Economia Opinioni

Una ‘banca cattiva’ per la ripresa

"Gli esperti sono al lavoro. Vedremo come si evolveranno le cose..."

Bad-bank
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Meglio tardi che mai. In Spagna l’ hanno realizzata con successo tre anni fa, in Italia sembra che siamo alle battute finali per l’avvio del percorso. Parliamo della ‘bad bank’, una società -veicolo a garanzia pubblica che assorba i crediti in sofferenza delle banche italiane. Una cifra di 181 miliardi (come crediti lordi, senza considerare le percentuali di copertura già appostate a bilancio dalle singole banche), dati dell’Associazione bancaria italiana. Parliamo di un progetto che consentirebbe alle banche di liberare notevoli risorse da dedicare in gran parte allo sviluppo, all’economia reale. Fino a qualche tempo fa si è preferito non affrontarlo, in nome di una presunta stabilità del sistema che per certi versi rispondeva al vero, ma che, nei fatti, ha ingessato gli attivi delle banche, limitando il loro apporto al finanziamento delle imprese. Per sostenere il sistema bancario, in Italia si è proceduto con aumenti di capitale privati e con l’emissione di bond pubblici, utilizzati principalmente dal Monte dei Paschi. Per motivazioni politiche, forse non si sarebbe potuto procedere diversamente, sperando in una ripresa dell’economia. La cosa non si è realizzata e siamo arrivati, adesso, al redde rationem. Per la verità in Spagna -dove inizialmente la situazione era più grave- si è dovuti intervenire in modo radicale, nazionalizzando le banche, ricapitalizzandole e, successivamente liberandole dei crediti “cattivi”. In Italia non si è fatto così. Il sistema sembrava solido ed, in effetti, ha retto ai primi colpi della crisi finanziaria, adottando degli accorgimenti. Non appena, però, la crisi finanziaria si è trasformata in crisi dell’economia reale, con fallimenti delle aziende e perdita di posti di lavoro, si sta cominciando a ragionare diversamente. Ed è forse questo diverso approccio operativo uno dei motivi che consente allo ‘spread’ (la differenza di rendimento tra titoli di Stato )’bonos/bund’ di mantenersi costantemente al di sotto di quello tra ‘btp/bund’, mentre dovrebbe essere il contrario, considerata la diversa consistenza delle economie dei due paesi mediterranei.

E’ convinzione diffusa che lo stock di debito pubblico italiano sia gestibile, ma questo è vero soltanto se riparte l’economia: di questi fattori la speculazione e la finanza internazionale tengono ben conto. Ecco perchè bisogna adottare ogni accorgimento utile per far ripartire il sistema produttivo ed i consumi interni. A tal fine, un sistema bancario in buona salute può dare un consistente contributo. Insieme, è ovvio, ai provvedimenti di ammodernamento del sistema-Paese e di riduzione del carico fiscale che il governo potrà attuare. Limitandoci al tema in esame, e cioè come sistemare i crediti bancari di cattiva qualità e liberare risorse per l’economia reale, sottolineiamo alcuni dati. I prestiti bancari assommano attualmente al 53% del Pil e rappresentano il 40% delle passività finanziarie complessive (negli Usa, per esempio, il 15% ed in Francia il 23%). Per farci capire, in Italia si preferisce fare impresa fidando molto sul prestito bancario, piuttosto che impiegando capitale proprio, o affidandosi ad altri canali, ma ciò dipende anche dalla particolare struttura del sistema imprenditoriale italiano, fatto in gran parte di Pmi, a conduzione familiare, dove si nota spesso una commistione tra capitale proprio dell’imprenditore e capitale dell’impresa. Un’altra caratteristica è data dalla singolare predisposizione degli italiani a preferire impieghi liquidi, in titoli di Stato, o magari all’estero e nei paradisi fiscali, e nel mattone (che ha deluso non poco negli ultimi tempi). Insomma, gli utili me li porto in Svizzera, o compro palazzi, e l’impresa la sostengo in gran parte con il credito bancario. Comportamento diffuso, almeno fino alla grande crisi, perchè oggi chi vuole sostenere la sua impresa sta raschiando il fondo delle sue risorse.

Il problema delle sofferenze creditizie è duplice perchè, oltre a far mancare liquidità al sistema economico, incide non poco sui bilanci della banche che soffrono -anche per questo- di scarsa redditività. Infatti, sempre secondo l’Abi, l’ammontare delle sofferenze lorde che abbiamo citato, a Gennaio 2015 era pari al 9,5% degli impieghi totali, mentre erano soltanto il 2,8% a fine 2007. Ma i crediti non performanti, o ‘no performing loans ‘come dicono sui mercati finanziari internazionali (crediti deteriorati, sconfinanti, ristrutturati, incagli e sofferenze), ammontano a 320-330 miliardi, il 16% di tutto il credito complessivo delle banche italiane. Ecco spiegato perchè il governo, il Mef, la Banca d’Italia hanno cominciato a porsi il problema. E nel quadro potrebbe rientrare anche la recente modifica della governance delle banche popolari, dopo venti anni di inutili discussioni. Il settore si prepara ad un processo evolutivo di fusioni ed acquisizioni che , irrobustendolo, dovrebbe lenire in qualche modo il problema delle sofferenze e migliorare la redditività. Le sofferenze, sono problema più complesso per le banche medio-piccole, che trovano maggiori difficoltà a gestirle ed incrociano offerte meno vantaggiose nel caso di cessione di questi crediti a soggetti terzi specializzati. Non a caso, le due grandi banche, Unicredit e Banca Intesa, si sono chiamate fuori dal progetto in itinere, perchè intendono risolverlo in autonomia, avendone le potenzialità tecniche, economiche e professionali. Il problema sta diventando, invece, serio per le banche con bilanci ancora in grave difficoltà. In un primo tempo era circolata l’ipotesi di ripetere l’esperienza positiva messa a suo tempo in campo per il salvataggio del Banco di Napoli. Operazione che, insieme con il mio collega Matteo Paone, abbiamo descritto nello studio sulla evoluzione del sistema bancario nel Mezzogiorno. In quell’occasione la legge 588/96 permise di far nascere, nel 1997, la Sga, Società per la gestione degli attivi, che assorbi tutti i NPL del Banco (circa 6.393 milioni di euro al netto delle quote di esigibilità, lordi 8.696 milioni). Il Banco ne uscì ripulito e tornò appetibile sul mercato ed il ministero del Tesoro, che aveva garantito l’operazione, ottenne anche un utile, visto che la SGA, alla fine del 2005 aveva già recuperato circa il 70% di quei crediti, e la percentuale è salita apprezzabilmente negli anni successivi. Secondo il progetto recentemente circolato, la Sga, ceduta da Banca Intesa che oggi la possiede, avrebbe subito una modifica degli assetti proprietari, coinvolgendo nel suo capitale, che avrebbe dovuto raggiungere i tre miliardi di euro, le banche cedenti il credito, lo Stato, la Cassa depositi e prestiti, la Banca d’Italia ed eventuali investitori privati. Il Ministero dell’Economia ha smentito l’esistenza di questo piano, perchè esso soffre evidentemente della necessità di coinvolgere molti soggetti, tra loro non omogenei, e deve stare attento, inoltre, ad evitare accuse di aiuti di Stato da parte degli organismi europei. Deve garantire, ancora, il pieno coinvolgimento delle banche nei costi (e ciò spiega il defilarsi delle banche maggiori) ed una adeguata remunerazione del sostegno pubblico, anche se questo dovesse solo essere in termini di garanzia prestata. Aspetto particolarmente sentito, dovendo fare i conti con gruppi parlamentari prontissimi ad accusare il governo di “regali” alle banche in difficoltà, pagati con le tasche dei cittadini. Comunque sia, il progetto dovrà rispondere a caratteristiche generali, e definite nella pratica finanziaria internazionale. La società veicolo, evidentemente dotata di adeguate professionalità, dovrà avere la capacità di esperire le procedure più rapide ed opportune per recuperare quei prestiti, la gran parte assistiti da garanzie reali, e di “cartolarizzarli“, emettendo obbligazioni da collocare tra il pubblico, o meglio, tra investitori istituzionali, rese appetibili dalla garanzia dello Stato italiano. Gli esperti sono al lavoro. Vedremo come si evolveranno le cose. Il tempo veramente stringe. Anche per agganciare quella ripresa che può fruire, al momento, di condizioni irripetibili: svalutazione dell’euro nei confronti del dollaro, petrolio a buon mercato, quantitative easing della Bce, cioè acquisti mensili consistenti di debito pubblico e privato.

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