lunedì, novembre 20

Trump in Asia: qualcosa è cambiato? Di certo c'è che per l’attuale amministrazione, il mondo dall’Asia-Pacifico non ha perso l’importanza che aveva per quella che l’ha preceduta

0
Download PDF

Il lungo viaggio di Donald Trump in Asia sta volgendo al termine ed è possibile provare a trarre i primi bilanci, che, come spesso accade, sono bilanci a luci e ombre. Un primo dato appare chiaro: per l’attuale amministrazione, il mondo dall’Asia-Pacifico (che ha assunto, nella nuova terminologia post-obamiana, la denominazione di ‘indo-pacifico’) non ha perso l’importanza che aveva per quella che l’ha preceduta: conferma, questa, di un cambiamento strutturale ormai intervenuto nella prospettiva geopolitica statunitense.

Questo spostamento del ‘pivot’ americano risponde tanto a logiche storiche quanto a più solidi interessi materiali. La centralità delle economie asiatiche per quella statunitense (centralità di cui l’interdipendenza con la Cina è una specie di simbolo ma che non può essere ridotta solo a questa) spiega in larga misura il cambio di prospettiva, così come lo spiega il ruolo crescente che l’Asia appare destinata a giocare (anche in campo politico) nei futuri equilibri internazionali. Si tratta, per molti aspetti, di un cambiamento epocale che chiude la parentesi della guerra fredda e rimette in discussione la presunta centralità di un’Europa che – nei suoi rapporti con l’altra sponda dell’Atlantico – sembra faticare ad adeguarsi al nuovo assetto.

Un secondo punto che sembra emergere è il consolidarsi di un rapporto positivo con la Cina, sulla linea dei riscontri emersi lo scorso aprile del vertice del Mar-a-Lago. Negli incontri con i vertici cinesi, la delicata questione del deficit commerciale statunitense è rimasta, di fatto, in secondo piano; al contrario, Trump sembra essersi mosso nel senso di minimizzare i termini del problema, che pure aveva occupato un posto centrale nella sua campagna elettorale.

I dissapori commerciali (che pure hanno avuto una parte negli incontri del Presidente con il suo omologo, Xi Jinping) sembrano piuttosto essere stati sacrificati sull’altare della collaborazione politica, in particolare della necessità di dare vita a un compatto fronte anti-Pyongyang. Il timore per le mire nucleari della Corea del Nord rappresenta oggi, anche se per motivi diversi, il vero denominatore comune a tutti i Paesi della regione. Nel caso del Giappone e della Corea del Sud, esse mettono in luce la strutturale fragilità militare dei due Paesi; per gli USA sono una sfida al loro ruolo di garanti dell’ordine regionale; per la Cina, infine, favoriscono una militarizzazione dello scenario fondamentalmente contraria ai suoi interessi a lungo termine, meglio serviti da una politica di prudente gradualismo.

Non stupisce che la ‘minaccia coreana’ abbia rappresentato un tema ricorrente in tutto il viaggio. Tuttavia, la ‘grande coalizione’ contro Kim Jong-un delineata da Trump nel suo discorso a Pechino fa poco per placare i timori degli alleati storici degli Stati Uniti. Essa si basa, infatti, sul contributo essenziale della Cina, che per Paesi come Giappone, Corea del Sud e Taiwan rappresenta un interlocutore scomodo quasi quanto Pyongyang. In particolare, la possibilità di una collaborazione efficace fra le diverse parti coinvolte si scontra da un lato con le strutturali rivalità economiche, dall’altra con le divergenze in campo geopolitico che separano soprattutto Tokyo e Pechino. Fra le due capitali vi sono contenziosi territoriali ancora aperti, come quello sulle isole Senkaku, rivendicate anche da Taiwan. Inoltre, entrambi i Paesi sono impegnati in un processo di rafforzamento dei propri dispositivi militari (processo che, in Giappone, si scontra, tuttavia, con le rigidità del dettato costituzionale), con l’obiettivo non celato di consolidare la loro posizione di preminenza in una regione i cui equilibri rimangono ancora assai fluidi. L’‘offensiva del sorriso’ del nuovo Presidente sudcoreano Moon Jae-in verso Pyongyang aggiunge nuovi elementi di complessità a questo scenario.

Se la Casa Bianca può guardare con una certa soddisfazione all’esperienza asiatica del Presidente, essa non pare, quindi, avere intaccato davvero il ‘cuore’ dei problemi della regione. Sul piano delle pubbliche relazioni, la visita è servita a dissipare almeno parte di timori che la campagna elettorale e alcune delle prime mosse del Trump Presidente avevano sollevato. Essa ha inoltre messo il luce il favore di cui Washington continua a godere almeno in parte della regione. Questo, unito a una presenza militare che rimane significativa, costituisce l’atout più importante che gli Stati Uniti possono giocare nella partita dell’Asia-Pacifico. D’altra parte, l’enfasi stessa che Trump ha posto nel rilevare la bontà delle relazioni sino-americane e il grado d’intesa raggiunto con Xi Jinping è la misura migliore di come il Presidente sia trovato davanti allo stesso dilemma che negli anni passati ha condizionato l’azione dell’amministrazione Obama: l’irrealizzabilità di qualunque politica regionale efficace senza un coinvolgimento attivo della Repubblica Popolare Cinese; coinvolgimento che, dal canto suo, una parte indebolisce la posizione degli Stati Uniti nella regione, dall’altra alimenta il senso di abbandono dei loro alleati spingendoli a politiche sempre più autonome.

Commenti

Condividi.

Sull'autore