sabato, dicembre 16

Ue: crescente antieuropeismo in Polonia "Impiccagione" simbolica di sei eurodeputati: può ancora salvarsi l'Ue?

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Forche con le foto degli eurodeputati contrari alle nuove misure sulla giustizia ‘bocciate’ dall’Ue in quanto liberticide e contrarie alla separazione dei poteri: è successo sabato 25 novembre, in serata, a Katowice, vicino a Cracovia. Jan Grabiec, il portavoce di Piattaforma Civica (Po), il partito all’opposizione, ha pubblicato su twitter una foto agghiacciante: ai piedi di un monumento ai caduti, sei militanti di estrema destra tengono una forca con ‘impiccate’ le foto dei sei eurodeputati, accanto ad una serie di corone di fiori. La protesta era indirizzata a coloro che hanno votato a favore della risoluzione con quale il Parlamento europeo ha ammonito il governo di Varsavia per il mancato rispetto dello Stato di diritto.

Quali antidoti esistono contro il degenerare della situazione in un momento di gravi preoccupazioni sulle sorti dell’Ue? Fin dove può arrivare un movimento del genere quando oltrepassa i limiti dell’attivismo? Per comprendere meglio la questione, abbiamo intervistato il prof. Leonardo Rapone, docente di Storia contemporanea e di Storia dell’Europa contemporanea presso l’Università della Tuscia, e la prof.ssa Giuliana Laschi, docente di Storia contemporanea, Storia dell’integrazione europea e delle relazioni internazionali all’Università di Bologna.

Una prima questione di interesse è quella riguardante quella che sembra ormai un riferimento cronico alla distruzione dell’Europa nei movimenti politici estremisti. Ma è solo estremismo oppure si tratta della punta dell’iceberg di una ormai consolidata disaffezione all’Europa? Secondo il prof. Rapone “Non c’è dubbio che gli autori di gesti e discorsi estremi, offensivi della sensibilità democratica, come quelli che nelle scorse settimane hanno deturpato l’immagine della Polonia, sono incoraggiati da un clima di generale freddezza, che spesso arriva all’insopportazione e al rifiuto, nei confronti del principio dell’integrazione europea: un clima che impregna l’atmosfera dell’Europa centro-orientale, ma è ampiamente diffuso anche a Occidente. Durante tutto il suo svolgimento il processo di integrazione si è dovuto scontrare con attori politici e correnti di opinione che hanno esercitato un’azione frenante, in nome della salvaguardia delle sovranità e delle ambizioni nazionali: basti pensare al generale De Gaulle o alla signora Thatcher. Ma, a parte il fatto che nessuno di loro si è spinto fino a concepire lo smantellamento della costruzione europea, oggi siamo di fronte a qualcosa di diverso, a cui il tradizionale concetto di “euroscetticismo” non si addice più. Oggi la difesa dei particolarismi e i culti identitari si accompagnano al ritorno in forze di quell’avversione nei confronti di ogni forma di diversità che l’Europa ha tristemente sperimentato negli anni fra le due guerre mondiali. Dietro la difesa della Nazione, dietro il cosiddetto “sovranismo” si fanno strada l’intolleranza verso gli altri, il disconoscimento della dignità di tutte le persone, la tendenza ad assolvere chi ricorre o minaccia di ricorrere anche alla violenza fisica contro quanti sono percepiti come un pericolo per l’identità etnica e nazionale: tutto questo induce a guardare con molta preoccupazione al futuro”. Similmente, la prof.ssa Laschi si esprime in tal senso: “Purtroppo ritengo che in realtà la Polonia sia in una situazione estremamente complessa, sia per se stessa che rispetto all’Ue. Non credo che sia un fatto isolato, perché razzismo e xenofobia stanno aumentando con un ritmo incessante. In Europa lo sappiamo e, dal giorno dell’indipendenza polacca, si stanno manifestando con sempre maggiore violenza. È doloroso doverlo constatare, così come anche sta succedendo in Ungheria. Si tratta di una disaffezione all’Europa? Difficile dirlo; certo, nel 2004, all’ingresso della Polonia in Europa, si sono compiuti degli errori. Si ricorderà la sindrome della paura dell’idraulico polacco … Dopo il grande momento di entusiasmo iniziale, dopo la caduta del muro di Berlino, i Paesi dell’Est Europa sono entrati solo per motivi economici, a differenza dell’ingresso di Spagna e Portogallo. E si aggiunga che oggi la Polonia non ammette cessioni di sovranità”.

Potranno esserci, a livello europeo, sanzioni nei confronti degli autori del gesto? Spiega il prof. Rapone cheI comportamenti individuali ricadono sotto le giurisdizioni nazionali. I trattati europei prevedono invece la possibilità di sanzionare atti ufficiali delle autorità nazionali che violano i principi di democrazia e di libertà su cui si fonda il progetto europeo. Questa possibilità fu introdotta nei trattati europei sul finire del secolo scorso, quando l’Unione europea volle dar prova di essere non solo uno spazio economico, ma anche una comunità di diritti. Nei confronti dell’involuzione illiberale del governo polacco, si è ventilato il ricorso a sanzioni, e proprio il fatto che alcuni deputati polacchi al Parlamento europeo abbiano condiviso i richiami rivolti alle autorità polacche ha innescato la lugubre messa in scena di Katowice. Ma è difficile pensare che dalle parole si possa passare ai fatti, dal momento che non si tratta solo della Polonia. Prima della Polonia era stata la volta dell’Ungheria, e oramai esiste una solidarietà politica tra questi due Stati, estesa anche alla Repubblica ceca e alla Slovacchia, che fa ritenere altamente improbabile che in seno al Consiglio europeo possa farsi strada la volontà di andare ad un urto frontale con questo blocco di Stati. Semmai stupisce che un partito come quello del premier ungherese Orban, che ha dato larghe prove della sua indole antidemocratica, faccia ancora parte del Partito popolare europeo, il partito a cui fanno capo i presidenti della Commissione europea, del Consiglio europeo e del Parlamento”. Caustico anche il commento della prof.ssa Laschi: “I manifestanti possono essere sanzionati solo dagli Stati. L’Ue può sanzionare Polonia e Ungheria per il fatto di non portare avanti politiche europee. Ma il Consiglio ha temuto di applicare sanzioni, perché si temono ritorsioni. Si vede qui come il Consiglio abbia un grande potere, ma non ha più una visione europea”.

La società europea nel suo insieme, quella che ancora crede nel processo politico europeo, come può interpretare fatti del genere? Tra gli elettori prevale oggi un desiderio di rivincita per l’Europa oppure a seguito di fatti simili i cittadini si ritraggano impauriti? La risposta del prof. Rapone: Non vedo avvisaglie di una riscossa di quella parte dell’opinione pubblica europea che ancora crede nel principio dell’integrazione. E’ mancata finora la determinazione di reagire e di dare forza a un discorso alternativo. Le elezioni francesi, che si sono apertamente combattute sul terreno dell’Europa e hanno visto la sconfitta dello schieramento “sovranista”, avevano fatto ben sperare. Ma la spinta non si è estesa ad altri paesi. Purtroppo da un decennio in qua le politiche praticate dall’Unione europea hanno scavato un fossato sempre più profondo tra l’Europa e i cittadini. L’Europa dei decimali e degli algoritmi, dei vincoli contabili e dello smantellamento delle difese sociali, come può far breccia nel cuore dei cittadini? Non è agevole, nella comunicazione, distinguere tra le concrete politiche europee e il principio dell’integrazione; non è facile dimostrare a masse di cittadini che patiscono sulla loro pelle gli sbagli delle politiche europee che è una pia illusione credere che, rinserrandosi nei confini della nazione o financo della regione, si possano miracolosamente risolvere problemi che hanno origini e dimensioni globali”. La prof.ssa Laschi si concentra invece sulla situazione interna alla Polonia, per trarne poi considerazioni di carattere generale: “C’è una parte di polacchi che è molto preoccupata, i polacchi democratici. Ma c’è poi quello che io chiamo un “fondamentalismo polacco”, un sentimento di unicità che deriva dal fatto di essere stati sempre penalizzati in Europa. Ciò è difficile da conciliare con l’Europa, una visione troppo nazionalista che sta riemergendo. Il nazionalismo è pericoloso perché porta ad una contrapposizione tra Stati, perché porta a tensioni e all’illusione di potercela fare da soli. Purtroppo ciò è dovuto ad una grande ignoranza che esiste nella popolazione: l’elettorato si sta spostando in più Paesi europei verso posizioni nazionaliste e xenofobe, come a fine ‘800. Siamo tornati indietro, perché non c’è un nuovo linguaggio in Europa. Insomma, ci troviamo in un momento davvero molto complesso”.

Se da un lato quindi sembra che l’Europa sia in profonda crisi, dall’altro, proprio nell’ultimo anno sono stati realizzati grandi passi in avanti in materia sicurezza. Ma quali forze, nel complesso, prevalgono in Europa, quelle centrifughe o centripete? Sostiene il prof. Rapone: “Mi pare che i tanti progetti pur abbozzati nei mesi passati sulla riforma delle istituzioni e dei meccanismi decisionali europei e culminati nell’immagine dell’Europa a più velocità – un’immagine già in passato abusata, ma che oggi potrebbe corrispondere all’esigenza di rintuzzare il potere di ricatto dei governi più riluttanti a uscire dal bozzolo nazionale – si siano arenati. La paralisi politica che ha colpito la Germania si è immediatamente riversata sull’Unione europea, e domina ovunque una morta gora. In questo momento la stagnazione è la nota prevalente, e questo gioca a vantaggio delle forze più ostili al progetto europeo”. La risposta della prof.ssa Laschi si concentra anch’essa sugli aspetti di arretramento del processo europeo: “Ho molta paura, mi sembra che tutti i giorni peggiori … la Brexit poteva rappresentare un’opportunità per unire di più l’Europa, perché gli inglesi in Europa hanno creato tantissimi problemi, ma nessuno ha approfittato dell’uscita della Gran Bretagna per rilanciare l’integrazione europea. Nella crisi catalana, poi, hanno sbagliato tutti, mettendo in imbarazzo l’intera Unione, che non poteva dire nulla in merito a scelte di ordine interno di un altro Paese”.

Su quali leve potrebbe agire l’Europa per rilanciare un’idea di unità? Meglio puntare sul piano comunicativo, emotivo, simbolico oppure sugli aspetti tecnici, come la fiscalità, la cooperazione giudiziaria e in materia di sicurezza?Credo che entrambe le leve debbano essere azionate”, afferma il prof. Rapone. “E’ necessario presentare ai cittadini una diversa rappresentazione dell’Europa, ma non può trattarsi solo di un discorso ideale o, peggio, retorico. E’ necessario il conforto delle politiche. Se non si rimette in moto il processo politico, risulterà minata la credibilità di ogni discorso sulla necessità di un’Europa unita”. Del medesimo avviso la prof.ssa Laschi: “Parlerei di tutte e due, perché sono fortemente legate. Tutti i tecnicismi, in realtà, sono serviti ad armonizzare l’Europa e a creare cooperazione. Sì, ci devono essere ideali, ma legati a questioni tecniche”.

Nonostante tutto, in fin dei conti, l’Europa ha dimostrato fino ad oggi notevoli capacità di resilienza. E di fronte a queste sfide rappresentate dai movimenti estremistici e dal populismo, potranno emergere nuove ragioni per continuare a sentirsi europei? Netta la risposta del prof. Rapone: “Credo che le ragioni per continuare a credere nel processo unitario siano quelle di sempre: l’Europa come comunità di valori, forgiatasi nella lotta contro le tirannie e i totalitarismi, che oggi è chiamata a rintuzzare il minaccioso ritorno di fantasmi che credevamo sepolti; e l’Europa come spazio imprescindibile per affrontare le sfide dello sviluppo e competere con le grandi aggregazioni politico-territoriali che dominano la scena internazionale”. La prof.ssa Laschi esprime in merito alcuni timori: “Ho sempre sperato nella resilienza dell’Europa, ma mi sembra che oggi la situazione peggiori di giorno in giorno. Mi conforta vedere nei miei studenti un afflato europeista fortissimo, una grande preparazione sull’Europa e anche la consapevolezza della grande forza rappresentata dall’Europa. D’altro canto, sono solo in pochi: troppe persone non si rendono conto dei traguardi eccezionali raggiunti dall’Europa in termini di convivenza pacifica”.

 

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