venerdì, aprile 20

Uganda – Rwanda: fine della guerra fredda? non si direbbe ma …. Salta l' incontro tra i presidenti Museveni e Kagame durante il summit straordinario della Unione Africana a Kigali

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I media ufficiali dei rispettivi governi la scorsa settimana hanno, per la prima volta, parlato della crisi che da mesi sta sgretolando le relazioni. Una crisi che già conteneva toni da guerra fredda e pericolosamente si stava avviando ad un conflitto che avrebbe distrutto il processo di integrazione della Comunità dell’Africa Orientale (EAC).  

Per meglio dire, la ripresa del conflitto iniziato nel 2000 a Kisangani, la città cerniera tra l’est e l’ovest del Congo. All’epoca i due eserciti invasori si scontrarono a Kisangani per una settimana distruggendo la città e registrando pesanti perdite da entrambe le parti. La guerra fredda avvenuta subito dopo durò fino alla prima riconciliazione avvenuta nel dicembre del 2010.

La crisi riaffiora nel 2016. Il Ruanda manovra un importante settore della difesa ugandese: la polizia nazionale (formata da ex soldati e ufficiali dell’esercito UPDF)  invia un esercito di spie e killer per tenere sotto occhio ed eventualmente eliminare gli oppositori ruandesi in esilio in Uganda.

Improvvisamente il vertice della Polizia nazionale viene decimato e i poteri del capo della polizia, il Generale Faustin Kayihura drasticamente limitati, come da ordine diramato dalla Presidenza. Kayihura è sospettato di essere al servizio del governo di Kigali.

Come contro misura Kampala effettua una serie di arresti di presunte spie ruandesi, onesti commercianti secondo la versione fornita da Kigali. 

Il Presidente Yoweri Kaguta Museveni non perdona l’affronto subito ed affida al Generale Salim Saleh (suo fratello) e al Ministro della Sicurezza, il Generale Henry Tumukunde, il compito di facilitare il reclutamento e provvedere addestramento militare per il Ruanda National Congress (RNC), un partito politico armato ruandese fondato il 12 dicembre 2010 da oppositori in esilio negli Stati Uniti e Sud Africa.

L’obiettivo è chiaro: creare un movimento armato in grado di invadere il Rwanda, deporre il Presidente Paul Kagame sostituendolo con in nuovo Capo di Stato filo ugandese.

I piani di Museveni per destabilizzare il Ruanda vengono scoperti dal quotidiano ugandese Red Pepper che il 21 novembre pubblicherà tutti i dettagli. Il Governo reagisce chiudendo la sede del giornale e accusando di alto tradimento l’intera Redazione.

Per la prima volta (dopo aver minimizzato o negato il conflitto in atto) i media ufficiali dei rispettivi Paesi parlano apertamente della crisi in atto annunciando che è prossima la soluzione pacifica.

I presidenti Museveni e Kagame era previsto si potessero incontrare a Kigali il 21 marzo in occasione del lancio del più grande mercato continentale: l’ African Continental Free Trade Area (CFTA). 

«Il presidente Museveni incontrerà il presidente Kagame durante il summit straordinario della Unione Africana del 21 marzo a Kigali. L’incontro è teso a discutere e risolvere le problematiche sorte tra i due Paesi» informava una fonte dei servizi segreti ugandesi attraverso il settimanale ‘The East African’. Due giorni fa  Yoweri Museveni ha cancellato la sua partecipazione al vertice di Kigali. Le motivazioni ufficiali non sono state rese note, ma secondo le agenzie europee più informate, a pesare potrebbe esserci proprio il deterioramento delle relazioni tra Kigali e Kampala,«con il primo che accusa il secondo di detenere illegalmente i suoi cittadini e di aiutare i gruppi ribelli ruandesi a destabilizzare il governo ugandese, mentre Kampala accusa il Ruanda di spionaggio».

La crisi, prima dell’annuncio di vertice poi ritirato, era arrivata quasi al punto di non ritorno e i venti di guerra si stavano avvicinando. Lo scorso mese il Presidente ruandese Kagame non si era recato al summit UA dei Capi di Stato svoltosi a Kampala come chiaro segnale di sfida.

I primi segnali di distensione si erano intravvisti lo scorso gennaio, quando il Ministro degli Esteri ugandese, Sam Kutesa, è stato invitato a Kigali per discutere direttamente con il Presidente Paul Kagame. Museveni e Kagame si erano incontrati in febbraio ad Addis Abeba ai margini del summit UA.

Il 9 marzo il Presidente Museveni sostituisce entrambe le figure chiavi della guerra fredda con il Rwanda: il filo ruandese e doppiogiochista Generale Kayihura e il Ministro della Sicurezza incaricato di promuovere una ribellione armata contro il governo di Kigali.

Il messaggio lanciato a Kagame è semplice,  efficace e distensivo: ti distruggo i tuoi uomini piazzati ai vertici militari ugandesi assieme a chi avevo incaricato di addestrare un esercito per rovesciarti e attuare un regime chance in Rwanda.

«Non entreremo mai in conflitto con i nostri cugini ugandesi con cui dividiamo la stessa storia e sangue. Molti ugandesi sono nostri parenti. Non vogliamo che Ruanda e Uganda abbiano dei problemi. Credo che vi sia sempre una soluzione ai problemi e lavoreremo duro per trovarla» aveva dichiarato Louise Mushikiwabo. Il merito del Ministro ruandese degli Esteri è quello di rivelare tra le righe gli autori della pericolosa crisi: il clan tutsi Banyangole di Museveni e i tutsi ruandesi del Clan Ugandese. Diaspora di tutsi che si rifugiò in Uganda dopo le prime pulizie etniche in Ruanda negli Anni Sessanta, liberarono il Paese nel 1994 e tutt’ora detengono il potere.

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