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Trump e Putin: storia infinita

Il rapporto tra i due non cessa di preoccupare gli osservatori politici

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Sin dalla campagna elettorale, il rapporto tra Donald Trump e Vladimir Putin ha incendiato le pagine dei giornali e dato luogo a preoccupanti supposizioni. Un fil rouge che sta continuando ad attraversare la politica americana, ma ormai potremmo dire internazionale, ora che Trump siede nello Studio Ovale e che è destinato a plasmare i contorni dello scacchiere internazionale per gli anni a venire.

I dubbi più chiari sono sorti all’indomani dell’elezione del magnate newyorchese, quando la Russia è stata accusata di avere interferito con il processo elettorale, favorendo un Trump che aveva sempre sostenuto di avere stima per Vladimir Putin. Posizioni, quelle di Trump, che sin dagli albori della sua candidatura si collocavano nel solco della cooperazione con la Russia, sopratutto nella lotta all’Isis, ma non solo.

Trump ha sempre voluto incarnare – e il suo personaggio, politico e televisivo, glielo rendono palesemente semplice – l’uomo forte alla guida di una nazione disastrata, l’unico in grado di “fare”, di portare a termine i compiti, forte di un pragmatismo che non affonda le sue radici nei consunti teatrini della politica di Washington, ma nella vita reale, nella vicinanza ai problemi reali degli americani. E quale miglior modello se non Vladimir Putin, l’emblema dell’uomo forte e solo al potere per eccellenza? Sull’onda di un nazionalpopolismo che ormai attraversa trasversalmente tutto il mondo, Trump ha sempre guardato a Putin come il modello. E quest’impostazione non è venuta meno nemmeno nel momento in cui è rimbalzata la notizia che la Russia sarebbe stata in possesso di un dossier che potenzialmente rendeva ricattabile Donald Trump stesso.

Eppure gli attestati biunivoci di stima non hanno cessato di venir sbandierati. E questi attestati, questo rapporto ambiguo, ambivalente e nebuloso, rischia di conquistare e in una certa qual misura paralizzare la politica americana e focalizzare su di sé l’attenzione mediatica. Il Partito Repubblicano ha una gran mole di lavoro da sbrigare: creare un’alternativa convincente all’Obamacare, occuparsi dell’istruzione e della situazione economica, per dirne alcune che svettano tra le top priorities del GOP.

C’è ovviamente di più. La vicenda Micheal Flynn naturalmente, ex National Security Adviser nominato da Trump, che avrebbe discusso con l’ambasciatore russo a Washington, Sergey Kislyak, la levata delle sanzioni su Mosca – Flynn all’epoca non aveva ancora assunto il suo incarico, ma era stato designato dunque le sue telefonate erano necessariamente registrate. Il passo falso di Flynn, seguito dalle bugie al Vicepresidente Mike Pence che aveva chiesto chiarimenti a riguardo, ha reso la sua figura insostenibile agli alti ranghi. Ancor di più se si pensa che di fatto Flynn ha reso gli States concretamente ricattabili dalla Russia, ovviamente a conoscenza dei contenuti delle telefonate.

Questo un passaggio della lettera di dimissioni di Flynn: «Sfortunatamente, nel corso di eventi particolarmente intensi, ho inavvertitamente riferito informazioni incomplete al vicepresidente Mike Pence riguardo le mie conversazioni con l’ambasciatore Russo Sergey Kislyak».

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