mercoledì, dicembre 13

‘Sustainable Development Goals’: la grande opportunità per il Brasile

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Tanto si parla di sviluppo sostenibile e dei 17 obiettivi (i ‘Sustainable Development Goals’) che fanno parte dell’‘Agenda 2030’, il piano d’azione sottoscritto dai Paesi delle Nazioni Unite che ha preso il via nel 2016. Nei prossimi 15 anni si punta, perciò, ad agire insieme contro le problematiche che più affliggono il mondo, tra cui la povertà, la mancanza di cibo, il miglioramento delle condizioni nella sanità, la disuguaglianza di genere ed il contrasto al cambiamento climatico. Tutti sono coinvolti nel progetto, nessuno escluso.

Ma non sembra che le cose stiano andando per il verso giusto dappertutto. Questo l’allarme lanciato dal report di Robert Muggah, Research Director dell’Igarapé Institute. Il Brasile, infatti, sta faticando per onorare la sua promessa, ma questo non stupisce neanche tanto. Il Paese sta attraversando un momento difficile, pervaso da una gigantesca crisi economica e politica che pare aver bloccato ogni prospettiva di miglioramento. I civili e i politici sono immersi in questo vortice e nonostante la consapevolezza dei suoi obblighi, la Nazione sta facendo pochissimi passi in avanti nel programma degli SDG’s.

La denuncia viene dallo stesso Governo brasiliano, il quale evidenzia che il più grande ostacolo che sta affrontando il Brasile nel fare i necessari passi in avanti non è un problema di risorse finanziarie, ma, piuttosto, «una mancanza di volontà nel compiere progressi e guardare oltre».

Inizialmente il Brasile sembrava voler rivestire un ruolo importante in questa battaglia, tanto che ospitò la conferenza ONU del 1992 sull’ambiente e lo sviluppo cui seguì quella di Rio nel 2012. Quest’anno, all’incontro politico (High Level Political Forum) di New York, il Paese si è mostrato fiero dei suoi progressi passati e pronto a perseguire con il dovuto impegno gli obiettivi di sviluppo sostenibile.

Ma qualcosa è andato storto.

Gli obiettivi associati ai settori della sicurezza e della giustizia, quelli dove in Brasile ci sono maggiori problemi, rendono il perseguimento complesso e particolarmente delicato. Nell’Agenda ONU si cita nello specifico la necessaria riduzione di ogni forma di violenza di qualunque matrice: guerre, crimini o terrorismo. Gli Stati firmatari sono chiamati ad introdurre o rinforzare le misure per ridurre i crimini, promuovere la legalità e ridurre quanto più possibile le carcerazioni preventive. Al centro della battaglia per la sicurezza e l’accesso ai diritti fondamentali, la stessa società ed il suo pieno coinvolgimento.

Ma qual è il punto?

Il Brasile vede questo obiettivo come qualcosa molto difficile da raggiungere. Sicurezza e giustizia non sono proprio il punto forte di questo Paese: 60.000 gli omicidi registrati nel 2015. In nessun altro angolo della terra si è mai registrato un numero così alto. Nel quinquennio dal 2010 al 2015, la violenza di questo genere è cresciuta del 7.5%. Ed oggi, tra le città più pericolose al mondo, almeno 25 sono brasiliane. La situazione peggiora se si parla delle parti più povere dello Stato, specialmente il nord est del Brasile, dove i giovani maschi rappresentano più del 75% delle vittime registrate.

Tra i dati più preoccupanti c’è anche quello che riguarda i più piccoli. In Brasile, infatti, circa 29 bambini o adolescenti sono uccisi ogni giorno. La violenza che li riguarda si rispecchia in quel 56% delle 133.000 denunce di violazioni di diritti umani nel 2016. Gli abusi di cui si parla riguardano forme di negligenza (38%), violenze fisiche (22%), psicologiche (23%) e sessuali (11%). Come se non bastasse, il 51% degli stupri registrati coinvolge vittime di età inferiore ai 13 anni. L’altro dato che colpisce è che la maggior parte di queste violenze vengono commesse da familiari o amici.

Target di questi episodi di violenza sono anche le donne. Ogni ora sono sfruttate sessualmente circa quattro donne; anche in tal caso gli attori principali sono i membri familiari, precisamente nei due terzi dei casi. Il Brasile è al quinto posto nella classifica che riguarda gli Stati con il più alto tasso di violenza sulle donne, con quelle di colore che sono le più colpite. Secondo gli studi della polizia federale vi sarebbero migliaia di aree potenzialmente a rischio lungo autostrade che attraversano tutto il Paese.

Il quadro è assolutamente allarmante. Il Governo ha tentato piuttosto sporadicamente di porre un argine a questi fenomeni implementando i programmi nazionali sulla sicurezza, ma dire che ci è riuscito non sarebbe corretto. Una parte della responsabilità è in capo alla polizia e alle Amministrazioni territoriali, ma anche il sistema di giustizia e delle prigioni non sembra funzionare adeguatamente. I politici avevano avuto la loro occasione qualche anno fa. Dal 2000 qualcosa è stato fatto con la predisposizione di tre piani nazionali sulla pubblica sicurezza, ma gli sforzi e i risultati sono stati decisamente inferiori rispetto al livello di violenza nel Paese.

I crimini sono aumentati, le carceri strabordano ed il sistema è insufficiente. Ad oggi, il Brasile è il quarto Paese con più carcerati al mondo ed un terzo di tutti i criminali detenuti devono ancora essere sottoposti a giudizio. E’ chiaro che il problema, quindi, riguarda anche le detenzioni preventive ma non solo quelle. Il 28% dei carcerati sta scontando una pena o è stato arrestato ed imprigionato per aver commesso un crimine che però non ha matrice violenta. Inoltre, il 92% degli omicidi non comporta una condanna il che significa che i costi nel commettere un crimine sono decisamente bassi.

Tra i problemi che affliggono il Brasile, anche la corruzione, ai massimi livelli. L’operazione ‘Car Wash’, una maxi investigazione che ha posto nel mirino tantissime figure della politica, ha portato a migliaia di indagini e a più di 200 arrestati tra imprenditori di spicco ed esponenti politici. Ma non è andato tutto come si sperava poiché l’operazione di ‘pulizia’ sta facendo molta fatica a rimanere in piedi dinanzi all’impegno dei politici nel rimuoverla del tutto.

Ecco perché la via degli obiettivi per lo sviluppo sostenibile, soprattutto se parliamo di sicurezza e giustizia, sono così difficili da perseguire. Questi costituiscono proprio il punto debole del Brasile e, in quanto tale, il loro perseguimento richiederà degli sforzi aggiuntivi.

Ma la medaglia ha sempre due facce. Gli SDG’s costituiscono una difficoltà ma certamente potrebbero essere anche la grande opportunità per un Paese che ha davvero bisogno di ristabilire i minimi livelli di sicurezza e convivenza pacifica.

Si tratterebbe di prevenire la dilagante violenza, agire alla radice , rinforzare, quindi, il sistema di giustizia penale e quello di polizia. Qualcosa potrebbe muoversi dal ‘National Public Security Plan’, il programma messo a punto dal Governo federale che intende ridurre gli omicidi, la violenza sulle donne, razionalizzare il sistema penitenziario ed assicurare più rigore nel combattere il crimine. Il tutto facendo si che i piani dell’esecutivo, del legislativo e del giudiziario collaborino tra loro e che il miglioramento delle condizioni di sicurezza impegni sia gli Stati che le singole municipalità.

La perplessità è che, però, il Piano non sia sufficiente. Sarebbe necessario integrarlo con gli obiettivi di sviluppo sostenibile che riguardano proprio quei settori. Altrimenti si rischia che il Brasile, che negli anni passati si era fatto promotore proprio di quei traguardi, oggi fallisca nella loro applicazione, proprio in un momento storico in cui ne avrebbe davvero bisogno. Di certo non è un buon segno che, tra le file della Commissione Nazionale per gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile (nata nello scorso mese di Giugno), si è registrata l’assenza del Ministro della Giustizia, né di quello che rappresenta i Diritti Umani.

Una mancanza grave che dovrebbe accendere un ancor più forte campanello d’allarme: il Brasile deve comprendere che, per salvare la sua faccia ma, soprattutto, la sua gente, il grosso punto debole deve divenire il suo più grosso punto di forza.

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