giovedì, agosto 24
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Ue in Libia: da tutelare sicurezza e diritti

L'intervista al professor Giuseppe Campesi
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Una missione europea composta da rappresentanti dell’operazione Sophia, della missione Eubam Libia e della delegazione Ue per la Libia è stata ricevuta a Tripoli, il 2 agosto, per incontrare le autorità di tale Paese. Numerosi gli obiettivi che ci si è preposti: portare sostegno alle necessità generali del Paese, ed in particolare contribuire alla sicurezza, al controllo delle frontiere e alla gestione della migrazione. Per capire quale sia lo scenario aggiornato per la Libia, a partire dall’emergenza verso nuove sfide per una possibile stabilizzazione, abbiamo discusso degli aspetti sia tecnici ed operativi che legati alla situazione generale del Paese con il professor Giuseppe Campesi, docente di Sociologia dei fenomeni politici e Sociologia del diritto presso l’Università di Bari.

Come si sta configurando attualmente il ruolo dell’Europa in Libia?

Si tratta di un ruolo complesso, perché è da tempo che si cerca di instaurare una relazione diplomatica di collaborazione in una materia da chiamare “affari interni”, perché riguarda numerose questioni: non solo immigrazione, ma terrorismo, sicurezza, traffici illeciti. I primi tentativi in tal senso risalgono a circa un decennio addietro, quando era l’Italia che spingeva e stava favorendo il recupero delle relazioni, anche dell’Europa, con l’allora regime di Gheddafi. Vi era una forma di cooperazione bilaterale intensa, che però si cercava di inquadrare in una cornice politica più ampia, coinvolgendo l’Europa, anche considerato il ruolo europeo giocato all’epoca da Frattini.

Con le primavere arabe si sono rotti quegli equilibri in maniera drammatica: da un regime magari non democratico, si è passati alla destabilizzazione…

Sì, in questo è stato decisivo l’intervento della Francia e di altri Paesi europei. Ciò ha interrotto le relazioni per un periodo, soprattutto durante la forte instabilità nel Paese, quando erano state sospese, con tutte le operazioni che si svolgevano. Ricordiamo che Eubam era ripresa quasi subito dopo la caduta di Gheddafi, ma era stata poi interrotta nella fase di grave instabilità politica, tra il 2013 e il 2015. Attualmente Eubam è ripresa – l’Italia ha spinto molto in tal senso – ma lo scenario è completamente diverso. Oltre ad Eubam, c’è EUNAVFOR MED, operazione guidata dall’Italia. Quindi, ci sono due operazioni il cui mandato originariamente prevedeva un intervento sul territorio libico. Eubam è un’operazione di tipo tecnico, nel senso che si tratta di offrire supporto logistico, attività di formazione e addestramento, in particolare alle forze di sicurezza incaricate di controllare i confini libici, specialmente quello meridionale. EUNAVFOR MED invece non ha mai potuto essere realizzata, inizialmente perché non esisteva un’autorità riconosciuta in Libia e non c’è stato un mandato delle Nazioni Unite, successivamente perché, nelle ultime settimane, l’attuale governo riconosciuto a livello internazionale non aveva mai autorizzato l’intervento della missione europea sul territorio libico. Come tutti sanno, lo scenario ora sembra essere cambiato: sembra ci sia la possibilità di intervento per le navi  italiane, non per EUNAVFOR MED, anche se le due cose sono legate a doppio filo perché EUNAVFOR MED è a guida italiana. Quindi, la Libia autorizza navi italiane ad intervenire con funzione di supporto per le attività della sua guardia costiera, che comunque è già supportata a livello tecnico ed addestrata sia dalle forze italiane che da Frontex.

Ma la Libia è un Paese solo in parte controllato dalle forze governative…

L’intervento in territorio libico delle nostre forze, per quanto sia concepito come di mero supporto, quindi non un’attività operativa diretta, suscita qualche interrogativo per quanto attiene alle condizioni di sicurezza del suo svolgimento. Ci si domanda quali saranno le regole di ingaggio, come potranno difendersi le nostre forze in situazioni critiche: evidentemente c’è chiedersi in quale contesto saranno inviate ad operare… Il governo rassicura sul fatto che siano polemiche interne alla Libia, che questo non metterà in pericolo le nostre forze di sicurezza, tuttavia è evidente che la Libia non è uno scenario completamente pacificato. Più in generale, quello che si nota è un moltiplicarsi di iniziative in territorio libico, data la sua strategicità per quanto attiene ai flussi migratori verso l’Europa. Si ritiene che nei prossimi anni la Libia possa rappresentare il principale punto di ingresso verso l’Europa e quindi è evidente che si stia cercando in ogni modo di ricostruire un barlume di autorità politica e di apparato di sicurezza in grado di svolgere una funzione di filtro di questi flussi migratori, per bloccarli e controllarli. Si sta cercando di tornare ad un modello di esternalizzazione del controllo alla frontiera, che era stato abbandonato per cause di forza maggiore, sia politiche, legate alla destabilizzazione libica, sia giuridiche, perché non dobbiamo mai dimenticarci che c’è una giurisprudenza costante della Cedu, poi culminata nella sentenza del 2012 Hirsi Jamaa che condanna l’Italia per la sua collaborazione con la Libia di Gheddafi.

Pochi ne sono a conoscenza…

Questa sentenza afferma chiaramente che i migranti intercettati in mare non possono essere sbarcati in un luogo che non sia sicuro. Non deve essere tutelata peraltro solo l’incolumità fisica di queste persone nel luogo in cui vengono sbarcati, ma anche i loro diritti, tutto ciò in considerazione del fatto che sotto tutti i profili, la Libia di oggi non può essere ritenuta un luogo sicuro: ciò viene sostenuto anche dalle Nazioni Unite.

Flussi migratori inarrestabili, ma i libici non cercano l’Europa a tutti i costi. Vorrebbero poter rimanere nel loro Paese, ma questo non è possibile, a maggior ragione dopo le primavere arabe…

A lungo si è usata in Paesi come la Libia la cosiddetta “governance esterna della sicurezza interna”. Si è cioè costruito una rete di collaborazione sia bilaterale, con l’Italia, che multilaterale, con l’Ue. Si erano coinvolti i Paesi del Mahgreb in un’attività di cooperazione finalizzata alla sicurezza ed al governo dei fenomeni migratori, per il mantenimento dell’ordine all’interno della Ue. Abbiamo armato, supportato tecnicamente, fornito mezzi, costruito centri di detenzione per regimi della cui qualità democratica hanno dubitato tutti, ovviamente anche i popoli interessati. Si è cercato a tutti i costi di portare avanti questo modello di esternalizzazione delle politiche di sicurezza interna, soprattutto in un Paese fortemente instabile come la Libia, dove non è chiaro fin dove questo intervento si dovrebbe spingere.

In Libia, quali caratteristiche dovrebbe avere questo intervento per essere efficace, nel lungo periodo?

Probabilmente, dovrebbe perseguire l’obiettivo di sostituire le forze di sicurezza libiche con quelle italiane o di una missione europea, ma un misura del genere non sarebbe accettata dall’attuale governo legittimo. Verrebbe percepita come una chiara violazione della sovranità. Sicuramente, la soluzione è la stabilizzazione e lo sviluppo economico di questi Paesi, che però appunto è un processo che richiede anni. Si cercano soluzioni purtroppo di breve termine, legate all’orizzonte delle prossime scadenze elettorali. Nel nostro Paese, l’accelerazione nel controllo delle migrazioni libiche è da ritenersi collegato all’obiettivo di non far pesare il macigno da esse rappresentato, in vista della prossima campagna elettorale. Ciò però viene fatto a spese dei rifugiati e dei migranti, che verranno intrappolati in territorio libico. Si sarebbe potuto portare avanti un’azione comune in sede europea per riformare il sistema dell’asilo, con una migliore distribuzione dell’onere dell’accoglienza. Forse non se ne è avuta la forza; è da un anno che si è avviato in tal senso il processo legislativo che porterà alla riforma del regolamento di Dublino, quello cioè relativo all’individuazione del Paese che deve farsi carico dell’onere dell’accoglienza di un richiedente asilo. Si sarebbe potuta portare avanti una battaglia politica lungo tutto l’iter legislativo di questo tipo di riforma, ma non lo si è fatto, limitandosi al modello dell’esternalizzazione di cui si è detto, che però è quello che porta alla perdita netta più grave, in tema di tutela dei diritti.

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