Politica News

Dibattito

UE, i conflitti d’interesse sono linfa per gli euroscettici

Interviene anche il Mediatore europeo, per la trasparenza dell'istituzione in tempi difficili

immagine tratta da www.dagospia.com
Advertising

È notizia di questi giorni il fatto che il Parlamento europeo abbia presentato una interrogazione sui conflitti d’interesse in sede comunitaria. L’attenzione a ciò nasce a seguito dei casi relativi a figure di spicco, quali l’ex presidente della Commissione José Manuel Barroso, nominato a luglio presidente non esecutivo e advisor della sede europea della Goldman Sachs, e di Neelie Kroes, che dal 2004 al 2014 ha fatto parte dei due gruppi guidati proprio da Barroso, prima come commissario alla Concorrenza e poi all’Agenda Digitale, ricoprendo al contempo, dal 2000 al 2009, il ruolo di amministratrice della Mint Holdings, una società energetica degli Emirati arabi con sede alle Bahamas, senza aver mai comunicato l’esistena di tale incarico a Bruxelles. Sul tema abbiamo sentito uno dei massimi esperti sui trattati europei, cioè il prof. Carlo Curti Gialdino, già intervistato un anno e mezzo fa da ‘L’Indro’, che, oltre ad insegnare Diritto internazionale e Diritto dell’Unione europea alla Sapienza, ha svolto la sua attività lavorativa a livello apicale presso istituzioni nazionali e internazionali.

 

Come è cambiata la situazione nel corso degli anni? Una volta era solo l’Italia l’esempio negativo, ma oggi quello dei conflitti di interesse è un problema che sembra si stia diffondendo anche in Europa: si può dire che la situazione sia peggiorata?

Appare necessario premettere qualche puntualizzazione definitoria, spigolando tra nozioni e concetti, utile a situare il discorso. Infatti, i conflitti di interesse, le c.d. porte girevoli e la corruzione sono di per sé fattispecie distinte, anche se, talvolta, ci può essere qualche sovrapposizione o accavallamento fra di esse. Il conflitto di interesse, classicamente, è quella situazione in cui ad una carica istituzionale con implicazioni decisorie (governativa, in genere, ma anche in ambiti sia pubblici che privati) accedono soggetti, i quali sono portatori di interessi personali o professionali suscettibili di minare, in potenza o in atto, l’imparzialità richiesta alla funzione svolta ed, eventualmente, piegarla a fini di parte. Quando il titolare di altissime cariche pubbliche possiede un patrimonio importante, di regola, si procede con il conferimento di esso ad un fondo fiduciario cieco (blind trust), che lo amministra in sua vece, senza doverne rendere conto fino alla cessazione del mandato pubblico. Con l’espressione ‘porte girevoli’ – revolving doors in inglese o pantouflage in francese – si definisce, invece, lo svolgimento di attività in ambito privato, talvolta nel medesimo settore, successivamente al termine di un incarico pubblico, di natura politica o implicante funzioni di alta amministrazione. Il fenomeno è regolamentato in molti ordinamenti, in particolare mediante la fissazione di un periodo più o meno lungo di astensione dagli uffici ed in cui è fatto divieto di occupare funzioni potenzialmente confliggenti. Come si comprende chiaramente dalla presenza di molteplici espressioni in lingua straniera impiegate per descrivere i detti fenomeni, essi sicuramente non possono essere ritenuti una specificità italiana, anche se con l’ingresso in politica di Silvio Berlusconi, nel 1994, la tematica del conflitto di interesse ha costituito, per un verso, oggetto di vivace scontro politico, con grande risalto sui media, e, per altro verso, è stata oggetto di regolamentazione legislativa, dai più ritenuta insufficiente. Certo, dall’estate scorsa, la notizia dell’assunzione da parte dell’ex presidente della Commissione europea José Manuel Durão Barroso delle funzioni di presidente non esecutivo nella banca d’affari Goldman per consigliarla sulle conseguenze della Brexit e il recente disvelamento, dopo la lettura dei Bahamas Leaks, degli interessi societari della commissaria europea Neelie Kroes nel corso stesso del suo mandato ha dato nuovo significativo risalto alla questione delle porte girevoli e dei conflitti di interesse.

L’Europa dei conflitti d’interesse è quella in cui le lobby hanno la meglio sui cittadini, come arginare questo fenomeno? 

All’evidenza i fenomeni di lobbying possono essere arginati e disciplinati. Il lobbismo non deve essere considerato semplicemente e puramente come un’attiva illecita di per sé. Esso può essere visto pure come un elemento della vita democratica, tanto che qualcuno ha pure individuato nei gruppi di pressione ‘le antenne del sistema democratico’. L’art. 11 del Trattato sull’Unione europea è al riguardo molto chiaro. Il suo primo paragrafo dispone che ‘le istituzioni danno ai cittadini ed alle istituzioni rappresentative, attraverso gli opportuni canali, la possibilità di far conoscere e di scambiare pubblicamente le loro opinioni in tutti i settori di azione dell’Unione'; il secondo paragrafo sancisce che ‘le istituzioni mantengono un dialogo aperto, trasparente e regolare con le associazioni rappresentative e la società civile'; il terzo paragrafo stabilisce che ‘al fine di assicurare la coerenza e la trasparenza delle azioni dell’Unione, la Commissione europea procede ad ampie consultazioni con le parti interessate’. Il riferimento alla sola Commissione, all’evidenza, si spiega con il sostanziale monopolio dell’iniziativa normativa di cui essa è titolare. Trasparenza è il termine ricorrente in questa disposizione: il suo rispetto è il parametro che occorre tener presente per valutare se le attività ‘svolte al fine di influenzare, direttamente o indirettamente, l’elaborazione o l’attuazione e il processo decisionale delle istituzioni europee’ siano esercitate  in termini corretti,  incrementando così i momenti di partecipazione democratica o se, invece, gli interessi rappresentati abbiano travalicato questo ruolo ed abbiano invece costituito una ingerenza illegittima, fino a configurare illecite fattispecie corruttive. Nell’ambito dell’Unione europea le attività di lobbying hanno trovato disciplina, da un lato nella previsione di un registro al quale i lobbisti possono o debbono iscriversi per poter svolgere la loro attività, dall’altro mediante l’adozione di codici etici ai quali si devono attenere sia i membri delle istituzioni sia i funzionari e altri agenti dell’Unione, con appositi organi chiamati a valutare le condotte devianti. L’accordo interistituzionale tra Parlamento europeo e Commissione del 2011, che ha introdotto il Registro europeo per la trasparenza, ha appunto cercato di regolamentarle. Il limite importante che questa disciplina comporta è il suo carattere volontario. Solo una parte, non eccessivamente significativa, dei circa 30000 lobbisti si sono registrati. La situazione ha indotto la Commissione Juncker a proporre l’iscrizione obbligatoria come condizione per poter avere contatti con i decisori europei, ma la proposta ha finora incontrato molteplici ostacoli, come dimostrano le centinaia di emendamenti presentati al Parlamento europeo.

Native Advertising

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>