domenica, settembre 23

Turchia, le elezioni che potrebbero indebolire Erdogan L’AKP sembra avviarsi verso una vittoria annunciata, ma il risultato potrebbe non essere così scontato. A parlarcene Antonello Biagini, professore di Storia dell’Europa Orientale presso l’Università la Sapienza di Roma.

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A meno di un mese dalle elezioni turche, la campagna elettorale è entrata nella sua fase finale. Pubblicate le liste dei candidati presidenziali, l’opposizione si sta preparando per dar battaglia alla coalizione guidata dall’AKP del Presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Lo scorso 18 aprile, in una mossa a sorpresa, anticipando le elezioni di ben 18 mesi, Erdogan ha messo nero su bianco il suo tentativo di indebolire le voci dell’opposizione.

Per la prima volta le elezioni si svolgeranno all’interno del nuovo sistema presidenziale, transizione avvenuta dopo il referendum del 2017 in cui, nonostante i molti dubbi espressi dall’OSCE, la maggioranza del popolo turco avrebbe regolarmente votato per consegnare al Presidente molti più poteri rispetto al precedente sistema parlamentare.

La Turchia si trova ora in un limbo. Dopo il fallito colpo di Stato del 2016 le libertà all’interno dello Stato di diritto turco sono state notevolmente ridotte, soprattutto riguardo ai mezzi d’informazione e alla libertà di espressione che negli ultimi anni è stata messa sotto attacco dall’incarcerazione di migliaia di giornalisti, accademici e ‘oppositori’ della politica dell’AKP. In questo clima di continua incertezza, ad emergere come unica vera forza di opposizione allo strapotere di Erdogan è la lady di ferro turca, Meral Aksener, candidata presidenziale con il suo nuovo partito, l’IYI Parti, Il Partito Buono.

Nonostante la crescente popolarità della signora Aksener, c’è chi teme che queste elezioni non saranno libere, dati i molti strumenti a disposizione dell’establishment dell’AKP per ribaltare il risultato delle elezioni. Un risultato che, tuttavia, potrebbe non essere così scontato. ”I partiti d’opposizione, rispetto agli anni passati,  non hanno fatto una sola candidatura con una personalità piuttosto scialba. La signora Aksener viene da una buona storia politica con il centrodestra laico turco, ha già avuto esperienze di governo, fa parte di quella elite che si era progressivamente distaccata dal partito kemalista, negli anni 70-80, ma che, allo stesso tempo, di fronte al successo del partito di Erdogan, era finita un po’ nell’ombra. Sembra che questa volta ci sia una compattazione sia di questo centro destra laico, sia di quello che è rimasto del partito di Mustafa Kemal”, afferma Antonello Biagini, professore emerito di Storia dell’Europa Orientale presso l’Università La Sapienza di Roma. “Pare che esista un accordo tra i tre partiti di opposizione, il CHP, il Partito Buono ed il Partito della Felicità, che nel caso in cui si riesca ad andare al ballottaggio questi tre esponenti convergerebbero su quello che ha preso più voti che dovrebbe essere il Partito della signora Aksener”.

La possibilità di un ballottaggio, tuttavia, potrebbe essere limitata dallo spettro di brogli elettorali. ”Certamente non sappiamo che cosa farà Erdogan, il Sultano, anche se non sono molto d’accordo con questo appellativo. Sicuramente non c’è alcun dubbio che abbia delle tendenze autoritarie e che abbia stravolto lo spirito, il dna della Repubblica turca, ovvero la separazione tra potere politico e potere religioso. Però è anche inevitabile che dopo così tanto tempo dalla nascita della Repubblica vi siano delle trasformazioni. Erdogan ha fatto una politica intelligente sul piano sociale e delle previdenze. Nonostante i residui autoritari questo atteggiamento è bilanciato da soluzioni che soddisfano i bisogni della popolazioni, di molte fasce sociali, creando molto consenso nei confronti del leader”.

Sarà proprio sulla riscoperta, la riappropriazione dell’identità kemalista che si concentrerà il programma della Aksener. “Sicuramente la leader dell’IYI Parti sta promuovendo un programma volto al recupero della tradizione laica dello Stato, dove non vi sia questo forte legame con la religione. In passato la Turchia era un Paese ultra liberale, ha concesso il diritto alle donne molto prima di molti altri Paesi europei. Mentre le donne della borghesia, urbanizzate, andavano a votare, nell’entroterra, nella campagna profonda turca le donne non avevano interesse e legami con la politica. Il merito di Erdogan, in tal senso, è stato di riuscire a riportare le donne delle classi sociali più basse facendo aumentare il consenso”.

L’opposizione, come dicevamo, è riuscita a compattarsi e ad agire in maniera unita, evitando ulteriori frammentazioni, un atteggiamento che potrebbe far ben sperare in vista delle elezioni.

In realtà in una democrazia normale l’AKP, anche se per poco, dovrebbe perdere. Sarebbe già una grandissima vittoria se Erdogan non vincesse al primo turno. Il Presidente turco ha impostato tutta la sua politica domestica e interna sulla sua persona, cambiando alleati senza il consenso del Parlamento. Il fatto che si sia recentemente occupato della Siria, o che di recente abbia fatto un viaggio nei Balcani promettendo varie cose, è sintomo di una politica altamente personalizzata, basata sul suo carisma, con la consapevolezza di poter trascinare il Paese. Nel momento in cui dovesse ricevere uno stop di questo genere dovrebbe anche riflettere se continuare su questa linea. Dovrà concentrarsi sul riappropriarsi del consenso delle classi medio di un’iniziativa politica, che oggi, al momento, sembra non appartenere più a loro”.

Il rapporto con l’Europa continua ad essere un rapporto molto delicato, sempre in equilibrio precario pronto a degenerare in ogni momento. Un tema caldo anche in queste elezioni. “In realtà il discorso sull’Europa era molto più presente in passato. C’era nei confronti dell’ Unione Europea un atteggiamento di grande disponibilità. Forse erano molto più europeisti di noi. C’è stato il grande errore dell’Europa nel 2011 di aver chiuso le porte alla Turchia. È vero che Erdogan stava prendendo il potere, però esisteva sostanzialmente un atteggiamento di apertura verso l’Europa. A forza di vedersi chiudere la porta ha adottato un’altra politica. L’aspettativa generale tra la popolazione è molto diminuita. Credo, però, che questa forza politica di centrodestra, Il Partito Buono, possa riuscire ad avere un consenso forte e aprire una serie di prospettive verso l’Europa”.

Il clima interno rimane molto teso. Le mossi degli ultimi mesi al di fuori dei confini turchi, come l’operazione ad Afrin nel Nord della Siria hanno riacceso i riflettori della Turchia come potenza regionale capace di influenzare, almeno in parte, gli eventi più significativi della regione. Queste elezioni potrebbero aprire un nuovo capitolo per la politica di Erdogan. “Se si va al secondo turno sicuramente potrebbe essere uno spartiacque per i piani di Erdogan, posto che lui vinca il secondo turno. Il leader dell’AKP dovrà rivedere una serie di parametri politici, essendo secondo me un uomo di grande intelligenza capirà il segnale che arriva dall’elettorato. Sulle libertà interne potrebbe rivedere alcune posizioni. Forse non in politica estera, perché ha avuto dei buoni successi e credo che l’opinione pubblica non sia così scontenta da questo punto di vista”  

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