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Scenari futuri

USA con Trump, vince anche Putin?

Il 'nuovo zar' è riuscito persino a vedere eletto, contro ogni previsione, il suo candidato preferito

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Vladimir Putin ha vinto un’altra battaglia, o per meglio dire, in questo caso, una scaramuccia. Dopo la riappropriazione della Crimea, l’imposizione di un saldo controllo sul Donbass per condizionare il futuro di tutta l’Ucraina e l’imperioso intervento armato in Siria per ristabilire una forte presenza russa nel Medio Oriente, il ‘nuovo zar’ è riuscito persino a vedere eletto, contro ogni prevalente previsione, il suo candidato preferito alla Casa Bianca.

Naturalmente deve essere stata una bella sorpresa, agognata quanto si voglia, anche per lui come per quasi tutti gli altri, a cominciare dai concittadini, sostenitori e non, di Donald Trump e quasi sicuramente dallo stesso immobiliarista newyorkese. Che non a caso, prima del voto, aveva minacciato di contestare un responso delle urne eventualmente sfavorevole ricadendo nella tentazione di Silvio Berlusconi, primo e sinora unico governante del mondo in carica a dichiararsi vittima di elezioni truccate.

Certo è, comunque, che la clamorosa vittoria di Trump non può essere attribuita che in minimissima parte all’endorsement del Cremlino con i suoi denunciati annessi e connessi, se addirittura non si dovesse forse considerarla avvenuta nonostante gli auspici e le mene da parte russa. Ma anche per questo si può dire che la faccenda si sia risolta più che bene per Putin in quanto l’ira, le accuse e le ritorsioni di Washington  per le intrusioni degli hacker a danno di Hillary Clinton sono risultate alla fine per lo meno ridimensionate.

Una volta di più, dunque, si deve constatare che l’uomo del Cremlino non ha ancora sbagliato un colpo quanto meno in campo internazionale. Come si sa, però, vincere una battaglia, e tanto più una semplice scaramuccia, non significa vincere una guerra e tanto meno la pace. La partita in corso tra Russia e Occidente, Stati Uniti in testa, resta tuttora aperta anche se sembra volgere a favore della principale erede dell’URSS.

I successi militari, diplomatici e politici accumulati da Mosca non sono definitivi e non bastano a dare anche solo per probabile un risultato finale dello stesso segno. Risultato che, tra l’altro, sarà inevitabilmente condizionato dal rafforzamento o meno dell’economia russa, oggi ben più intrinsecamente debole e vulnerabile di quella sovietica la cui insolvenza, in rapporto alle ambizioni del regime, fu causa determinante della sconfitta nella ‘guerra fredda’ e del crollo del ‘primo Stato socialista del mondo’.

Putin, che conosce il suo mestiere, si è ben guardato dal cantare vittoria. Sul fronte interno non aveva alcun bisogno di pavoneggiarsi dal momento che l’opinione pubblica russa, influenzata quanto si voglia da un apparato mediatico quasi interamente controllato dal regime, è da tempo con lui in politica estera. Nella fattispecie i sondaggi della vigilia davano le preferenze per un’affermazione di Trump al 38% contro il 9% per la sua concorrente, mentre le previsioni  del risultato effettivo (36%) erano addirittura superiori a quelle di un successo della Clinton (31%).

Potenza del carisma del ‘nuovo zar’, ormai vicino del resto ad un ‘culto della personalità’ di stampo sovietico o più precisamente staliniano? Se sta nascendo, non sembra che gli dia alla testa. Nei mesi precedenti, pur col suo stile asciutto (che non gli aveva però impedito di replicare duramente e sarcasticamente agli attacchi ricevuti da Hillary), Putin non aveva lesinato complimenti al magnate repubblicano, definendolo un politico talentuoso e rimarchevole.

Dopotutto, era il minimo che potesse fare, con un Trump che, oltre ad elogiarlo personalmente a sua volta, prometteva un nuovo isolazionismo americano, proclamava che non era il caso di fare troppe storie per la Crimea e per l’Ucraina in generale, che gli impegni della NATO andavano rivisti e così via. All’indomani del voto, è stato il primo a felicitarsi telegraficamente per l’inattesa vittoria, limitandosi tuttavia agli auspici di circostanza: lavorare insieme per trarre le relazioni tra i due Paesi fuori dall’attuale crisi ingaggiando un dialogo faccia a faccia ‘rispettoso e costruttivo’.

Niente di più, per ora. Ma è trasparente l’allusione ad un dialogo che per quanto mai mancato ai massimi livelli (pochi e non memorabili gli incontri ma ripetuti e puntuali i contatti telefonici tra Putin e Barack Obama specie nei momenti di crisi, innumerevoli invece gli abboccamenti tra il ministro degli Esteri Sergej Lavrov e il segretario di Stato John Kerry), è stato senza dubbio avaro di frutti apprezzabili risultando comunque carente di rispetto reciproco e spirito costruttivo dal punto di vista russo.

Altri esponenti moscoviti sono stati più inclini del presidente ad esultare e più espliciti nel bollare l’Amministrazione USA uscente in quanto responsabile di uno ‘scontro artificiale’ con la Russia del quale il popolo americano avrebbe dimostrato di averne abbastanza. Stufo, cioè, di essere ‘tenuto in ostaggio’ e fare le spese delle ‘azioni errate e distruttive’ dei dirigenti ora sconfitti, come ha affermato il vice presidente della Duma, la Camera bassa del parlamento russo, Sergej Zheleznjak.

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