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Trump e Tea Party: un rapporto proficuo

Come il movimento radicale ha influito sulle ultime elezioni

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Alle elezioni politiche del 2008, il senatore democratico dell’Illinois Barack Obama travolse il senatore repubblicano dell’Arizona John McCain sotto una valanga di voti. Un successo così netto non si registrava da diversi decenni, ed era dovuto in buona parte all’esperienza fallimentare maturata sotto la guida di George W. Bush, che aveva visto gli Usa impelagarsi in guerre senza fine in Medio Oriente ed Asia centrale e ritrovarsi nel bel mezzo della più grave crisi economica dal 1929.

In quella fase, al fallimento di Lehman Brothers era andata fatto rapidamente seguito una profondissima crisi di liquidità che intaccava lo stato patrimoniale di tutte le grandi banche del Paese, delle società semi-pubbliche specializzate nell’erogazione di mutui (Freddie Mac e Fannie Mae) del colosso assicurativo Aig da cui dipendevano buona parte delle attività manifatturiere e dei servizi statunitensi e delle principali società automobilistiche (Ford e General Motors). Un disastro totale, che Barack Obama, il segretario al Tesoro Tim Geithner, il Congresso e la Federal Reserve di Ben Bernanke affrontarono impiegando la stessa ricetta che avevano cominciato ad applicare i membri della precedente amministrazione Bush, incentrata sull’azzeramento dei tassi di interesse da accompagnare con forti iniezioni di liquidità e sulla nazionalizzazione degli istituti finanziari e manifatturieri in crisi.

Si trattava di una vera e propria eresia per la patria della libera iniziativa e dello ‘Stato minimo’. Lo sdegno suscitato dall’interventismo di Obama fu catalizzato da Rick Santelli, un editore del colosso televisivo ‘Cnbc Business News Network’ che, il 19 febbraio 2009, lanciò dalla Borsa di Chicago una accorata invettiva contro i piani di salvataggio delle banche e delle grandi società e contro i disegni di riforma sanitaria predisposti dal governo incitando tutti i ‘veri patrioti’ a manifestare la propria contrarietà con un nuovo Tea Party. Il riferimento era alla sollevazione organizzata nel 1773 dai coloni americani contro l’aumento delle tasse imposto dalle autorità britanniche, da cui sarebbe scaturito il Partito Taxed Enough Alredy (Tea Party, per l’appunto).

I media statunitensi diedero ampio risalto alla filippica di Santelli, contribuendo a diffondere la nuova crociata libertaria e a raccogliere attorno ad essa quasi tutta la base elettorale ispirata alle idee più conservatrici. L’establishment del Partito Repubblicano cavalcò ad arte la tendenza mettendo il cappello sul movimento, intravedendo in questa portentosa ondata di protesta l’occasione d’oro per gettarsi definitivamente alle spalle la clamorosa debacle del 2008 e avviare un processo di rinnovamento in vista delle elezioni di medio termine. «We want our Country back!», fu lo slogan dei nuovi repubblicani, la cui oratoria diretta e incisiva si rivelò utilissima a radunare adepti e consolidare la propria presa sull’elettorato Usa. Fu grazie a tali presupposti che giovani candidati sostenitori delle posizioni del Tea Party riuscirono a scalzare vecchi esponenti dell’establishment (lo sconosciuto Scott Brown strappò il seggio senatoriale del Massachusetts che da molto tempo apparteneva al democratico Ted Kennedy), attirando sul Grand Old Party una pioggia di finanziamenti che si sarebbe rivelata determinante per la riconquista della Camera alle elezioni di medio termine.

Il vittorioso verdetto delle urne fu in buona parte dovuto dalla sinergia che si era venuta a creare tra classe media bianca ostile all’immigrazione e impoverita dalla globalizzazione, ascesa di mezzi di informazione alternativi (‘Breitbart News’ e ‘Infowars’ in primis) che fungevano da cassa di risonanza a tali posizioni e supporto finanziario di alcuni grandi impresari, come i potentissimi fratelli Koch, ideologicamente schierati a favore dell’abbassamento delle tasse e della riduzione dei poteri statali in nome di un individualismo sfrenato che secondo la loro visione rappresenta la linfa vitale della libera iniziativa su cui si basa la grandezza degli Stati Uniti.

Detto in altri termini, la middle-class, storica spina dorsale dell’economia Usa frustrata e depauperata dall’urto della globalizzazione, era stata mobilitata da alcuni avveduti outsider del comparto informativo  che amplificavano le posizioni assunte da alcuni centri di potere annidati nello ‘Stato profondo’.  Questi ultimi cominciarono a supportare finanziariamente gli astri nascenti del nuovo movimento radicale (come Ted Cruz e Paul Ryan) per favorirne l’ascesa alla direzione del Grand Old Party (Gop) a scapito dei vecchi dinosauri. Il cambiamento di pelle subito dal Gop, titolare della maggioranza alla Camera, si è tradotto sul piano pratico in opposizione frontale tra Casa Bianca e Congresso, con veti incrociati su tutta una serie di questioni – a partire dal tardivissimo accordo sul cosiddetto fiscal cliff, che rischiava di mandare il Paese in bancarotta – che hanno bloccato l’iniziativa presidenziale.

L’oltranzismo dei Tea Party era molto apprezzato dall’elettorato conservatore più colpito dalle quel tipo di politiche che a livello internazionale sarebbero state classificate sotto l’espressione ‘Washington consensus’, ma il movimento continuava a ricevere fiumi di denaro dai grandi finanziatori privati che in cambio pretendevano la tutela dei propri interessi corporativi. Si è così aperta una frattura che nel corso del tempo è andata allargandosi e approfondendosi, garantendo a una scheggia impazzita con Donald Trump un sufficiente margine di manovra.

Essendo sufficientemente ricco da non aver bisogno del denaro dei privati per condurre la propria campagna elettorale, Trump ha avuto modo di ergersi liberamente a paladino di tutte le battaglie che stanno a cuore all’elettore medio frustrato che aveva fatto la fortuna del Tea Party. Conformemente a ciò, ha attaccato Wall Street e il libero commercio, gli immigrati e gli amministratori al soldo dei grandi gruppi, le multinazionali che delocalizzano e i ‘professionisti della politica’ che da decenni rimangono avvinghiati alle loro poltrone distaccandosi dal popolo. In compenso, ha parlato della necessità di mettere in piedi un sistema sanitario nazionale e sdoganato la possibilità di mantenere in vigore alcuni punti della Medicare voluta da Obama, sottolineato l’urgenza di garantire sussidi di vario genere alle famiglie meno abbienti e promesso un trattamento dignitoso ai veterani, contestato l’impegno militare a supporto di alleati ritenuto troppo pigri e messo in seria discussione le teorie sul cambiamento climatico che producono un impatto negativo sulla crescita economica e sulla creazione di posti di lavoro ben remunerati. In questo modo, Trump ha tracciato una terza via segnata dal compromesso tra pragmatismo e ideologia che gli ha permesso di sottrarre la base elettorale sia al candidato del Tea Party Ted Cruz che agli uomini di riferimento dell’establishment repubblicano come Jeb Bush e Marco Rubio. La nomination e la successiva vittoria dell’8 novembre sono arrivate a coronamento di un cammino trionfale segnato dal totale stravolgimento della tradizionale geografia elettorale degli Usa, che ha visto Trump conquistare allo stesso tempo Stati con forti venature liberal come la Pennsylvania e il Michigan ed aree fortemente conservatrici la Bible Belt.

La vittoria di Trump segna la sconfitta di entrambi i principali partiti Usa, e rischia ora di aggravare la crisi interna al Gop. L’egemonia pressoché totale conquistata dai repubblicani (Casa Bianca, Congresso ed anche Corte Suprema, dove si dovrà sostituire il defunto ultraconservatore Antonin Scalia) uscirà quasi sicuramente limitata dallo scontro tra i vecchi difensori dell’establishment e i giovani rampanti saltati sul carro vincente (Paul Ryan in primis) che intendono stravolgere l’anima del partito. Alla vigilia del voto, Ari Fleischer, ex stretto collaboratore di George W. Bush, aveva parlato senza mezzi termini di «crisi dell’élite del partito, degli eletti, delle persone che sono cresciute come repubblicane; di tutta una generazione. Se Donald Trump dovesse trionfare, essere repubblicani acquisirà un senso completamente diverso».

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