mercoledì, settembre 19

Turchia, cittadinanza a rifugiati siriani. L’arma di Erdogan per manovrare il futuro della Siria Erdogan promette la cittadinanza a migliaia di siriani, ma i requisiti rimangono ancora certi. Cosa si nasconde dietro a questa mossa del Presidente turco?

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Quando il 18 marzo del 2011 il Governo del Presidente Bashar Al Assad aprì il fuoco sui manifestanti riuniti nella città di Daraa uccidendone quattro, l’attuale conflitto siriano entrò nella sua fase più critica: trasformandosi da proteste pacifiche ad una sanguinosa guerra civile. A sette anni dall’inizio della guerra in Siria le vittime ammontano a circa 500.000. Il numero di rifugiati siriani residenti in Paesi medio orientali è salito a 5 milioni. Inoltre, secondo l’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati, circa 13.7 milioni di siriani necessitano assistenza umanitaria entro i confini siriani, mentre il numero di sfollati ancora intrappolati in Siria sarebbe attorno agli 8 milioni. La Turchia, con i suoi 2.9 milioni di profughi siriani ospita il più alto numero di rifugiati in fuga dalla guerra, seguita da Giordania, Libano, Iraq ed Egitto che ospitano i restanti 2 milioni. La Turchia, Paese confinante, ha risposto prontamente alla tragedia siriana installando campi profughi in tutto il Paese, con una maggiore concentrazione nel sud – est del Paese vicino al confine siriano. Tuttavia, solo 260.000 risultano ufficialmente registrati in campi profughi.

Inoltre, l’accordo del 2016 sui migranti tra l’Unione Europea ed Ankara che ha visto la Turchia farsi carico del grosso onere di gestire la crisi dei rifugiati siriani, non ha fatto altro che accentuare le già difficili dinamiche di integrazione in una società caratterizzata da forti ineguaglianze e divisioni sociali. Secondo un report stilato dal ‘Business and Human Rights resource center’, con un tasso di disoccupazione nazionale del 10%, circa 250.000 e 400.000 siriani sarebbero lavoratori illegali. Uno Stato che favorisce la mancanza di una protezione legale, rendendoli vulnerabili ad abusi e sfruttamenti di ogni tipo, da quelli sessuali al lavoro minorile.

Vero è che la Turchia si trova ad occuparsi di una crisi senza precedenti, una situazione che Amnesty International ha definito «la più grande crisi umanitaria del nostro tempo». E mentre l’Europa è impegnata ad affrontare un clima politico sempre più teso, caratterizzato da ondate di nazionalismo, in cui il motto ‘della chiusura delle frontiere’ la fa da padrone, la Turchia continua a fare i conti con l’inasprirsi del conflitto siriano e dei suoi rifugiati.

Ma la Turchia non rimane certo a guardare. In tutti i suoi difetti e criticabilità Ankara ha avviato un processo di integrazione dei milioni di profughi siriani. «Per la prima volta dall’inizio della crisi siriana, ci sono più bambini siriani a scuola, che fuori», ha dichiarato Justin Forsyth, Direttore Esecutivo dell’UNICEF, lo scorso anno a seguito di una visita nel sud della Turchia. Anche il Ministero dell’ Educazionale Turca prevede che entro il 2020 tutti i siriani in età scolastica siano iscritti a scuola. Le problematicità rimangono però molte, come rivela il ‘Carnegie Endowment for International Peace’, in un articolo in cui evidenzia la necessità di individuare insegnanti che sappiano gestire situazioni da stress post traumatico, evidenti problemi psicologici, frutto di anni di guerra, e le discriminazioni e a cui sono sottoposti molti studenti ed insegnanti siriani.

Nonostante gli evidenti sforzi di Ankara nell’estendere l’educazione al maggior numero di siriani possibili, la situazione dei minori provenienti dalla Siria rimane ancora disastrosa. Malgrado il lavoro minorile sia proibito dalla legge turca, sono tanti i bambini siriani, soprattutto nelle città di confine con la Siria e nella metropoli di Istanbul, ad essere impiegati in lavori estenuanti e sottopagati, specialmente nel settore tessile. Tante, secondo un’inchiesta del ‘The Guardian’ , le aziende dI abbigliamento internazionali ad aver scelto la Turchia per la loro produzione. Ankara rimane infatti il terzo più grande fornitore di abbigliamento all’Europa, dopo Cina e Bangladesh. Anche l’Italia non è esente da questa catena di mercato nero, dove i bambini lavorano  fino a 60 ore alla settimana per una misera paga di circa 140 euro al mese. Piazza Italia, noto marchio di abbigliamento italiano, si legge nell’articolo, risulta tra le azienda che si sono affidate alle piccole mani dei bambini siriani per la produzione di vestiti. Un’economia sempre più informale che sfugge a molti controlli, le cui case d’abbigliamento madri non hanno la possibilità o si rifiutano di supervisionare.

E mentre la guerra in Siria continua a creare nuovi profughi, Ankara ha avviato un processo di naturalizzazione di migliaia di rifugiati siriani. Già nel 2016 Erdogan aveva annunciato che il Ministero degli Interni stava lavorando ad un piano per la naturalizzazione dei siriani che avevano trovato ospitalità sul suolo turco. Una mossa che certo non ha lasciato indifferenti i partiti d’opposizione, come il CHP,Cumhuriyet Halk Partisi, partito liberale fedele al ‘Kemalismo’, che si era espresso fermamente contrario alla concessione della cittadinanza a migliaia di siriani altamente qualificati, quali ingegneri, insegnanti e dottori quando «abbiamo così tante risorse disoccupate in campo ingegneristico, in quello della salute ed in molte altre aree», aveva commentato Kamil Okyay Sindir, membro del CHP. Altri partiti d’opposizione si sono persino spinti a chiedere al Presidente turco Recep Tayyip Erdogan di indire un referendum a riguardo.«Il Presidente della Repubblica turca non può prendere una decisione, in una questione così tanto importante, senza indire un referendum», aveva affermato Selahattin Demirtaş,leader dell’HDP, Partiya Demokratik a Gelan, partito curdo all’opposizione.

Ma quali sono i requisiti per la cittadinanza? Il piano di Ankara rimane ancora molto confuso ed i criteri di ammissione sembrano tutt’altro che chiari. Secondo Omar Kadkoy, un ricercatore associato al think tank turco TEPAV, 300.000 siriani potrebbero essere naturalizzati, cominciando dal campione iniziale di 50.000, in cui dovrebbero figurare colletti bianchi e studenti universitari.

Inoltre, la decisione di Erdogan fa sorgere molte domande riguardo alle implicazioni di una scelta così radicale. Dal punto di vista economico, 1 azienda straniera su 4 in Turchia appartiene a siriani in fuga dalla guerra, che nel 2016 hanno fatto registrare l’apertura di più di 4.000 attività commerciali, dando un notevole impulso all’economia turca. A livello politico la decisione del Presidente turco sembra essere dettata da interessi di lungo termine. Da una parte, l’incessante necessità di continuare a consolidare un’ascesa ormai inarrestabile, grazie ad un nuovo paniere di elettori che si schiererebbero affianco del loro “salvatore”. Dall’altra l’impellenza di avere voce in capitolo sulla Siria facendo leva sui migliaia di rifugiati siriani naturalizzati, che la Turchia potrebbe usare come pedina di scambio per gli accordi di pace in Siria.

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