoziati entreranno in un ciclo normale, penso che la soluzione delle questioni all’interno del formato a 6 sarà la variante ottimale e ci saranno più garanzie da parte della Corea del Nord» ha auspicato il vice presidente della Commissione Esteri alla Duma russa, Aleksei Cheka. A questo punto, sarebbe veramente possibile un ritorno al formato a 6 (comprendente Corea del Nord, Corea del Sud, Cina, Russia, Giappone, Usa)?

Basandosi sul passato della trattativa sul nucleare nordcoreano, abbiamo visto come la soluzione multilaterale sia stata fallimentare su ogni fronte, in particolare il tavolo a 6 che era stato portato avanti dal 2003 al 2008 con l’ obiettivo esplicito di convincere Pyongyang a rinunciare al nucleare. E ritengo che continuerà ad essere fallimentare perché la questione nucleare attiene al rapporto bilaterale tra Corea del Nord e Stati Uniti. La Corea del Nord riconosce la legittimità dell’ interlocutore soltanto nei confronti degli Stati Uniti. Ed è dagli Stati Uniti che vuole avere delle garanzie di sicurezze. Una delle ragioni per cui quel tavolo era stato fallimentare era stata la volontà dei vari partecipanti di mettere sul tavolo le rispettive controversie relative ai rapporti con Pyongyang: mi riferisco, in particolare, al Giappone e alla questione dei cittadini rapiti da Pyongyang tra gli anni ’70 e ’80. Questo aveva fatto naufragare i negoziati, aggiungendo argomenti controversi e distogliendo l’ attenzione delle parti dall’ obiettivo condiviso.

La Cina può tirare un sospiro di sollievo oggi?

Certamente, direi che si può ritenere soddisfatta. Pechino, negli ultimi mesi, aveva giocato un ruolo dietro le quinte cioè aveva deciso di astenersi da quella frenesia diplomatica che, invece, aveva visto protagonisti Stati Uniti, Corea del Sud e Corea del Nord. Allo stesso tempo, però, con i due incontri che Xi Jinping ha avuto con Kim Jong Un ha voluto riaffermare la sua presenza e, di fatto, ha risolto quello sfilacciamento dei rapporti tra i due Paesi che si era registrato dalla salita al potere del leader nordcoreano rispetto alla cui bellicosità Pechino non aveva nascosto una certa insofferenza, aderendo, ad esempio, con una forza mai vista prima, al regime sanzionatorio per poi darne un’ applicazione lasca. Diciamo che quella distanza tra i due leader è stata colmata dopo tantissimi anni. La Cina è dunque presente a fianco della Corea del Nord. E’ sicuramente una Cina soddisfatta perché qualsiasi risultato ottenuto a livello diplomatico è favorevole per gli interessi nazionali cinesi: la Cina vuole avere un confine stabile. Non vuole instabilità nella penisola coreana.

E soprattutto vuole evitare un aumento della presenza americana a ridosso dei suoi confini.

Questa è una delle tradizionali motivazioni per cui Pechino non ha mai interrotto il cordone ombelicale che sostiene l’ economia nordcoreana e si sia sempre opposta al collasso del regime di Pyongyang.

Corea del Sud e, soprattutto, Giappone che, anche in virtù della loro posizione geografica, avevano vissuto con più trepidazione i test e le minacce nordcoreane, si sentono rassicurate da questo summit?

Colui che era più scettico e con più riserve era Shinzo Abe che ha fatto un tentativo in extremis, incontrando, a pochi giorni dal summit di Singapore, il presidente americano Trump. Come sappiamo, Shinzo Abe, ancor più che Moon Jae In, era stato un forte sostenitore della strategia di ‘massima pressione’ statunitense: l’ intransigenza della premiership giapponese è molto legata alla politica interna del Paese e potremmo dire che Abe ha cavalcato i momenti di tensione favoriti dai test missilistici nordcoreani a livello di opinione pubblica per ottenere sostegno al suo progetto di riforma della costituzione. Perciò, Abe non può adottare un atteggiamento flessibile, più morbido: avrebbe dei costi a livello di sostegno dell’ opinione pubblica. Non può continuare a chiedere agli Stati Uniti affinché venga nuovamente posto sul tavolo il tema dei cittadini rapiti. Non può vedere con estrema paura una diminuzione dell’ impegno statunitense a sostegno degli alleati nella regione.

Anche questo summit, però, è attribuibile all’ abilità e alla statura del presidente sudcoreano Moon Jae In che sta compiendo un esercizio difficilissimo perché da un lato deve bilanciare il rapporto con la Corea del Nord e dall’ altro bilanciare quello con il principale alleato. Moon ha sempre cercato di costruire un rapporto di fiducia con Kim a dispetto dei pessimi rapporti tra Stati Uniti e Corea del Nord. Allo stesso tempo, Moon è consapevole di dover conservare il sostegno americano e ancora una volta, oggi, ha riconosciuto il merito al presidente Trump.

Il regime nordcoreano si sente rassicurato rispetto ad un trattamento alla ‘Gheddafi’?

E’ una questione molto intricata nel senso che i dubbi relativi all’ effettivo impegno nordcoreano alla denuclearizzazione riguardano il fatto che la Corea del Nord difficilmente abbandonerà l’ arma nucleare per il significato che l’ arma nucleare ha per la leadership, ovvero unica garanzia per la sua sopravvivenza. Però, diciamo, che se Kim Jong Un non si è impegnato alla denuclearizzazione, ha sicuramente acquistato del tempo. Uno degli obiettivi che potrebbe aver spinto ad incontrare Trump a Singapore è quello di assicurarsi che il regime possa continuare a regnare sulla Corea del Nord: ricordiamoci che Kim è molto giovane e ha, potenzialmente, di fronte a sé, moltissimi anni per governare. Bisogna vedere la sua volontà effettiva di denuclearizzare e su questo non posso che esprimere molte perplessità.

Anche perché non sono mancate, nei vari tentativi degli ultimi decenni, dei cambi di rotta nonostante le aperture al dialogo.

Per questo, qualora Kim Jong Un dovesse acconsentire ad una completa denuclearizzazione, adesso non abbiamo nessun impegno in termini di orizzonte temporale e nemmeno, dalla dichiarazione di oggi, un impegno verso la verifica di questa effettiva volontà. Si tratterà di un processo graduale ed entrambe le parti potrebbero fare marcia in dietro: la Corea del Nord lo ha già dimostrato in passato e lo stesso Trump, tirandosi indietro dall’ accordo con l’ Iran, ha di fatto creato un precedente.

E lo stesso Iran, oggi, attraverso il portavoce del governo di Teheran Mohammad Baqer Nobakht, è tornato a criticare il presidente statunitense dicendo che «siamo davanti a una persona che, anche su un aereo, fa marcia indietro rispetto alla sua stessa firma. Non so chi stia negoziando il leader nordcoreano. Ma questa persona non è un buon rappresentante per gli Stati Uniti».

Da questo punto di vista, il fatto che sia Bolton sia Pence abbiano fatto riferimento, anche se in modo diverso, al modello libico, aveva sicuramente alimentato alcune preoccupazione per quello che riguardava l’ effettivo raggiungimento di un summit tra Kim e Trump. Come sappiamo, il caso libico è sempre stato l’ orizzonte dal quale il regime nordcoreano ha sempre voluto distanziarsi. Fare riferimento alla massima paura del regime era stato estremamente incauto da parte dell’ Amministrazione statunitense.

Dal punto di vista dell’ opinione pubblica e dell’ establishment nordcoreano, Kim Jong Un esce rafforzato?

Il fatto che già stamattina fosse stata comunicata la presenza di Kim a Singapore e la tempistica di questa comunicazione non sono da sottovalutare. Innanzitutto perché nella stampa nordcoreana si parla degli eventi una volta accaduti: i riferimenti al summit di oggi non c’ erano stati prima di oggi. Il fatto che sia stato dato questa comunicazione in modo così veloce segnala la volontà di sottolineare l’ abilità di Kim e sicuramente quello di oggi verrà presentato come un successo massimo del leader nordcoreano, ma, allo stesso tempo, qualora si verificasse un fallimento delle trattative, questo verrebbe attribuito alla responsabilità americana.

Anche per Trump è un’ occasione per rafforzare la propria amministrazione?

Certamente.

La Malaysia ha annunciato di voler riaprire una propria ambasciata a Pyongyang. La Corea del Nord si è di fatto aperta al dialogo con la Comunità Internazionale e lo stesso Trump ha sottolineato come Kim avrebbe molto da guadagnare da questa apertura. La Malaysia è solo il primo di una lunga serie di Paesi che potrebbero prendere in considerazione il riallacciamento delle relazioni con Pyongyang?

La questione riguarda anche il regime sanzionatori internazionale. Sicuramente la decisione della Malaysia è solo il primo dei frutti formali della campagna nordcoreana per accreditarsi come attore legittimo della Comunità Internazionale. Sappiamo che la Corea non è così isolata come spesso si vuol credere perché continua ad avere rapporti con regimi affini in tutto il mondo, con cui intrattiene attività economiche illegali perché contrari al regime sanzionatorio internazionale.

Ad esempio, con la Siria.

Esattamente. Il rapporto del regime con la famiglia Assad affonda le sue radici negli anni ’70 e riguarda, anzitutto, un rapporto molto personale tra le due famiglie molto stretto che è partito con il sostegno nordcoreano alla realizzazione del programma missilistico siriano fino al sostegno della Corea del Nord al programma di armi chimiche e batteriologiche degli Assad. Ovviamente, affinché la Corea del Nord possa beneficiare di questo suo posizionamento nei confronti della Comunità Internazionale, ad un certo punto si dovrà passare verso un allentamento del regime delle sanzioni: infatti, intrattenere rapporti commerciali con la Corea del Nord è impossibile se non dal punto di vista umanitario o turistico (in comune con la Corea del Sud).

 

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