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Il verdetto delle urne

Trump e il cortocircuito politico Democratici-Repubblicani

Come escono dalle votazioni i due principali partiti?

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Il successo elettorale di Donald Trump segna non solo una svolta nella vita politica degli Stati Uniti, ma anche – specie per come è stata ottenuta – il culmine di un peculiarissimo processo evolutivo che ha investito Partito Democratico che quello Repubblicano. Le migliaia di e-mail pubblicate senza sosta da ‘WikiLeaks’ hanno tratteggiato un quadro non particolarmente edificante del Partito Democratico, la cui dirigenza è stata colta in flagrante a favorire in maniera tanto pesante quanto indebita la candidatura di Hillary Clinton a scapito di Bernie Sanders, l’anziano senatore del Vermont che secondo diversi osservatori aveva tutte le carte in regola per concorrere in maniera più efficace contro lo sfidante repubblicano. L’establishment ha tentato di contenere i danni dando in pasto alla folla la testa del presidente del comitato nazionale del partito Deborah Wasserman Schultz, ma era chiaro che questo non sarebbe stato sufficiente a dissipare le ombre che aleggiano sul modus operandi degli alti vertici democratici. La seconda tranche di e-mail ha rappresentato il colpo finale, perché ha acceso i riflettori su un mondo grigio in cui corruzione, scambi di favore, logiche settarie e abuso di potere sono la prassi comune. Dove i ricchi compensi per i discorsi a porte chiuse di fronte alla dirigenza di Goldman Sachs e le generose donazioni di Qatar e Arabia Saudita alla fondazione di famiglia sono la normalità.

Grazie anche agli ottimi rapporti coltivati da Bill nel corso dei suoi otto anni di presidenza, la Clinton Foundation ha avuto buon gioco a trasformarsi in un formidabile collettore di finanziamenti ricaduti a cascata anche sullo stesso Partito Democratico, che si è così progressivamente piegato ai desiderata dell’ex first lady. È probabilmente dovuta a questo l’arrendevolezza di Barack Obama, che era molto restio ad attaccare la Libia, di fronte all’impeto anti-gheddafiano dell’allora segretario di Stato alla ricerca di una risorsa vincente da spendere durante una futura tornata elettorale. Ed è sempre alla luce di ciò che si spiega l’ostinazione dell’establishment democratico a difendere a oltranza e fino all’ultimo il candidato che rischiava l’incriminazione per aver incontestabilmente commesso illeciti di una certa gravità (avvalersi di un server privato installato in casa propria; violare le più elementari norme di sicurezza contro lo spionaggio; rendere irrecuperabili migliaia di e-mail). Nella percezione di molti elettori, è come se la famiglia Clinton avesse lanciato un’Opa sul Partito Democratico per assumerne il pieno controllo.

Il dato interessante è che, attraverso la Clinton Foundation, l’ex first lady si è ingraziata il favore e l’appoggio di Wall Street, delle forze armate e del complesso militar-industriale; tutti apparati di potere che avevano caldamente appoggiato la presidenza di George W. Bush influenzandone pesantemente gli orientamenti tramite la potente cerchia neoconservatrice, portatrice di una visione aggressiva e muscolare che considera ogni angolo del pianeta un terreno di scontro su cui combattere per promuovere gli interessi globali degli Stati Uniti. Una visione che presenta numerosi punti di contatto con il programma politico di Hillary Clinton e stride invece in maniera palese con la ricetta elaborata da Donald Trump, ispirata a un insularismo neo-isolazionista che si propone di rimpatriare i posti di lavoro attraverso calibrate misure protezionistiche e fare in modo che gli Usa si disimpegnino da alcuni teatri secondari per concentrare le risorse a disposizione sulla risoluzione dei problemi interni.

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2 commenti su “Trump e il cortocircuito politico Democratici-Repubblicani”

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