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Trump: il programma che era o che sarà?

Il magnate sembra ammorbidirsi, in contrasto con il promesso programma elettorale

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Nessuno sa davvero quanto delle proposte e dei programmi lanciati in una campagna elettorale dalla ruvida retorica populista Donald  Trump attuerà una volta alla Casa Bianca. Nel suo primo discorso che ha pronunciato per annunciare la sua vittoria alle elezioni di ieri, che ne fa il 45esimo Presidente degli Stati Uniti, come ha commentato la Presidente della Camera italiana Laura Boldrini, «non sembrava Trump». Il tono è parso «più moderato, più  pacato. Quindi questo ci fa pensare che una volta di fronte alle responsabilità, anche una figura politica così dirompente e divisiva, possa rivedere la sua posizione». Per tanto il già scarno programma elettorale potrebbe, già a partire dai primi 100 giorni, mutare profondamente.

Alla Casa Bianca, oggi, approda un Presidente il cui programma è sintetizzabile in alcuni grandi capitoli, nel contesto dei quali il meno chiaro e più importante per l’Europa è quello relativo alla politica estera, sulla quale in queste ore gli opinionisti si stanno arrovellando.

Di primaria importanza, per esempio, è la questione NATO. Dall’Alleanza Atlantica dipendono i (fino ad ora buoni) rapporti con l’Europa, il Giappone e la Corea, lo stato delle numerosissime basi militari sparse in tutto il mondo, il monopolio dell’arma atomica tra i Paesi occidentali. Le posizioninatoscettiche di Donald Trump, sono state, sin dall’inizio, uno dei punti chiave per capire la differenza tra lui e la Clinton in materia di politica estera. Il magnate considera l’impegno americano nell’Alleanza troppo gravoso, in termini economici che di responsabilità. Gli alleati degli USA, secondo il neoeletto Presidente «non starebbero pagando la loro giusta quota» per meritarsi la protezione americana. L’accordo richiede che gli Stati membri investano nella difesa almeno il 2% del loro PIL. Un impegno che solo 5 Paesi, tra cui gli Stati Uniti, stanno rispettando. Da questo punto parte il rifiuto verso un allargamento del patto verso l’Europa dell’Est, che comprometterebbe i rapporti con Mosca, già provati dall’azione dell’Amministrazione Obama. In Polonia e nelle Nazioni baltiche si teme che l’aiuto americano venga meno proprio quando la politica russa è percepita come più aggressiva.

Il pragmatismo di Trump però questa mattina è apparso annacquato almeno nelle parole del suo discorso dopo la vittoria. «Gli interessi americani verranno sempre per primi», ha sostenuto, aggiungendo però che «ci occuperemo equamente di tutti, di tutti. Di tutte le persone e di tutte le altre nazioni. Cercheremo un terreno comune, non di ostilità, ma di associazione, non il conflitto». Poco spazio dunque per il temuto ritiro degli USA dall’alleanza che si è ipotizzato in campagna elettorale. In ogni caso, se da una parte queste affermazioni possono risollevare il morale dei russofobi polacchi, dall’altra possono essere interpretate come la fine della ‘special relationship’ che si è consolidata in decenni di politica militare e difensiva comune all’interno della NATO in cui gli interessi dell’Alleanza non furono mai messi in dubbio ma prevalevano su ogni altra considerazione.

E’ in questo contesto che si gioca anche la visione del posto della Russia nel mondo. Donald Trump ha spesso accusato Hillary Clinton e in generale l’establishment democratico di provocare la Russia e avere atteggiamenti ‘paranoici’ per quanto riguarda la condotta e le intenzioni di Vladimir Putin. Dal suo punto di vista, da businessman, Mosca resta un importante potenziale partner degli Stati Uniti. Tanto importante che il Presidente si è in passato detto aperto alla possibilità di riconoscere come legittima l’occupazione russa della Crimea, vanificando di fatto anni di ‘linea dura’ perseguiti dall’Amministrazione Obama e andando a innescare una frattura diplomatica con l’Unione Europea e gli altri paesi della Nato. L’atteggiamento di Trump sembra indicare un riconoscimento delle ragioni di Mosca nel considerare ‘aggressivo’ l’espansionismo della Nato verso Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca avvenuto negli anni ’90 e che l’ormai vecchia Amministrazione democratica vorrebbe perpetrare ulteriormente. Naturale dunque l’appoggio, o almeno la simpatia, che il Presidente sembra godere da parte delle istituzioni di Mosca.

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