lunedì, novembre 20

Turchia: il fallito Colpo di Stato e l’ascesa di una dittatura

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Il 15 luglio 2016, in Turchia, ci fu un tentativo di Colpo di Stato militare che, fallendo, ha aperto la strada ad un fortissimo rafforzamento del potere del Presidente Recep Tayyip Erdoğan e al suo partito, lo Adalet ve Kalkinma Partisi (AKP: Partito per la Giustizia e lo Sviluppo). Per tentare di capire a fondo la questione, sarà utile fare un passo indietro nella storia turca ed analizzare i rapporti tra i tre principali attori in campo: il Presidente Erdoğan, il predicatore e fondatore del movimento Hizmet (il Servizio) Fethullah Gülen, e i vertici delle Forze Armate turche.

Dopo la caduta dell’Impero Ottomano, la nuova Repubblica Turca, fondata da Mustafa Kemal (in seguito conosciuto come Atatürk: il Padre dei Turchi) nel 1923, è sempre stata uno Stato laico e l’Esercito ha sempre avuto il ruolo di garante di questa laicità. La laicizzazione dello Stato, però, è avvenuta in maniera molto ineguale all’interno del Paese: le grandi città, come la capitale Ankara, Istanbul o Izmir (l’antica Smirne), sono principalmente città laiche, mentre le campagne restano legate ad una visione religiosa del mondo. Proprio per questo l’autorità dei militari, che per decenni sono stati percepiti come gli eredi del grande Atatürk, era stata fondamentale nel mantenere il Paese nel controllo del Cumhuriyet Halk Partisi (CHP: Partito Popolare Repubblicano), il partito laico di ispirazione ‘kemalista’.

Già negli ultimi anni dello Stato ottomano, però, esistevano forze che auspicavano un rinnovamento in un’altra direzione: è il caso del pensatore Said Nursi che proponeva un Islam moderno, razionale, aperto alla scienza e al mercato mondiale che già si andava delineando agli inizi del ‘900. Erede di questa tradizione è Fethullah Gülen la cui visione dell’Islam, al contrario di quella tradizionale, non è legata all’unità di tutti i mussulmani, ma è compatibile con la visione di uno Stato nazionale: si tratta di un Islam turco. Il movimento di Gülen, non è interessato a gestire il potere direttamente ma ha, piuttosto, una strategia di lungo periodo: vuole permeare la società, arrivare a trasformare lo Stato trasformandone i cittadini. Proprio per questo, il movimento è tendenzialmente filo-capitalista e non nutre simpatie per il modello della rivoluzione iraniana.

L’AKP di Erdoğan, invece, deriva da un altro filone dell’Islam politico, quello rappresentato dai Fratelli Mussulmani: si tratta di una visione più aggressiva per la quale la gestione diretta del potere è un passo fondamentale. I Fratelli Mussulmani, infatti, sono più in linea con la classica visione ‘pan-araba’ (o meglio ‘pan-islamica’) tipica del loro credo, sono tendenzialmente anti-capitalisti (fanno proselitismo proponendo un forte Stato sociale) e, nonostante la centenaria faida con gli sciiti, nutrono simpatie per il modello iraniano di rivoluzione islamica.

Tradizionalmente, l’Esercito ha una forte avversione per i movimenti dell’Islam politico. È chiaro, quindi, che i Fratelli Mussulmani e i loro eredi dell’AKP, non sono ben visti dai vertici militari; nonostante ciò, il movimento di Gülen è stato osteggiato ancor di più in quanto veniva considerato un nemico più infido che si infiltrava subdolamente nelle viscere dello Stato laico per abbatterlo dall’interno.

Anche all’interno dell’Islam politico, però, ci sono delle divisioni: il differente approccio ai rapporti con lo Stato ha fatto sì che Erdoğan e Gülen fossero nemici naturali. Inoltre, il fatto di rivolgersi ad uno stesso elettorato potenziale ha reso la loro inimicizia ben più forte: le guerre civili sono sempre le più violente. Le cose sono cambiate con il Colpo di Stato militare del 1998 e con il bando dei Fratelli Mussulmani: l’AKP si è costituito proprio come una branca moderata del movimento islamista divenuto fuorilegge e, proprio questo aspetto apparentemente moderato ha reso possibile la convergenza con il movimento di Gülen. Se da un lato i ‘gülenisti’ trovavano un utile alleato nell’AKP contro il comune nemico rappresentato dai militari, dall’altro l’AKP ha trovato nell’organizzazione di Gülen una struttura ben organizzata e finanziata a cui appoggiarsi.

Questo dal 2003 al 2012. Nel 2013, con dei consistenti rimpasti dei vertici dell’Esercito e l’allentarsi del potere dei militari, il nemico comune è venuto meno e Gülen è stato percepito da Erdoğan come l’unico in grado di arginare l’egemonia dell’AKP: anche perché, grazie alla loro strategia lungimirante, i ‘gülenisti’ erano arrivati ad avere una serie di giovani leve tra gli stessi generali, la cui maggioranza non era più nettamente ‘kemalista’.

Lo scontro tra Erdoğan e Gülen, che dal 1999 vive negli Stati Uniti, è divenuto sempre più forte negli ultimi anni fino ad arrivare allo scandalo della corruzione del 2013: fu proprio l’organizzazione di Gülen la principale artefice della pubblicazione di quei dati che portarono alla luce una serie di affari sporchi messi in atto da importanti figure dell’AKP e dallo stesso Erdoğan. A questo punto, il Presidente, sopravvissuto allo scandalo, ha ulteriormente inasprito il suo atteggiamento contro il vecchio alleato.

È così che si arriva al tentato Colpo di Stato del 15 luglio 2016. Un gruppo di militari tentò di prendere il potere occupando le posizioni strategiche di Ankara ed Istanbul: lo scarso appoggio del resto dell’Esercito e della popolazione civile decretò il fallimento dell’azione. Alla fine si contarono circa 249 morti.
Pochi giorni dopo, il Governo decretò lo stato d’emergenza (tutt’ora in vigore): quella fu l’occasione, per il Presidente Erdoğan, di regolare molti conti.

Da quel momento iniziò una vera e propria epurazione. Allo stato attuale si contano 50.510 arrestati: tra questi, 7.267 militari (di cui 169 generali), 8.815 membri delle Forze di Polizia, 213 amministratori locali di vario grado, 2.431 giudici (da quelli di grado più basso fino a quelli della Corte Suprema e del Consiglio Supremo); inoltre, più di 169.000 persone sono in attesa di giudizio.

Le affermazioni di Erdoğan che, già il giorno dopo il fallito attacco al potere, parlava del Colpo di Stato come di un “Regalo di Dio”, hanno fatto sorgere da più parti il sospetto che il Governo sapesse delle intenzioni dei generali ribelli e abbia lasciato fare, quando non addirittura istigato, nell’intento di avere una buona ragione per una stretta contro le opposizioni e la creazione di un potere più assoluto. Grazie allo stato d’emergenza, infatti, sono stati colpiti i principali partiti di opposizione che hanno visto l’arresto di molti loro importanti esponenti con l’accusa di ‘terrorismo’: tra questi, Selahattin Demirtaş, Presidente del filo-curdo Halklarin Demokratik Partisi (HDP: Partito Democratico dei Popoli), o di Enis Berberoğlu, Deputato del CHP, condannato a venticinque anni di carcere con l’accusa di spionaggio.

C’è dell’altro: dopo aver colpito duramente tutte le opposizioni, il Governo dell’AKP ha deciso di stringere ancora più la sua presa sul potere tramite una riforma presidenziale estremamente accentuata. La riforma costituzionale necessitava di un referendum al quale avrebbero potuto votare tutti i turchi, anche quelli residenti all’estero. Se all’interno del Paese, grazie allo stato di emergenza, il controllo dell’AKP sulla campagna elettorale è stato quasi totale e ha potuto garantire ad Erdoğan la quasi certezza del successo, la cosa poteva essere meno scontata per i turchi residenti all’estero, soprattutto nei Paesi dell’Unione Europea.

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