giovedì, maggio 24

Macron e il pericolo ‘guerra civile europea’ L' intervista a Matteo Villa, ricercatore ISPI ed esperto di Europa e governance globale, geoeconomia e migrazioni

0

In questo riferimento di Macron all’ «autoritarismo che ci circonda», in molti hanno letto, inoltre, un rimando alla Russia e alla capacità di un leader non certo democratico come Vladimir Putin di far presa, anche se non da ora le ‘sirene’ del Cremlino preoccupano l’ Occidente. Può essere condivisa l’ ulteriore interpretazione che molti hanno dato della perifrasi utilizzata dal Presidente francese?

Il fatto che Putin affascini è la testimonianza del grande successo del leader del Cremlino di stabilire una narrazione antitetica a quella dell’ altro blocco, cioè gli Stati Uniti, come se ancora fossimo nella Guerra Fredda. Putin è riuscito, in questo senso, a porsi continuamente come l’ alternativa. Pensiamo ad Orban: nel momento ha iniziato a ricevere critiche dall’ UE, immediatamente ha iniziato a fare meeting annuali con Putin. Va ricordato che nel 1956 l’ Ungheria venne invasa dall’ Unione Sovietica e lo stesso Orban, che è stato un dissidente del Partito Comunista, è Presidente di un Paese che celebra la festa nazionale come festa di liberazione dall’ Unione Sovietica. A parte il leader polacco (Jarosław) Kaczyński che da sempre ritiene la Russia responsabile dell’ incidente che causò la morte del fratello (Lech), sicuramente Le Pen, Salvini continuano a guardare al polo diverso rispetto all’ America pre-Trump come unica alternativa possibile. Dietro a questo, c’è il grande successo della Russia di Putin a proporsi come alternativa anche nei momenti in cui è in declino. Quindi sicuramente le ‘sirene’ ci sono. Poi però c’è anche chi, abbracciando una sorta di retorica complottista, anti-narrazione, vede in Putin, invece di un nemico, un partner di cui è possibile fidarsi. Dall’ altra parte, il veloce allargamento dell’ Unione Europea: i Paesi dell’ Europa centrale e orientale che sono entrati a far parte dell’ UE tra il 2004 e il 2007 lo hanno fatto sicuramente per ragioni politiche, ma l’ Unione Europea pensava, che nel farli entrare, avrebbe conservato quella forza di attrazione che aveva nel farli avvicinare a sé, allo Stato di diritto, ai principi della democrazia liberale. Ma dove è stato l’ errore dell’ UE in questo processo? Ha continuato a pensare che avrebbe continuato a funzionare all’ infinito il processo ‘funzionalista’, ossia ‘ti faccio rivedere le leggi in modo da renderti più simile a me’, ma non si è dotata degli strumenti sufficientemente forti per sanzionare i membri che fossero usciti dal seminato. Quindi, adesso, ci troviamo gran parte dell’ Europa all’ interno dell’ Unione Europea, ma con meccanismi sanzionatori che funzionano quasi soltanto chi è fuori dall’ UE o chi vorrebbe uscirne che, magari, poi cambia retorica. L’ Europa è molto più forte in senso negativo che positivo e per chi è dentro e non ha intenzione di uscire: per Orban è perfetta, è una gabbia dorata, di cui non gli interessa molto la gabbia quanto l’ oro.

Nel suo discorso al Parlamento europeo, Macron ha anche chiarito quelle che sono per lui le riforme da fare per impedire «il fascino illiberale» e dare nuovo vigore all’ UE. In particolare, ha citato la ‘riforma del Trattato di Dublino’ che si dovrebbe accompagnare ad un programma europeo di finanziamento delle comunità locali che accolgono i rifugiati; la ‘web tax’; la ‘riforma dell’ unione bancaria’ oltre che la creazione di un bilancio per l’ Eurozona; la ‘carbon tax’; la difesa comune. Considerando l’ importante Consiglio europeo di giugno e tenendo conto dell’ attuale panorama europeo, caratterizzato, per esempio, da una Merkel molto più indebolita rispetto a prima, ma anche da sensibilità molto diverse per quanto concerne, ad esempio, le possibili misure economiche da adottare a livello comunitario, le riforme cui punta Macron possono trovare una loro realizzazione concreta?

Il tono rispetto al discorso alla Sorbona è notevolmente cambiato. Per quanto riguarda la riforma dell’ unione bancaria, questo sarà un nodo difficile da sciogliere, ma, secondo me, persino la creazione di un bilancio per l’ Eurozona avrà difficoltà a passare anche perché bisogna capire con quali soldi è possibile farlo, senza contare il problema politico che sorge con una Germania che, almeno in questa Grosse Koalition,  è priva dell’ accordo interno e quindi non sembra per niente propensa. Stessa cosa sul completamento dell’ unione bancaria dove la cosa più importante che manca è la garanzia comune sui depositi e anche su questo i risparmiatori tedeschi non hanno grande intenzione di garantire i depositi di altri Paesi che sono, magari, più a rischio di fallire. Il primo terreno di incontro/scontro sarà domani quando Macron e Merkel si vedono a circa un mese di distanza dall’ ultima volta, in cui il Presidente francese aveva ribadito la necessità di fare le riforme, ma la Cancelliera era sembrata su un’ altra lunghezza d’onda. Su Dublino, Macron parla di finanziamenti, ma chi metterà i soldi? Gli stessi Paesi che accolgono? C’ è da dire, però, che l’ Olanda ha già manifestato la sua contrarietà a trasferimenti. La sensazione è che, un po’ su tutto, prevalga l’ inerzia. Sulla ‘carbon tax’, esiste già uno strumento che prezza le emissioni e aggiungere un altro strumento rende il sistema tutto molto più complesso. Sulla ‘web tax’ io ero del tutto favorevole a tassare i profitti dove vengono fatti. Bisogna capire soprattutto cosa si intende fare per le compagnie web che non vendono prodotti, ma servizi. Però nel momento in cui ci sono delle regole, dovrebbero esser condivise. Del resto l’ Unione Europea fa delle controverse, ma le fa per tutti. La risposta di Juncker («l’Europa non è solo franco-tedesca. Siamo 28, domani 27: serve anche, perché il motore possa funzionare, l’apporto degli altri Stati»è simile ad altri commenti fatti precedentemente. Ma è a fine mandato. Ha preferito, nel corso di questo periodo, dare linee generali sui punti caldi, senza entrare nel tecnicismo. Ma ha preso anche diverse batoste: per esempio sul fronte dei migranti, nell’ ottica di un’ Europa solidale. Ma non è stato accolto. Quindi c’è un po’ di risentimento anche nei confronti della Francia che, secondo Juncker, anche da quando c’è Macron, parla bene, ma poi affossa le proposte.

Come prima da Lei ricordato, Macron è stato eletto e si è affermato su una piattaforma europeista. Sulla scorta anche di quanto accaduto recentemente in Siria, molti hanno messo in dubbio l’ europeismo di Macron. Perché? E’ una posizione condivisibile?

Penso che l’ europeismo di Macron non si sia indebolito, ma sia sempre stato così. Dobbiamo rassegnarci che Macron ha due facce: da un parte, quella dell’ europeista convinto quando si tratta di fare cose su percorsi interni tra le nazioni europee; dall’ altra, quella di ‘europeista’ nazionalista quando si parla di interessi in politica estera, sicurezza nazionale e dei confini. La politica estera francese rimane, nonostante Macron sostenesse di volere il contrario, in linea di continuità rispetto al passato come dimostrano la missione in Mali, in Niger e, adesso, in Siria. “Noi facciamo da soli, ma in coordinamento con gli alleati”. Tant’è che il Presidente si è vantato di aver convinto lui Trump ad agire. Il Consiglio per gli affari esteri europeo si è riunito lunedì e solo ex-post ha avallato in maniera un po’ scoordinata, dopo un dibattito ‘di fuoco’ l’attacco in Siria. Va detto che l’ Europa è da sempre contraria all’ intervento armato per mettere fine al conflitto siriano: per questo Macron ha dovuto giustificare l’ intervento per dare un segnale contro l’ uso delle armi chimiche. Sebbene il Presidente francese affermi che il bombardamento è servito a «salvare l’ onore della comunità internazionale» e può anche avere ragione, il problema vero è che l’ Europa non ne esce bene perché nel momento in cui chi dovrebbe darti la voce, Federica Mogherini, viene messa ai margini ed è costretta a fare un comunicato riparatore ex-post in attesa di quello che diranno gli Stati, di fatto l’ Europa non sta agendo. D’ altro canto, Macron ha fatto delle riforme molto controverse come testimoniano gli scioperi in corso e quindi ha bisogno di guardare all’ interno: mantenere una nazione europeista è difficile per lui, ma, va dato atto, lo sta facendo anche grazie al sistema elettorale francese che gli garantisce di avere quasi cinque anni di tranquillità.

Visualizzando 2 di 3
Visualizzando 2 di 3

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore