mercoledì, dicembre 13

Turchia: le ambizioni di Erdogan

0
1 2


Download PDF

All’ indomani dell’ approvazione da parte del Parlamento della terza proroga dello ‘stato d’emergenza’ che entrerà in vigore da domani, mercoledì 19 luglio, la Turchia procede spedita in una direzione che, almeno in apparenza, non sembra di assoluta democrazia.

Nella notte tra sabato 15 e domenica 16 luglio appena trascorsi, la Turchia ha celebrato la prima ricorrenza dal fallito colpo di Stato ai danni di Erdogan, il quale aveva denunciato, proprio un anno fa, in diretta televisiva, attraverso lo schermo di uno smartphone collegato a Skype, il golpe in atto. Una moltitudine di persone era scesa in piazza e i ribelli erano rimasti con un pugno di mosche in mano, incapaci di reagire, nonostante avessero, poco prima, addirittura, bombardato la sede del Parlamento.

La reazione del Presidente turco non si è fatta attendere. Infatti fin dal 20 luglio 2016, è in vigore lo ‘stato di emergenza’ che già in tre occasioni, l’11 ottobre, il 3 gennaio e il 16 aprile scorsi, aveva ottenuto una proroga. Il provvedimento ha permesso, peraltro, alle autorità turche di arrestare decine di migliaia di persone sospettate di essere legate all’organizzazione di Fethullah Gulen, esule negli Stati Uniti, ostile all’ AKP e sospettato di essere la mente del golpe.

Durante le celebrazioni tenutesi nel week-end, Erdogan ha partecipato alla ‘Marcia nazionale per l’ unità’ ed ha inaugurato un monumento, posto davanti al palazzo presidenziale, in onore degli «eroi» caduti per difendere la nazione, ribadendo, con fierezza, che «la gente di quella notte non aveva pistole, avevano una bandiera e, cosa più importante, avevano la loro fede» e che «il popolo ha mostrato al mondo che grande nazione siamo. Non c’è altro esempio del genere nel mondo».

Ritorna, inoltre, ad essere centrale agli occhi di Erdogan la questione curda, soprattutto ora che l’ Isis batte in ritirata e parte dei territori liberati dalla minaccia dello Stato islamico, potrebbero costituire, in virtù della continuità fisica, l’ embrione di un vero e proprio Stato autonomo curdo. Su questo tema, non sono mancate e non manco tuttora delle divergenze con gli Stati Uniti, primi finanziatori ed alleati dei curdi.

«Taglieremo le teste» dei traditori, ha aggiunto il Presidente turco, dichiarandosi, addirittura, pronto a firmare una legge approvata in Parlamento per l’ introduzione della pena di morte. A queste parole, ha risposto, a distanza, il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, il quale ha invitato la Turchia «a rispettare i valori democratici se vuole unirsi all’Ue» perché «chiunque voglia unirsi all’Ue deve aderire ai suoi valori. Le braccia dell’Europa rimangono aperte ma ci aspettiamo che la Turchia mostri chiaramente i suoi colori europei e che porti nel cuore i valori europei».

Dichiarazioni che volevano rispondere, anche, a quanto Erdogan aveva dichiarato in un’ intervista, qualche giorno prima, alla BBC: la Turchia, aveva detto il Capo di Stato, «è capace di reggersi sui suoi piedi da sola» e «molti turchi non desiderano entrare nell’Ue», aggiungendo, poi, che «noi siamo fedeli alla parola data. Se l’Ue dicesse francamente ‘non possiamo accettare la Turchia nell’Unione europea’ sarebbe confortante per noi. Inizieremmo il nostro piano B e il C. L’Unione europea non è indispensabile per noi … siamo sereni».

La discussione sull’ adesione o meno all’ Unione Europea si è posta in rima baciata rispetto alle tensioni degli ultimi con la Germania di Angela Merkel. Tensioni che sono scaturite dal rifiuto turco di autorizzare la visita di parlamentari tedeschi alle basi NATO presenti sul territorio, oltreché nel sospetto che Erdogan nutre nei confronti della Germania, accusata di dare asilo ad alcuni militari ‘traditori e gulenisti’.

Tensioni che certamente si sono riverberate nell’ Alleanza Atlantica, tanto che il segretario Generale della Nato, Jens Stoltenberg, aveva definito auspicabile «che la Germania e la Turchia possano trovare una data reciprocamente accettabile per la visita». Nel fine settimana si sono incontrati i ministri degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, e l’omologo tedesco Sigmar Gabriel, ma la Turchia ha comunque rinviato la visita a tempo indeterminato. Dal canto suo, il portavoce della Difesa tedesco, Henning Otte, ha definito la politica di Erdogan ‘miope e pericolosa’.

In questa schermaglia, non va tralasciato il ‘piacere retribuito’ che la Turchia fa all’ Occidente ed in particolare all’ Unione Europea, accogliendo i migranti ed impedendo la loro partenza per raggiungere il nord, la Germania, in piena campagna elettorale.

Dove si sta dirigendo la Turchia di Erdogan? Quali le ambizioni del Presidente? Quali gli ostacoli che gli si pongono dinnanzi? Per rispondere a queste domande, abbiamo chiesto a Valeria Talbot, ricercatrice senior e responsabile del Programma Mediterraneo e Medio Oriente dell’ ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale).

 

Nel fine settimana si è celebrata la prima ricorrenza dal tentativo fallito di colpo di stato ai danni di Erdogan. Tenendo conto della vittoria al referendum di aprile, il Presidente turco ne è uscito rafforzato?

Il Presidente turco, dopo il colpo di Stato dello scorso anno, anche grazie allo stato di emergenza che è entrato in vigore subito dopo il golpe, e che è ancora in vigore, ha avuto mano libera per portare avanti tutta una serie di epurazioni. Queste purghe sono andate a colpire il circolo dei gulenisti, vicini, appunto, a Fethullah Gulen, considerato il responsabile del golpe, ma sono andate anche al di là dei presunti  colpevoli per colpire tutte le voci critiche o di dissenso. Sappiamo che sono molti, credo più di un centinaio, i giornalisti in prigione così come molti accademici ed intellettuali. In questo clima, il Presidente Erdogan, grazie anche al sostegno del leader del movimento nazionalista, è riuscito a far approvare in Parlamento, in cui, comunque, la rappresentanza, ad esempio, del partito curdo è stata dimezzata, gli emendamenti alla Costituzione, che poi sono stati sottoposti al referendum. Quindi una situazione politica interna con un’ instabilità e una confusione di cui il Partito di governo si è avvalso per poi portare al referendum la riforma costituzionale. Riforma che è stata votata con una maggioranza risicata, poco più del 51% e che apporta importanti cambiamenti al sistema politico turco: innanzitutto la Turchia non sarà più una repubblica parlamentare, ma una repubblica presidenziale e il Presidente avrà, dunque, ampi poteri esecutivi. Poteri che rafforzano la figura del Capo dello Stato in un sistema di pesi e contrappesi che si è andato indebolendo. Ora, la riforma costituzionale non è ancora in atto, lo sarà dopo le elezioni presidenziali e legislative del 2019, ma prospetta una Turchia dell’ uomo solo al comando.

E’ stata approvata ieri la terza proroga dello stato d’ emergenza che entrerà in vigore domani. Quale significato ha questa ulteriore consecutiva proroga? Una sempre maggiore centralità di Erdogan nella politica turca?

Sì e dà il senso del rafforzamento della figura del Presidente, in questo caso della figura di Erdogan che, comunque, al di là delle attribuzioni che gli verranno dalla nuova Costituzione, è un leader che è riuscito ad ottenere in Parlamento un ampio consenso da più della metà della popolazione turca, è una figura molto carismatica, ma, allo stesso tempo, fortemente divisiva perché negli ultimi anni la polarizzazione politica, all’ interno del Paese, si è acuita tra sostenitori dell’ AKP e coloro che, invece, non sono favorevoli al governo come i laici, la minoranza curda, i liberali.

Gulen rimane il nemico da abbattere?

Sì in Turchia c’è un’ ampia e diffusa convinzione, non soltanto tra i sostenitori dell’ AKP, ma in tutto il Paese che Fethullah Gulen sia dietro il golpe dello scorso anno e questo non solo funge da elemento unificatore, ma rafforza, inoltre, il nazionalismo del popolo turco.

Il golpe ha segnato uno spartiacque dal punto di vista economico: infatti ha inaugurato un periodo di recessione per la Turchia. Risente di questo “insuccesso” l’ AKP?

Diciamo che senz’altro l’ instabilità politica dovuta non solo al golpe, ma anche agli attentati terroristici che hanno colpito il Paese a partire dall’ estate del 2015 hanno influito sulla situazione di stabilità e sicurezza del Paese, ma hanno avuto anche degli effetti in campo economico. A questo si aggiungono delle problematiche tipiche del sistema economico turco. Un sistema che è andato rafforzandosi nel corso dei governi dell’ AKP grazie a tutta una serie di riforme economiche e di liberalizzazioni, ma che soffre, ad esempio, di un deficit cronico delle partite correnti. Quindi, sicuramente, di fondo, ci sono sì delle cause politiche, ma anche delle problematiche economiche da tenere in considerazione sul rallentamento della crescita. Ricordiamo che la Turchia, dal 2002 al 2012, è cresciuta in media del 5%, con un tasso di crescita medio simile a quello dei BRICS, della Cina in primis.

Commenti

Condividi.