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Scenari futuri

Ue e referendum: investitori più sfiduciati se cade Renzi

Il prof. Zanghì: 'Il rischio instabilità del governo, più che l'esito del voto, condizionerà i mercati'

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Il referendum imminente, secondo alcuni commentatori, potrà avere ripercussioni a livello internazionale. La fiducia degli investitori nell’Italia è collegata, non da oggi, alla tenuta delle sue istituzioni e del Governo. L’instabilità, ovviamente, la condiziona negativamente. Ecco perché il ‘Financial Times‘, alcuni giorni fa, ha accennato alla possibilità di una crescita della sfiducia dei mercati a seguito del prevalere di un no. Ma lo storico quotidiano economico britannico si è spinto ben oltre: ha infatti ipotizzato che, di pari passo con la vittoria del no, l’Italia possa uscire dall’euro. Ipotesi negative sono state avanzate anche da altri importanti giornali esteri. Ma quanto sono verosimili ipotesi del genere? Ne abbiamo discusso con il prof. Claudio Zanghì, già professore ordinario di diritto dell’Unione europea all’Università ‘La Sapienza’ di Roma, poi ordinario di diritto internazionale, oggi professore emerito.

 

Il referendum è alle porte. Se ne è parlato moltissimo, cercando di spiegarne i vari aspetti al pubblico. Si è parlato anche di Europa, molto anche si è detto rispetto al voto sulla stampa internazionale, che ha cercato di valutare i possibili esiti del voto. Il Financial Times ha espressamente parlato di sfiducia degli investitori internazionali a seguito del no. Come si pone a suo avviso questa scadenza elettorale in relazione all’Unione europea?

Da un punto di vista strettamente giuridico, il referendum non ha assolutamente nulla a che vedere con l’Unione europea, perché, per come è strutturato, tende ad accogliere o meno una riforma alla nostra Costituzione, che è stata a suo tempo votata in Parlamento. Questa riforma non intacca minimamente la nostra partecipazione all’Unione europea, che è stata a suo tempo decisa e votata dal Parlamento italiano con una legge ordinaria, di cui la Costituzione non si occupa affatto. Sul piano politico il discorso cambia, perché il voto è stato ampiamente politicizzato e quindi, detto banalmente, votare sì significa votare a favore di Renzi e votare no, contro. È evidente che se questo riferimento al Governo in carica dovesse avere delle conseguenze sulla nostra appartenenza all’Unione europea – e su questo si possono  fare svariate congetture – ciò dipenderebbe non dall’esito del referendum, ma dal subentro di un nuovo eventuale governo, che potrebbe assumere un atteggiamento diverso sull’Europa rispetto a Renzi. Siamo in un ambito del tutto ipotetico, futuribile. Si sono avanzate numerose ipotesi sui possibili esiti della consultazione, sulla nostra eventuale uscita dall’euro, su una reazione negativa dei mercati in relazione all’Italia, eccetera, ma sul piano concreto, l’unica scenario verosimile si configurerebbe con un nuovo Governo. Ma da qui a dire che l’Italia uscirà dall’euro o dall’Europa, ce ne corre. Si tratta di allarmismi. Anche se si prova ad immaginare una possibile reazione dei mercati, ci troviamo nell’ambito del futuribile.

«Se vinciamo il referendum, possiamo dare le carte, in Europa», queste le dichiarazioni di Renzi, il 25 novembre scorso sul ‘Sole 24 Ore‘: ciò consente di capire quanto al presidente del Consiglio stia a cuore questo voto. E su questo, si possono avanzare alcune considerazioni rispetto al ruolo dell’Italia, spesso di mera passività rispetto ai ‘compiti a casa’ assegnati dalla Merkel. Con i cambiamenti in corso in Europa, si pensi alle imminenti elezioni anche in Francia e Germania, nel medio e lungo termine, si può dire che le modifiche istituzionali introdotte dalla vittoria del sì possano attrarre investitori esteri?

In caso di vittoria del sì, è indubbio che vi possa essere un qualche acceleramento del processo legislativo. Si riducono le competenze del Senato: se quindi per il voto di una legge si deve passare solo da una Camera, i tempi si riducono. Ma di questo si può parlare al condizionale, perché potrebbero esserci violente reazioni da parte della minoranza, quale che sia, e che ciò condizioni i tempi del voto anche solo in una Camera. Ma in teoria, si accelera la procedura. E tenuto conto che alcuni handicap per gli investitori esteri in Italia sono rappresentati dall’eccessiva burocrazia e da una normativa piuttosto complessa, l’ipotesi di una semplificazione e di un alleggerimento dovrebbe essere un segnale positivo per gli investitori esteri. Al contrario, il no costituirebbe un elemento negativo, non tanto perché la Costituzione resta così com’è, ma probabilmente perché dal no al referendum deriva una qualche incertezza politica su ciò che succederà dopo. E la Storia del nostro Paese ci insegna che queste incertezze rappresentano in genere un segnale negativo per gli investitori esteri e per la Borsa. Che tale reazione negativa sia di breve, medio o lungo termine, dipende anche dalla risposta che il Governo italiano potrà dare. Se rimane quello in carica, la prospettiva è Renzi, se cambia il Governo c’è maggiore incertezza, perché non si sa quali saranno i nostri nuovi governanti.

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