lunedì, luglio 23

Trump e la Germania: i dubbi dietro gli screzi di Bruxelles Da mesi, i rapporti fra Berlino e Washington sono particolarmente tesi

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Il vertice NATO che si è da poco chiuso a Bruxelles ha rappresentato un’importante prova per la compattezza dell’Alleanza Atlantica, nuovamente sottoposta alla sfida di Donald Trump e della sua dialettica ‘muscolare’. Dati anche i segnali della viglia, la delicata questione della ripartizione dei costi dell’Alleanza stessa e lo scarso impegno che (per gli Stati Uniti) gli alleati europei metterebbero nel rispettare gli impegni di spesa assunti in passato hanno monopolizzato buona parte dell’attenzione. Tuttavia, altri temi sono emersi, anch’essi indicativi del periodo di difficoltà che stanno attraversando i rapporti euro-americani. Il vertice di Bruxelles è, infatti, apparso, ben più di quelli che lo hanno preceduto, un appuntamento non solo legato alla vita delle NATO, ma anche al più ampio sistema delle relazioni Europa-Stati Uniti che con l’arrivo di Donald Trump alla presidenza hanno assunto in un tutti i campi una connotazione di rivalità difficile da prevedere solo pochi anni fa. A complicare le cose, l’imminente incontro fra Trump e il Presidente russo Putin, ha proiettato su Bruxelles un’ombra della quale non è facile non tenere conto, specie considerando le critiche che lo stesso Trump ha rivolto ad alcuni alleati europei per l’ambiguità dei loro rapporti con Mosca.

Primo bersaglio di queste critiche è stata la Germania. Da mesi, i rapporti fra Berlino e Washington sono particolarmente tesi. La questione dazi è stata la causa scatenante di un conflitto che, tuttavia, era latente già da prima delle elezioni del 2016. A suo tempo, il governo di Berlino non aveva fatto mistero del proprio favore per Hillary Clinton; una posizione cui Donald Trump aveva replicato, fra l’altro, definendo Angela Merkel come il Cancelliere che ‘ha rovinato la Germania’. Un’incomprensione (se non un’antipatia personale) che ha, quindi, radici profonde e che l’insofferenza di Trump per quelli che considera indebiti intralci alla sua libertà d’azione politica non ha fatto che accentuare. La funzione trainante che la Germania ambisce a svolgere a livello europeo è un altro fattore di tensione. Da questo punto di vista, nel contrasto con Berlino si riflette la più generale ostilità dell’amministrazione statunitense per tutte le istituzioni multilaterali, ostilità che ha avuto modo di esprimersi nei riguardi sia di consessi ‘formali’ come le Nazioni Unite, sia informali come il G7. Dietro alle critiche rivolte a Berlino ci sono, quindi, in questa prospettiva, anche quelle a un’Europa ‘a trazione tedesca’ che della Germania esprimerebbe gli stessi vizi e le stesse debolezze.

Ambiguità politica (ad esempio nei rapporti con la Russia), opportunismo economico (come nella questione dei dazi) e, più in generale, l’utilizzo dello ‘scudo americano’ per proteggere ‘a costo zero’ i propri interessi… Sono queste le critiche che Trump muove alla Germania e – attraverso la Germania – all’Europa. Dietro queste critiche c’è una parte di verità. I rapporti di Berlino con Mosca non sono privi di ambiguità e, sotto certi aspetti, contraddicono la linea promossa dalla Germania in sede europea. Proprio il tema degli approvvigionamenti energetici costituisce un esempio eclatante, se si tiene conto di come, nonostante gli obiettivi definiti in sede comune indichino come prioritaria una strategia di differenziazione dei mercati di fornitura, il grado di dipendenza di Berlino dalle forniture di gas russo è cresciuto stabilmente durante gli anni, attestandosi, oggi, nell’ordine del 40%. Allo stesso modo, la Germania è uno dei (peraltro tanti) Paesi della NATO ancora lontani (nonostante i miglioramenti fatti registrare negli ultimi anni e riconosciuti dalla stessa NATO) dal raggiungere la soglia del 2% nel rapporto spese per la Difesa/PIL concordata dai vertici dell’Alleanza durante il vertice di South Wales del 2014 e incorporata nel c.d. ‘Defence Investment Pledge’.

Ciò che appare importante non è, tuttavia, la fondatezza o meno delle critiche di Trump quanto, piuttosto, il loro tempismo. Scegliendo la platea di Bruxelles per lanciare il suo nuovo affondo, il Presidente americano da una parte si è assicurato la più ampia cassa di risonanza possibile, dall’altra ha legato strettamente il tema della sicurezza comune con quello dei rapporti complessivi con l’Europa. L’accenno alla possibilità di ritorsioni in campo commerciale nei confronti dei Paesi che non si impegnassero a ‘fare di più’ in quello della Difesa è un esempio significativo di questo modo di mescolare i punti in agenda e – se necessario – le sedi deputate alla loro discussione. Se, da un lato, quella che viene fuori è la ricerca tutta trumpiana dell’annuncio a effetto, dall’altro è evidente il tentativo, dietro questo modo di agire, di ‘sovrapporre i piani’ e di trasformare ogni incontro in una potenziale occasione di negoziato ‘a trecentosessanta gradi’. Si tratta, ovviamente, di una strategia rischiosa. ma che ha, agli occhi del Presidente, almeno un pregio accessorio: quello di svuotare di significato i diversi fori negoziali ‘specifici’, accentuando in tal modo la tendenza alla bilateralizzazione dei rapporti internazionali che l’amministrazione, da alcuni mesi a questa parte, sembra sempre più chiaramente intenzionata a perseguire.

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