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USA 2016

Trump e la febbre profonda degli Stati Uniti

Intervista al prof. Corrado Maria Daclon, segretario generale e fondatore della Fondazione Italia USA

Foto Luca d'Agostino/Phocus Agency
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L’elezione a 45esimo presidente degli Stati Uniti di Donald Trump ha mandato in subbuglio non solo gli USA ma il mondo intero. A partire dai media e dagli analisti, che non hanno percepito come l’America fosse già cambiata negli anni e che l’elezione del magnate non fosse solo la reazione ad una campagna elettorale giocata sulla ‘pancia’ della popolazione, ma qualcosa di molto più profondo. Di questo e non solo abbiamo parlato con il prof. Corrado Maria Daclon, segretario generale e fondatore della Fondazione Italia USA.

 

Trump è stato molto più forte di quanto i sondaggi e i media abbiano previsto. Perché? Da dove deriva questa forza e perché è stata così sottovalutata questa sua capacità di far presa sugli americani?

Forse dovremmo chiederci, al contrario, perché i media e i sondaggi non siano stati in grado, direi in molti casi non abbiano voluto percepire quanto invece a diversi osservatori appariva chiaro. Che la totalità dei media americani non abbia avvertito il profondo malessere sociale che vive la popolazione americana è abbastanza curioso.

Michael Moore, che certo non può essere tacciato di trumpismo, aveva perfettamente previsto già nel luglio scorso su Huffington Post perché Trump sarebbe stato eletto: “5 motivi per cui Donald Trump vincerà”. Continuare a ripetere fino alla notte elettorale, come hanno fatto tutti i media negli USA e in Europa, che la vittoria di Hillary Clinton era data all’85 o 90 per cento mi è subito parso qualcosa di avventato. Infatti Trump è arrivato a parlare di alcuni sondaggi falsati ad arte. Forse sarebbe stato giornalisticamente più obiettivo affermare che la battaglia era ancora aperta per entrambi i candidati.

 

Trump è molto di più della ‘pancia’ degli USA? E se sì cosa?

L’America non è New York, non è l’alta finanza o i salotti di Park Avenue. L’America sono la fattorie del Kansas, le industrie del Michigan. Continuare a pensare che quello che scrive il New York Times, che è impossibile trovare in un’edicola americana al di fuori della città di New York, è quello che pensa l’America rappresenta il classico errore che porta a sottovalutare fenomeni come Trump. Se qualche migliaio di newyorkesi legge il New York Times, altri 300 milioni di americani leggono la gazzetta del loro villaggio, o meglio non leggono nulla, o guardano sporadicamente qualche canale televisivo.

 

Perché Hillary Clinton non è è piaciuta agli americani?

Hillary non è piaciuta alla maggioranza degli americani perché è il già visto, è stata già tutto, first lady, segretario di Stato, senatore. Se si vuole cambiare, se c’è una richiesta di cambiare, certo il modello di cambiamento non si può identificare con lei che vive di politica da sempre. Per questo Sanders riscuoteva molto successo nella primarie. Era un chiaro campanello d’allarme.

 

È stata la rivolta dei contadini contro il sistema, secondo Alan Friedman. Condivide?

Condivido come sempre l’analisi dell’amico Alan Friedman. E ripeto, l’America non è Manhattan, ma una realtà molto, molto più complessa e socialmente stratificata. Gli appelli di premi nobel, gli endorsement di economisti, non solo non portano e non hanno mai portato nulla in termini di voti, ma in molti casi possono perfino allontanare il candidato dall’elettorato più comune delle fasce sociali popolari.

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2 commenti su “Trump e la febbre profonda degli Stati Uniti”

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