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Turchia: il Referendum è una balla e ci abbiamo creduto

Lo stato di emergenza in atto nel Paese rende la campagna elettorale uno spot pubblicitario per il Governo
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Sanliurfa – E’ successo alla vigilia delle elezioni americane, del voto popolare sul Brexit e il trend si conferma con il Referendum turco del 16 aprile: i media Occidentali sono trascinati nella stessa dialettica che ha infiammato gli avvenimenti della campagna elettorale, incapaci di opporsi alla visione demagogica della politica. I fatti: sì, in Turchia si vota; no, non sarà un fatto cruciale più di quanto sta già avvenendo nel Paese.

Dal 2014 Erdogan e l’AKP, non senza contrasti interni, hanno abbandonato la teoria della riconciliazione nazionale, premendo l’acceleratore verso l’accentramento di poteri nella figura del Presidente della Repubblica e proponendo una visione stereotipata nel motto ‘una Nazione, una bandiera, un popolo’. L’anno di svolta coincide inoltre con la fine del mandato di Davutoglu dalla carica di Ministro degli Esteri e il progressivo abbandono della tattica della profondità strategica. Il 2014 è anche l’anno della riconquista di Kobane, nonché una delle basi del successo elettorale dell’HDP, Partito curdo, alle legislative del 2015.

Non sono notizie recenti la repressione degli accademici e gli attacchi alla magistratura, ma sono il frutto di un lento processo iniziato ormai 3 anni fa. Il golpe del 15 luglio è solo il catalizzatore, una finestra d’opportunità da utilizzare per i propri fini. I problemi economici della Turchia avevano infatti eroso la granitica figura di Erdogan, e di conseguenza dell’AKP, come problem solving e attore protagonista del lancio della Turchia nella troposfera delle potenze economiche mondiali e regionali. Il progetto, anche dal punto di vista comunicativo, era gambizzato dalle difficoltà del Paese nel fare fronte ad una crescita sempre più lenta. Una decrescita che si tramutava nell’economia reale in disoccupazione.

I carri armati sul ponte del Bosforo e l’attacco alla Repubblica sono quindi stati manna dal cielo in una situazione instabile che aveva cominciato a dare segni di cedimento anche all’estero. L’abbandono della strategia di profondità, teorizzata dal professor Ahmet Davutoglu, ha portato contemporaneamente ad un inasprimento dei rapporti con Mosca, Teheran e Damasco sulla guerra civile in Siria, isolando il Paese dal contesto Medio Orientale. Un contesto già difficile, considerando l’aperto sostegno di Ankara a Morsi e le conseguenti tensioni con Riyad ed Emirati; e l’affondamento della Freedom Flottiglia a largo di Gaza da parte di Israele. La finestra d’opportunità aperta dallo sventato golpe ha riportato Erdogan e l’AKP in auge, dandogli una scusa per fronteggiare il terrorismo interno di matrice islamica e curda. Una scusa illegale. Il Referendum è illegale.

Lo stato di emergenza in atto nel Paese rende la campagna elettorale uno spot pubblicitario per il Governo. Il No, Hayir in turco, è relegato all’anonimato. Non si può che sospirare il dissenso: il clima è già da dittatura. La televisione alle mie spalle trasmette l’ennesimo discorso del Presidente. L’ennesimo comizio. I leader dell’opposizione sono già in carcere. Senza legge, o meglio con la legge del Governo, parlare di voto fondamentale per la Turchia fa storcere quantomeno il naso. Quali sono le garanzie per una votazione regolare, senza brogli, nel rispetto della legge, se la legge non esiste. Il paradosso deve saltare all’occhio.

Com’è possibile che i media Occidentali si siano cibati della stessa dialettica della campagna elettorale di Erdogan? Hanno banchettato sul pragmatismo di un uomo, di un leader, che più di una volta ci ha abituati a cambi di posizione. I suoi discorsi, intrisi di retorica religiosa, non sono che l’ulteriore prova dell’inaffidabilità dello statista. Con Trump c’abbiamo creduto, prendendo le sue parole come verità. I missili lanciati in Siria ci hanno preso in contropiede. Con Erdogan stiamo facendo lo stesso, ci stiamo fidando di una campagna elettorale.

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