venerdì, maggio 25

USA-Cina: guerra nello spazio tecnologico per la leadership dell’innovazione Dietro la guerra dei dazi USA-Cina si cela una guerra tecnologica, ne parliamo con Gavin Parry di Parry Global Group e Alberto Forchielli del Fondo Mandarin

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A ormai quasi due settimane dall’ultima proposta del Presidente Donald Trump di imporre dazi del 25% sulle importazioni di merci cinesi per un valore di 50 miliardi di dollari, le acque non sembrano calmarsi e la guerra commerciale in corso tra USA e Cina continua con nuovi risvolti.
Dopo l’accusa mossa dagli Stati Uniti alle aziende cinesi di furto e violazione della ‘proprietà intellettuale’, l’Ufficio per il commercio americano ha pubblicato un elenco di 1.300 prodotti cinesi,  tra cui attrezzature per le telecomunicazioni e robot industriali, sui quali saranno applicati i dazi dell’Amministrazione Trump. La risposta cinese non è tardata ad arrivare e il Paese ha reagito annunciando che avrebbe posto dei dazi su 106 prodotti americani tra cui agenti chimici, semi di soia e automobili. Alcuni analisti sostengono che dietro questa guerra commerciale, si nasconda una guerra tecnologica che trova la sua ratio in una ‘paura’ di fondo che gli USA nutrirebbero nei confronti di Pechino, da sempre colosso tecnologico indiscusso. Gli Stati Uniti sembrano intenzionati a strangolare lo sviluppo high-tech cinese, e contenere l’ascesa della Cina attraverso la guerra commerciale. Secondo un editoriale   del ‘Global Times’, quotidiano cinese in lingua inglese ‘voce’ del Governo, Washington avrebbe paura della crescente competitività della Cina nel campo delle alte tecnologie e per questo adotta misure di isolazionismo, invece di motivare le aziende americane a competere.

Secondo Alberto Forchielli, fondatore e managing director del fondo Mandarin, la guerra commerciale ha come unico scopo colpire la Cina, che, paradossalmente, ne esce come Paese meno danneggiato dalla decisione di imporre dazi del 10% sull’import di alluminio e del 25% su quello dell’acciaio, annunciata da Trump il mese scorso. Secondo Forchielli si tratterebbe di una ‘minacciautile all’Amministrazione americana per mettere alle strette i Paesi che hanno un gran numero di rapporti commerciali con la Cina e ad allinearli sul fronte occidentale della ‘guerra’.

Gavin Parry, amministratore delegato della società di servizi di investimento Parry Global Group, in un’intervista al ‘CNBC’, ha dichiarato: «La Cina ha molto da perdere dal punto di vista economico, mentre per la gran parte degli osservatori sarebbero gli Stati Uniti ad uscire perdenti dalla guerra commerciale».

Parry porta l’esempio di Apple, il gigante tecnologico produttore di iPhone che in realtà sono assemblati da aziende come la Foxconn di Taiwan.

Gran parte degli assemblaggi e delle costruzioni di iPhone avviene in Cina. Secondo un rapporto del quotidiano ‘China Daily’, lo scorso anno quasi la metà degli iPhone sono stati fabbricati nello stabilimento Foxconn di Zhengzhou, nella Cina centrale. Il rapporto indica 94 linee di produzione di iPhone gestite da 350.000 lavoratori nello stabilimento. Pertanto, se Apple e Foxconn dovessero spostare potenzialmente alcune di queste linee di produzione negli Stati Uniti, potrebbero verificarsi perdite di posti di lavoro a Zhengzhou. A gennaio, Apple ha annunciato investimenti per sostenere l’economia americana,  l’azienda avrebbe contribuito con circa 350 miliardi di dollari all’economia nazionale e creato circa 20.000 posti di lavoro nei prossimi cinque anni, oltre a sostenere l’innovazione tra i produttori nazionali.

Parry ha affermato che l’Amministrazione Trump potrebbe offrire agevolazioni fiscali e altri incentivi per spingere più aziende tecnologiche statunitensi a ritornare effettuare le proprie operazioni economiche negli Stati Uniti. Ciò, in teoria, secondo Parry stimolerebbe l’economia interna, mentre i dazi potrebbero continuare ad essere un elemento di pressione per la Cina. Parry ha aggiunto che Pechino ha ancora bisogno che aziende statunitensi continuino ad offrire posti di lavoro al Paese, per aumentare il potere d’acquisto e far crescere la classe media cinese.

Dean Garfield, Presidente e amministratore delegato del gruppo di esperti Information Technology Industry Council, ha dichiarato al ‘Squawk Box’ della ‘CNBC’ che quando si parla di tecnologia, sia il mercato statunitense che quello cinese sono incredibilmente intrecciati e ciò significa che i Paesi non potrebbero allontanarsi l’uno dall’altro. Parry, nel corso di una nostra intervista, afferma: “Secondo me, prima delle recenti tensioni commerciali USA / Cina che oggi catturano la nostra attenzione su tutti i media, era già stato avviato un enorme cambiamento di potere a livello globale sullo spazio tecnologico”, “Si tratta non tanto di una guerra tecnologica, quanto di una guerra di logoramento nello spazio tecnologico per la leadership dell’innovazione”, afferma Parry. Anche Forchielli è della stessa idea e afferma: “In realtà la vera battaglia non è quella di fermare le importazioni cinesi con dei dazi, che è una cosa impossibile, ma è quella di rallentare la grandezza tecnologica cinese. I dazi, in questo contesto, non sono altro che uno strumento tattico”.

Forchielli afferma che la Cina ha annunciato nel suo piano decennale che nel 2025 raggiungerà la leadership in una serie di settori avanzati, tra cui l’intelligenza artificiale. “Un piano di sviluppo molto ambizioso”, ammette Forchielli, e aggiunge che alla luce di questi obiettivi la paura americana è quella di non riuscire più esportare nel caso in cui i prodotti americani vengano definitivamente superati da quelli cinesi.

Secondo Parry non siamo di fronte ad una guerra tecnologica, ma semplicemente la Cina si è resa conto che questo era il suo momento dibrillare’ e ha sfruttato questa opportunità, proprio come avrebbero fatto gli Stati Uniti dopo la seconda Guerra Mondiale. Infatti, secondo Parry, in quel periodo l’americano si trovò in una situazione davvero unica. La maggior parte della capacità industriale e manifatturiera globale era stata distrutta e con l’allentarsi degli sforzi bellici l’America decise di sfruttare questa opportunità e di far brillare la sua economia esportando in tutto il mondo, cercando di sanare il suo PIL del dopoguerra.

Questa situazione è alla base della nostra tesi sull’opportunità che ha avuto la Cina”, afferma Parry.

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