lunedì, ottobre 23

Tra immigrazione e sicurezza europea

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L’imponente flusso migratorio attraverso il Mediterraneo rappresenta una minaccia per l’Europa? Vi è correlazione tra fenomeno migratorio e terrorismo? Sono le domande che in questi giorni corrono sui media di mezzo mondo e che preoccupano le cancellerie non solo occidentali.

È necessario definire e comprendere il quadro generale in cui si inseriscono il flusso migratorio e la reazione degli attori in gioco (Stati nazionali in primo luogo), e valutare la messa in opera di una soluzione di ampio respiro che vada oltre i tatticismi politici di opportunità e l’assenza di una concreta e univoca capacità di reazione europea.

Sul piano quantitativo, il numero di migranti economici irregolari e richiedenti asilo che hanno attraversato il Mediterraneo dall’inizio del 2015 per raggiungere l’Europa è superiore a 300mila persone, prevalentemente africani dell’area sub-sahariana e mediorientali in fuga dalla guerra, in maggioranza musulmani; di queste, 110mila sono giunte in Italia. Un aumento significativo rispetto allo scorso anno dove il totale dei migranti si è fermato a 219mila. Secondo i dati diffusi dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), i morti durante il percorso -per lo più in mare- sono stati almeno 2.800 nell’ultimo anno.

Sul piano della minaccia alla sicurezza interna, il rischio che tra i migranti vi possano essere elementi legati al fenomeno del Nuovo Terrorismo Insurrezionale (NIT), per quanto statisticamente limitato, non può essere escluso a priori.

Numeri, dinamiche e timori, quelli elencati, che hanno un impatto molto importante sulla sicurezza (reale e percepita) e, più in generale, sulle opinioni pubbliche; e per questo sono ampiamente sfruttati da molte parti politiche, più per interessi politici, elettorali e a breve termine, che per una reale volontà di soluzione del problema attraverso un approccio strategico.

 

Quali sono gli effetti sull’opinione pubblica?

È evidente quanto tale fenomeno, di eccezionale portata storica, abbia ripercussioni dirette e indirette sulla società contemporanea di cui siamo parte. Così come è evidente la necessità di una comune e condivisa risposta europea a tale fenomeno accompagnata da una narrativa efficace, semplicemente perché agli Stati nazionali manca la capacità di porre in essere una strategia che sappia conciliare l’assistenza ai migranti con la sicurezza dei confini.

Un recente sondaggio condotto dall’ISPI pone in evidenza che il 38 percento degli italiani valuti l’immigrazione come una minaccia ‘tout court’ (un dato che è triplicato dallo scorso dicembre a oggi) e che addirittura l’89 percento del campione giudichi negativamente la politica europea sull’immigrazione. Questo è un indicatore dell’assenza di fiducia nelle stesse istituzioni, sia europee che italiane; una sfiducia che va a evidenziare le difficoltà ‘operative’, burocratiche e di ‘comunicazione strategica’ dell’Unione Europea.
Ma ciò che all’opinione pubblica sfugge -colpa anche dei media- è che quello a cui assistiamo è un fenomeno in grado mettere in crisi gli stessi equilibri su cui si regge un’Europa che ancora necessita di sviluppare una propriaarchitettura multidimensionale’ capace di bilanciare, da un lato, gli sforzi richiesti per gestire e aiutare chi ha diritto allo status di rifugiato e, dall’altro, adottare misure che garantiscano la sicurezza di quei confini che sono comunitari e non solamente nazionali.

Sicurezza dei confini che è seriamente messa a dura prova e che apre a una vasta gamma di possibili minacce, comprese quelle riconducibili alla criminalità transnazionale, allo jihadismo, al terrorismo. Minacce, verso le quali la stessa Europa guarda con apprensione, che rischiano di allargare all’area mediterranea l’ormai cronica instabilità mediorientale.

 

Quali i rischi reali?

In primis si pone il rischio di una politica inefficace. Una strategia risolutiva -basata sulla condivisa consapevolezza della minaccia da affrontare- dovrà prima contenere o ridurre le instabilità a livello regionale, con esplicito riferimento alla Libia e al Syraq (profughi di guerra) e, parallelamente, avviare accordi bilaterali con i Paesi di transito e di origine (migranti economici). Solo così si potrà ridurre la spinta propulsiva di un fenomeno altrimenti inarrestabile e valutato dal ‘Pentagono’ in crescita sino al 2020.

In particolare, per quanto riguarda la sicurezza, il rischio è quello di uno scenario incerto caratterizzato da un allargamento della destabilizzazione ai Paesi della sponda sud del Mediterraneo come conseguenza del caos libico a cui potrebbe seguire il collasso del sistema di difesa e controllo dei confini dell’area maghrebina e caos regionale. Una tale ipotesi imporrebbe una condizione di insicurezza dell’area mediterranea occidentale (insorgenza del fenomeno della pirateria in connessione con il traffico di armi, di droga e di esseri umani), e indurrebbe una conseguente riduzione dei traffici commerciali e delle attività legate alla pesca nel Mediterraneo, con dirette e gravi ripercussioni sul piano socio-economico.

In una tale situazione, così come già avviene in Libia, si stringerebbero sempre più i rapporti di cooperazione tra la criminalità transnazionale, i gruppi di opposizione armata e l’insurrezione jihadista/’terrorismo’, rafforzando sempre più il ruolo della criminalità transnazionale nel business dei flussi migratori e aumentando le probabilità di infiltrazione jihadista.

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