lunedì, novembre 20

UE: arriva l’accordo sulla Difesa Comune Spagna: la Catalogna potrebbe fare marcia indietro

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 Nel corso del Consiglio dei Ministri di Esteri e Difesa dell’Unione Europea, svoltosi oggi a Bruxelles, si è giunti ad un accordo sulla Difesa Comune: a firmare sono stati ventitré Paesi su ventotto. A parte la Gran Bretagna, che è sempre stata contraria all’aumento dell’integrazione europea e che ha avviato le procedure per abbandonare l’Unione, non hanno firmato Danimarca, Malta, Irlanda e Portogallo. L’accordo, denominato ‘Permanent Security Cooperation‘ (PeSCo), prevede lo sviluppo di progetti comuni che portino gradualmente ad una sempre maggiore integrazione nel campo della sicurezza: la firme definitiva, che darà il via al progetto PeSCo previsto dal Trattato di Lisbona, è prevista per il prossimo 11 dicembre.
Secondo il Ministro della Difesa italiano, Roberta Pinotti, l’approvazione del PeSCo è di grande importanza, non solo dal punto di vista militare, ma anche da quello economico e politico: dal punto di vista economico, infatti, bisogna considerare che lo sviluppo di progetti condivisi a livello comunitario potrà rappresentare, per l’industria italiana, una grandissima opportunità; dal punto di vista politico, invece, il Ministro Pinotti ha espresso grande soddisfazione per il fatto che la proposta per l’accelerazione del progetto PeSCo, partita da quattro Paesi (Italia, Francia, Germania, Spagna), abbia alla fine ottenuto il consenso della grande maggioranza dei membri dell’UE.

Allo stesso tempo, però, l’Unione si trova ad affrontare grandi sfide, in particolar modo la crescita di quelle spinte centrifughe che rischiano di portare alla disgregazione del progetto europeo. Da questo punto di vista, la sfida più grave affrontata nell’ultimo periodo è stata quella dell’indipendenza catalana. Dopo che lo scontro tra il Governo centrale spagnolo e gli indipendentisti catalani aveva portato i toni ai limiti della guerra civile, con la dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte di Barcellona e la fuga all’estero dei principali politici indipendentisti, oggi sembra aprirsi uno spiraglio verso una soluzione diplomatica. Dal Belgio, dove è riparato per sfuggire all’arresto ordinato da Madrid, Carles Puidgemont, ex-Presidente dell’autonomia catalana, ha dichiarato che esistono soluzioni alternative all’indipendenza: secondo Puigdemont, tutto sta a sedersi attorno ad un tavolo per trattare. Si tratta di un cambio di rotta abbastanza sostanziale, soprattutto se viene dal principale sostenitore di quella linea dura che, portata avanti fino ad ora, ha rischiato di far esplodere la situazione.

Da parte spagnola, per il momento, non sembra esserci grande entusiasmo per l’apertura dell’ex-Presidente dell’autonomia. Anzi, secondo fonti del Ministero degli Esteri spagnolo, ci sarebbero le prove di un intervento russo finalizzato a promuovere la disinformazione che ha permesso il degenerare della situazione in Catalogna: le accuse di collegamenti con i russi, rivolte ai vertici degli autonomisti catalani, arriva dopo che questi avevano accusato il Governo di Madrid di attuare in Catalogna una repressione degna dell’epoca franchista.

Sul fronte inglese, invece, il Primo Ministro di Londra, Theresa May, sembra sempre più in difficoltà. Indiscrezioni fornite dalla Stampa britannica parlano di una fronda sempre più forte all’interno al partito: si tratterebbe di circa quaranta deputati conservatori che, secondo le indiscrezioni della Stampa, avrebbero inviato al Primo Ministro una lettera dai toni pesantissimi. I membri della fronda, che fanno capo al Ministro degli Esteri inglese, Boris Johnson, spingono per il mantenimento della linea dura nell’ambito dei trattati con l’UE e vorrebbero vedere estromesso il Cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond, che, contrario all’uscita dall’Unione ai tempi del referendum, ora spinge per trovare un accordo in chiave moderata.

Dall’altra parte della barricata, il Primo Ministro May deve affrontare le pressioni del mondo dell’economia, profondamente preoccupato delle ripercussioni di una separazione drastica di Londra da Bruxelles: schiacciata tra spinte opposte, la May non sembra, per ora, in grado di prendere una posizione forte e rischia di perdere credibilità di fronte all’opinione pubblica.

In Francia, a Parigi, si sono tenute le celebrazioni per ricordare le vittime dell’attacco terroristico del 13 novembre 2015 al Teatro Bataclan. Alla commemorazione, tra straordinarie misure di sicurezza, erano presenti le più alte cariche dello Stato. Il prossimo 18 dicembre, è previsto l’avvio del primo processo contro Salah Abdeslam, l’unico dei terroristi del Bataclan ancora in vita: il processo non riguarda l’attentato di Parigi, bensì la resistenza all’arresto avvenuta in Belgio quattro mesi più tardi. Il processo per l’attentato di Parigi non partirà prima del 2019.

In Libano, il Presidente Michel Aoun si è detto ottimista dopo le nuove parole del Primo Ministro, Saad Hariri. Dopo essersi dimesso in un messaggio quanto meno dubbio lanciato dall’Arabia Saudita, dove era stato convocato per ragioni ancora da chiarire, Hariri era praticamente scomparso, tanto da far pensare ad una sua ‘detenzione’, più o meno esplicita, da parte di Riad. Ieri l’annuncio, tramite un nuovo video, in cui Hariri affermava di non essere prigioniero e di avere piena libertà di movimento; inoltre, nel messaggio annunciava il suo ormai prossimo rientro a Beirut e confermava la scelta delle proprie dimissioni. Le dimissioni di Hariri, ufficialmente, sono avvenute in risposta alle interferenze che l’Iran, tramite il movimento Hezbollah, eserciterebbe sulla politica interna libanese: da Teheran, è arrivata la secca smentita.

Dopo che, nei giorni scorsi, la coalizione a guida saudita aveva operato il blocco totale di porti ed aeroporti in Yemen, in risposta all’attacco missilistico che aveva colpito in territorio di Riad, oggi l’annuncio che, nelle prossime ore, lo spazio aereo yemenita dovrebbe essere riaperto per permettere l’arrivo di aiuti umanitari. La decisione è arrivata dopo l’ingente manifestazione di piazza avvenuta a Sanaa per protestare contro il blocco saudita. Lo Yemen è da anni preda di una guerra civile che, in realtà, nasconde la rivalità tra altri forti attori dell’area mediorientale: l’Arabia Saudita, da una parte, e l’Iran, dall’altra.

Dal fronte della crisi in Siria, invece, sono arrivate nuove dichiarazioni da parte russa. Il Portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha dichiarato che la dichiarazione congiunta, frutto di un accordo raggiunto tra Mosca e Washington, che verrà resa nota nel prossimo futuro, non contiene alcun riferimento al ritiro dal territorio siriano delle truppe regolari iraniane e delle milizie sostenute da Teheran. Inoltre, Peskov ha affermato che per la soluzione della crisi siriana sarà di fondamentale importanza l’incontro odieno tra il Presidente russo, Vladimir Putin, e il Presidente turco, Recep Tayyip Erdogan.

la situazione in Libia si fa sempre più pesante: dopo che venerdì notte il Governo di ‘Unità Nazionale’ di Fayez al-Serraj aveva intimato al Generale Khalifa Haftar, che controlla la zona di Bengasi, di abbandonare la propria capitale, oggi Abdullah al-Thinni, Primo Ministro del Governo di Tobruk, ha ordinato l’arresto dei membri del Governo e delle amministrazioni locali che abbiano avuto contatti con Tripoli. Il Governo di Tripoli, per al-Thinni, sarebbe incostituzionale: sembra che gli sforzi degli ultimi mesi per arrivare ad una pacificazione del Paese stiano per naufragare.

Dal Myanmar arriva la notizia della sostituzione del Generale Maung Maung Soe, responsabile delle operazioni contro la minoranza dei Rohingya: la decisione, seppur priva di una spiegazione ufficiale, arriva dopo che l’inviato ONU Pramila Patten ha parlato di stupri di massa nei confronti dei profughi da parte dei soldati.

La situazione in Venezuela è ancora tesa e. per questa ragione, oggi il Consiglio dei Ministri di Esteri e Difesa dell’UE, ha approvato un embargo sul materiale militare che potrebbe essere usato per rinfocolare le violenze nel Paese.

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