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Trump, la Russia e la NATO: il gioco dei quattro cantoni?

Il nuovo inquilino della Casa Bianca potrebbe svolgere una funzione stabilizzante

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Al di là delle dichiarazioni ‘di circostanza’, l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha agitato parecchio le acque all’interno dell’Alleanza Atlantica. Nel congratularsi con il Presidente eletto e nel riaffermare la volontà dell’organizzazione di continuare a contare sulla collaborazione statunitense, l’attuale Segretario Generale, il norvegese Jens Stoltenberg, ha ritenuto opportuno osservare, fra l’altro, come la NATO sia stata importante per la sicurezza collettiva in Europa ma anche per gli Stati Uniti, ‘tanto che l’unica volta che è stato invocato l’articolo 5 per la difesa collettiva è stato dopo l’attacco all’America dell’11 settembre’. Il ruolo del legame transatlantico è stato affermato anche dell’ex Segretario Generale, Rasmussen (in carica: 2009-14), che, nel manifestare la sua convinzione che il Presidente Trump sarebbe stato molto diverso dal candidato Trump, si è detto certo di come il nuovo inquilino della Casa Bianca saprà essere al fianco dell’Alleanza nelle sfide che essa è oggi chiamata ad affrontare ‘con mano ferma’, in particolare quelle poste dalla Russia e dell’ISIS. Due aperture di credito, quindi, che tuttavia, si collocano sullo sfondo delle dichiarazioni in cui Trump aveva etichettato la NATO come ‘obsoleta’, adombrando la possibilità di un’uscita di Washington dal sistema di sicurezza collettiva.

Premesso che l’uscita degli Stati Uniti dell’Alleanza Atlantica rappresenta un’ipotesi – quanto meno – improbabile, quanto l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca influirà, quindi, sul funzionamento di un’organizzazione che negli ultimi anni ha dimostrato più di una difficoltà nel definire i propri equilibri interni? La possibilità (questa sì credibile) di un ridimensionamento della presenza militare USA in Europa è destinata ad attizzare i timori di quanti, sino a oggi, sono stati i maggiori beneficiari dell’accresciuta tensione fra Mosca e Washington, primi fra tutti i Paesi dell’Europa centro-orientale che, come la Polonia e la tre repubbliche baltiche, hanno visto il loro peso politico-militare crescere stabilmente (e considerevolmente) dopo lo scoppio della crisi ucraina. Negli ultimi mesi del suo mandato, Barack Obama ha aumentato in maniera significativa la presenza USA  nella regione, seguito in ciò dalla NATO. Anche se tale accresciuta presenza risponde a una logica essenzialmente di ‘reassurance’ e non costituisce un effettivo deterrente alle possibili iniziative russe, essa rappresenta tuttavia un allontanamento significativo dalla logica dell’‘understretching’ che aveva presieduto al suo mandato e si traduce, sul piano concreto, nel ritorno degli Stati Uniti a un teatro che l’amministrazione aveva sino allora mostrato di considerare sostanzialmente secondario.

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