lunedì, giugno 18

Tutte le riforme della scuola italiana

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La riforma della scuola come la tela di Penelope. Ogni Governo disfà e rifà il lavoro della notte prima’ per creare con dovizia di dettagli il proprio capolavoro. Per il Premier Matteo Renzi non si deve nemmeno parlare di riforma, ma di un patto educativo per cambiare il Paese. Il Ministero dell’Istruzione guidato da Stefania Giannini ha confezionato un programma per la buona scuolapubblicato oggi sul sito del Governo passodopopasso.italia.it che prevede interventi per assumere 150mila docenti, stop alle supplenze, valutare l’insegnamento e garantire scatti di carriera in base al merito, sbloccare le procedure burocratiche, digitalizzare tutte le scuole, realizzare un collegamento diretto col mondo del lavoro e investire. Al momento si tratta solo di linee guida, per i provvedimenti bisognerà aspettare gennaio e l’esito della consultazione pubblica avviata dal 15 settembre al 15 novembre.

Ma il piano Renzi-Giannini è solo l’ultimo di una lunga serie di riforme che hanno cambiato -o provato a cambiare-  la scuola italiana del 2000.

Il nuovo millennio, infatti, si era aperto con Luigi Berlinguer (legge 10 febbraio 2000, n. 30) a lui dobbiamo la riforma degli esami di Stato del secondo ciclo e il tentativo di riforma dei cicli scolastici con la riduzione di un anno del percorso scolastico. Un cambiamento per cui fu sempre criticata la riforma, riguardava il fatto che veniva introdotta la possibilità per uno studente di non proseguire il proprio corso di studi purché fosse in possesso di una licenza media. La riforma Berlinguer non parlava di un vero e proprio ‘abbandono scolastico’, ma di alternanza scuola-lavoro’: il provvedimento imponeva l’obbligo ad una formazione professionale fino ai 18 anni al termine dei quali bisognava comunque conseguire un diploma.

Il piano di Berlinguer, però, fu presto abrogato dal nuovo Governo guidato da Silvio Berlusconi e dal nuovo Ministro dell’Istruzione, Letizia Moratti. L’ex Sindaco di Milano ha dato vita ad una riforma (legge 53/2003) che prevedeva alcune modifiche nell’ordinamento scolastico italiano tra le quali l’abolizione dell’esame di licenza elementare, la riduzione del ‘tempo scuola’, nuovi programmi di storia, geografia e scienza, l’innalzamento dell’obbligo scolastico, la dualità tra sistema dei licei e la formazione professionale, e puntava sulle famose tre i’: inglese, informatica e impresa. Si ricordano ancora gli scioperi generali, le manifestazioni nazionali, le occupazioni e i sit in. Il no dei sindacati, infatti, era stato pressoché unanime: «la scuola si trasforma in struttura per privilegiati, lasciando la massa in pasto alle scuole private», urlavano gli Unicobas. Non meno duri quelli di Cgil-scuola: la riforma Moratti «riporta l’orologio del nostro paese indietro di decenni, quando studiare era un privilegio per pochi e lavorare precocemente una certezza per tanti».

Tre anni dopo  -una volta insediatosi il Governo Prodi, nel 2006 – il nuovo anno scolastico si apre con una notizia: la riforma Moratti non c’è più. Il neoministro dell’Istruzione, Giuseppe Fioroni rimette le mani sul sistema scolastico, precisando con una circolare cosa era in vigore della legge Moratti e cosa non più. Tra le novità in materia di scuola introdotte da Fioroni si ricorda l’obbligo di istruzione elevato a 10 anni (legge 296/2006, finanziaria 2007), il conseguimento obbligatorio di un titolo di studio di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale di durata almeno triennale entro il diciottesimo anno di età, gli esami di fine agosto per l’ammissione o non ammissione alla classe successiva per gli studenti con debito scolastico. Riformata anche la maturità, con le commissioni che tornano ad essere per metà esterne e per metà composte da docenti interni. Parzialmente soddisfatti i sindacati, che da tempo chiedevano la cancellazione di alcuni punti della riforma Moratti: «E’ un provvedimento che accoglie le nostre indicazioni e fornisce alle scuole un quadro chiaro e concreto», sosteneva la Uil, «ma vanno date risposte concrete anche su contratto, personale precario, investimenti e qualità dell’istruzione». Sulla stessa linea la Flc-Cgil, che attendeva «indicazioni più nette» dal Ministero. Poco entusiasta anche la Gilda: «manca la garanzia di interventi sul drammatico fenomeno della precarizzazione».

Interventi che non arrivarono data la fine anticipata del Governo Prodi e il ritorno alla Presidenza del Consiglio di Berlusconi.

Altro giro, altra corsa, altro Ministro dell’Istruzione. Nel 2008 è l’ora di Maria Stella Gelmini e della sua visione della scuola. Ricordata in particolar modo per aver tagliato la spesa per l’istruzione riducendo il numero degli insegnanti, il ministro Gelmini ha modificato il metodo di valutazione degli studenti nella scuola primaria e quello della scuola secondaria di primo grado e reintroduce il maestro unico nella scuola elementare. Contro il provvedimento si sono scagliati i Segretari di tutte le organizzazioni sindacali sin dal primo momento, organizzando diverse manifestazioni in tutta Italia. Dura la reazione anche da parte del mondo della scuola e dell’università: sono stati diversi, infatti gli scioperi degli insegnanti e del personale ATA, le iniziative delle famiglie, dei movimenti studenteschi delle superiori e delle università.

Dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi, Maria Stella Gelmini ha passato il testimone a Francesco Profumo, Ministro dell’Istruzione nel Governo guidato da Mario Monti. Anche per lui i tempi sono stati strettissimi e il tentativo di aumentare l’orario di servizio dei docenti da 18 a 24 ore settimanali a parità di stipendio è naufragato.

La riforma del Ministro Giannini, prende il posto dei buoni propositi sulla scuola che ripartedi Maria Chiara Carrozza, a capo del dicastero dell’Istruzione durante il Governo di Enrico Letta. #labuonascuola di Renzi oltre ad essere hashtag di tendenza su Twitter ha scatenato reazioni contrastanti e tra i sindacati Rino Di Meglio, di Gilda Insegnanti, ha avvertito: “Giù le mani dagli #scattidianzianità”.

 

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