lunedì, luglio 23

Summit NATO: gli Alleati si preparano a discutere Quali sono i temi sul tavolo del vertice di Bruxelles?

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A circa un mese dal vertice dei Ministri della difesa, è iniziato oggi a Bruxelles, nel nuovo quartier generale, il Summit della NATO. Poco dopo le 13:00, il segretario generale Jens Stoltenberg ha tenuto una conferenza stampa inaugurale, prodromica alle riunioni dei 29 capi di Stato e di governo di domani e dopodomani. Un programma intenso di incontri che prevede, per domani, una seconda conferenza stampa di Stoltenberg a conclusione dei lavori della prima giornata, tre cene di lavoro per capi di Stato e di governo, ministri della Difesa, ministri degli Esteri; per giovedì, è previsto l’ arrivo dei vertici di Georgia e Ucraina, oltre ad una sessione dedicata alla missione Resolute Support in Afghanistan.

Come preannunciato dall’ ambasciatrice USA alla NATO, Kay Bailey Hutchison, «la condivisione dei contributi» alla sicurezza dell’ Alleanza sarà sul tavolo: da ormai diverse settimane, difatti, il presidente americano Donald Trump insiste sulla spinosa questione delle spese dell’ Alleanza, troppo ingenti per gli Stati Uniti. «Prepararsi a partire per l’Europa. Primo incontro: la NATO. Gli Stati Uniti spendono molte volte più di qualsiasi altro paese per proteggerli. Non e’ giusto per il contribuente americano. Inoltre perdiamo 151 miliardi di dollari per gli scambi con l’Unione europea. Fateci pagare grandi tariffe (e barriere)!» scriveva qualche ora fa il Presidente americano, che qualche settimana fa ha imposto i dazi ad alcune merci UE (che, a sua volta ha risposto con altrettanti dazi) e che, qualche giorno fa, aveva incalzato: «Gli Stati Uniti spendono per la NATO più di qualsiasi altro alleato, una situazione che non è accettabile, non è corretta; e le spese per la difesa della Nato sono utili molto di più all’Europa che agli stati Uniti» e ancora «Questi Paesi hanno iniziato ad aumentare le loro spese per la difesa da quando io sono presidente, ma la Germania spende l’1% e gli Stati Uniti il 4%, e l’Europa beneficia delle NATO molto di più degli Stati Uniti».

La critica più dura è dunque rivolta alla Germania che, secondo Trump, è ‘di cattivo esempio’ in quanto investe ancora troppo poco, nonostante, insieme alla Francia, si sia impegnata a raggiungere il 2% del PIL entro il 2025. Ma il rimprovero non è solo alla Germania, come testimoniano le lettere formali che l’ Amministrazione americana ha inviato a diverse cancellerie alleate la settimana scorsa. Stando alle previsioni per il 2018, se gli USA spendono il 3,5% del PIL, sono ben pochi i Paesi europei che investono più del 2%: tra questi, il Regno Unito, Estonia, Grecia.

«Le nuove stime di spesa nel 2018 sono incoraggianti» – ha dichiarato oggi il Segretario generale- perché «tutti gli alleati della NATO hanno smesso di tagliare e hanno aumentato la spesa, con il più grande aumento in una generazione». «Questo è il quarto anno consecutivo» che le cifre sono in crescita, «stiamo andando nella direzione giusta. Abbiamo invertito il trend di spesa, prima era al ribasso ora è al rialzo».

A questo proposito, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, durante una conferenza stampa alla vigilia del summit della NATO, ha precisato, in polemica con gli attacchi quotidiani della Casa Bianca: «Oggi spendiamo molte volte di più della Russia e tanto quanto la Cina. Non ci sono dubbi che questo e’ un investimento nella difesa e sicurezza comune europea e americana, cosa che non può essere detta con certezza della spesa russa e cinese. Cara America, apprezza i tuoi alleati, dopo tutto non ne hai così tanti. E cara Europa, spendi di più nella tua difesa perché tutti rispettano un alleato che e’ ben equipaggiato». Infatti, «il denaro e’ importante, ma la vera solidarietà e’ altrettanto importante. L’Europa e’ stata la prima a rispondere su larga scala quando gli USA erano stati attaccati e avevano chiesto solidarietà dopo l’11 settembre. I soldati europei hanno combattuto spalla a spalla con i soldati americani in Afghanistan: 870 uomini e donne europei hanno sacrificato la loro vita, tra cui 40 del mio paese, la Polonia». «Caro presidente Trump» – ha concluso il presidente del Consiglio UE – «ricordatelo domani al summit NATO e soprattutto durante l’incontro con Putin a Helsinki la prossima settimana. E’ sempre meglio sapere chi e’ il tuo amico strategico e chi il tuo problema strategico»

A queste parole, il presidente degli Stati Uniti Trump ha risposto: «Abbiamo molti alleati, ma non possono trarre vantaggio da noi, l’Unione Europea (UE) sta approfittando (degli Stati Uniti), abbiamo perso 151 miliardi di dollari l’anno scorso nel commercio e, inoltre, copriamo almeno il 70 per cento della NATO. Francamente, (la NATO) li aiuta molto più di quanto facciamo noi, quindi vedremo cosa accadrà, avremo una settimana lunga e bella davanti a noi».

Anche il dialogo NATO-UE è uno dei temi di discussione. Proprio oggi, alla vigilia del summit dell’ Alleanza, i vertici europei hanno incontrato Stoltenberg. «L’Europa ha deciso di assumersi la sua responsabilità per la sua sicurezza. NATO e Unione Europea sono partner naturali». ha sostenuto il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, in occasione della firma di un dichiarazione congiunta. «E’ una questione di sicurezza e di buon senso: condividiamo gli stessi obiettivi e valori e dobbiamo fronteggiare le stesse sfide comuni» ha continuato il leader della Commissione, secondo il quale la partnership NATO-UE e’ fondata sulla «complementarietà. Siamo autonomi, ma lavoriamo insieme». E solo se lavoriamo insieme – ha chiosato Juncker – i cittadini europei «sono più sicuri». Concorde si è dimostrato il Segretario dell’ Alleanza che ha sottolineato come il rafforzamento della politica di difesa dell’Unione Europea «e’ complementare, non alternativo alla NATO (…) che rimane essenziale per la sicurezza euro-atlantica».

Sul tappeto, c’è poi il dossier ‘Russia’: dopo la vicenda dell’ Ucraina e della Crimea, le accuse di interferenze nelle elezioni americane e non solo, l’ accusa di avvelenamento dell’ ex spia russa Skripal e di sua figlia (con conseguenti espulsioni di diplomatici), le sanzioni, le tensioni lungo il fianco est dell’ Alleanza, si fa dunque necessario discutere la linea da tenere nei confronti di Mosca. Il 15 giugno scorso si è conclusa l’ esercitazione Sabre Strike 2018, a guida statunitense. Iniziata il 3 giugno, ha mobilitato circa 18.000 soldati provenienti da 19 alleati e partner della NATO che hanno potuto allenarsi attraverso gli Stati baltici e la Polonia.

Peraltro, lunedì prossimo, a Helsinki, Trump incontrerà Vladimir Putin. Questo bilaterale – ha spiegato Stoltenberg – «rientra nell’approccio che la Nato intende mantenere: quello della fermezza e della dissuasione ma anche del dialogo. Non vogliamo una nuova guerra fredda, Russia continua a restare un nostro vicino». Perciò «è essenziale che ci sia un incontro e sono fiducioso che sarà un incontro importante perché il dialogo e’ importante. E’ fondamentale che la NATO resti unita e per questo è bene che si possa discutere di questo domani a cena prima dell’incontro tra Trump e Putin».

A Bruxelles, debutterà anche il neo premier italiano Giuseppe Conte. «Il sistema atlantico ci chiede di contribuire maggiormente, conosciamo le richieste del presidente Trump, è un impegno che dovremo affrontare. L’Italia resta uno dei Paesi fondatori della Nato e questo ci permette di contribuire in modo materiale all’Alleanza e bilanciare così il minor contributo finanziario che diamo alle spese dell’Alleanza stessa» ha dichiarato il Ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, nella prima audizione parlamentare sulle linee programmatiche della sua azione di governo. In questa sede il capo della Farnesina ha ribadito che la NATO rimane uno dei «punti di riferimento» dell’Italia che, al momento, investe nell’ Alleanza l’ 1,13% del PIL e che, a Bruxelles, chiederà «con forza un riequilibro dell’impegno dell’Alleanza Atlantica verso il fianco sud della medesima». L’obiettivo dell’Italia – ha chiarito Moavero – è arrivare a un «uguale impegno» sul fianco est e quello sud, perché sono «entrambe estremamente importanti»: il primo per l’ attività di contrasto alla Russia, il secondo per la questione dei migranti, perché – ha sottolineato il ministro – nei battelli potrebbero esserci «combattenti di ritorno» dalle zone di guerra.

Importante anche il ruolo della Turchia, da poco trasformatasi in Repubblica presidenziale de facto, che, a seguito dell’ acquisto del sistema antimissilistico S-400 dalla Russia ha sollevato diverse perplessità all’ interno dell’ Alleanza, nonostante sia candidata ad assumere, nel 2021, la guida della Very High Readiness Joint Task force, brigata di 5000 uomini creata nel 2014. A questo si aggiunge la discussione dell’ entrata in vigore, entro il 2020, del ‘Piano 30-30-30-30’ o NATO Readiness Initiative (NRI); della creazione della cosiddetta ‘Shenghen militare’; della costituzione di due nuovi comandi,  il nuovo Joint Force Command per l’Atlantico che sarà stanziato a Norfolk negli USA e il Comando per facilitare i movimenti delle truppe in Europa che si installerà a Ulm in Germania; del terrorismo; delle minacce cyber e il contrasto alla disinformazione.

Di tutto questo abbiamo parlato con il Generale Vincenzo Camporini, vicepresidente dello IAI (Istituto Affari Internazionali) oltre che militare di lunga carriera, giungendo ad essere, fino a novembre 2011, consulente del Ministro degli Affari esteri Franco Frattini.

 

Il Summit della NATO si preannuncia non privo di divergenze: nelle ultime settimane, il Presidente americano Donald Trump ha criticato il budget troppo basso investito da alcuni Paesi membri nell’ Alleanza. Che idea si è fatto di questa polemica?

E’ una polemica vecchia di qualche decennio perché del ‘burden sharing’ si parla almeno dagli anni ’70. All’ epoca, la polemica era un tema molto caldo perché gli americani avevano parecchie centinaia di migliaia di soldati in Europa e per mantenerli spendevano non tanto quanto i Paesi europei. E’ una polemica che è stata poi rinnovata da Obama che non ha risparmiato le critiche a quei Paesi che ha definito “scrocconi”. Il tema non è dunque nuovo. E’ nuova la modalità con cui Trump l’ha affrontato, in particolare con la Germania, ma non solo: anche con l’ Italia e, in generale, con tutti i Paesi che non raggiungo il 2%. Bisogna osservare, inoltre, che questo 2% non proviene dall’ iperuranio così come non esiste una NATO che impone ai suoi membri di pagare di più. E’ certo, invece, che i capi di Stato e di governo dei Paesi della NATO, al vertice di Galles, sottoscrissero l’ impegno. Quindi è un impegno che si sono assunti tutti quanti. In buona fede? In mala fede? Sta di fatto che è un impegno che è stato assunto e che ha come vincolo temporale il 2024: entro questa data, si tendeva a raggiungere il 2%. Perciò, non è detto che non si possa rispondere a Trump di attendere il 2024 per valutare chi o meno ha dato seguito all’ impegno preso.

A questo parametro, si affianca, come da Lei sostenuto più volte, quello della ‘qualità’ dell’ investimento.

Assolutamente sì perché il criterio economico è estremamente scarno che non dà un’ immagine realistica delle capacità operative esprimibili. La posizione espressa dai diversi presidenti del Consiglio italiani che si sono succeduti ha puntato molto su questo aspetto, facendo osservare come, sebbene non spendessimo il 2%, fossimo impegnati in diversi teatri in giro per il mondo e per questo il nostro contributo dovesse essere valutato nella sua interezza. Ciò detto, è chiaro che Trump sta facendo delle forti pressioni soprattutto su Berlino e, da un certo punto di vista, ha anche ragione nel senso che la Germania non può continuare a nascondersi. In più, secondo gli ultimi report, anche quelli ufficiali nazionali, le capacità delle forze armate tedesche sono ridotte al lumicino. Non molto tempo fa c’è stata una polemica sull’ efficienza degli Eurofighter: secondo il ‘Der Spiegel’ ce n’erano quattro, su tutta la flotta, in condizioni di combattere. E’ stata poi diffusa una notizia, mai smentita, riguardante il fatto che nessuno dei sei sommergibili, classe U-212, fosse in grado di navigare. E se, per accidente, tutti e sei avessero dovuto prendere il mare, la marina tedesca non aveva neanche l’ equipaggio da inviare a bordo. Quindi, esiste un problema di scarsità delle capacità operative della Germania che non vengono risolte solo spendendo di più.

Recentemente, il Segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha annunciato il ‘Piano 30-30-30-30’, che prevede che, entro il 2020, l’ Alleanza potrà disporre di 30 battaglioni, 30 squadre aeree e 30 navi da guerra in grado di essere dispiegati nel giro di 30 giorni. L’ obiettivo è potenziare la capacità di risposta dell’ Alleanza?

Si tratta di un programma che ha degli effetti molto positivi in tema di leggibilità e di comprensibilità. Ha, in questo senso, un forte appeal dal punto di vista comunicativo. Dal punto di vista pratico, se si dovesse effettivamente concretizzare questo intendimento, direi che sarebbe giusto portarlo avanti visto che le capacità esprimibili nei tempi rapidi aiutano certamente in modo significativo. I tempi rapidi riguardano anche una riflessione che si sta facendo all’ interno della NATO e cioè se si debba fare uno sforzo per rendere parallele le tempistiche delle decisioni politiche con quelle delle capacità operative esprimibili. Questo perché, all’ interno di una struttura come la NATO, dove tutto funziona per consenso, giungere all’ unanimità tra le forze, non è una cosa così immediata. Allora, ha senso che migliaia di uomini, di mezzi, di navi siano in grado di partire in 24 ore quando poi ci vogliono 2 settimane prima che si arrivi ad un accordo politico? E’ un problema che la NATO sta valutando e, in quest’ ottica, l’ attuale comandante supremo delle forze alleate in Europa Scaparrotti così come tutti i suoi predecessori hanno sempre invocato maggiore autorità sia nell’ insieme sia nella predisposizione delle forze dicendo ‘c’è una crisi in atto, nel mentre voi decidete, io posso muovere le truppe e portarle vicino al luogo dove dovranno essere schierate’. E’ una richiesta che è stata reiterata nel tempo e che potrebbe tornare a galla.

Un’ altro tema sollevato, mesi fa, dal Segretario Generale riguarda il deficit delle infrastrutture degli Alleati che non favorisce la mobilità militare in caso di intervento.  

Qui sorgono due tipi di problemi. Uno è di tipo fisico nel senso che le nostre infrastrutture non sono state costruite e disegnate allo scopo di essere attraversate da mezzi pesanti. Quanti ponti in Europa riescono a reggere il peso di un Abrams? Poi c’è un problema di carattere politico-burocratico perché è capitato, durante un’ esercitazione, che dei reparti britannici hanno dovuto sostare una settimana alla frontiera di un Paese per ottenere l’ autorizzazione ad entrare nell’ altro. Quindi c’è sicuramente uno sforzo politico, diplomatico, ma anche amministrativo per creare quella che è stata definita la ‘Shenghen militare’ in modo tale da garantire la libera circolazione senza troppi passaggi burocratici ai mezzi militari. Però non sono problemi che si possono risolvere con la bacchetta magica.

Anche perché sono problemi che coinvolgono anche le imprese che costruiscono. Nella prospettiva di un rafforzamento della capacità di risposta dell’ Alleanza, rientra, dunque, anche la creazione di due nuovi Comandi, di cui uno a Norfolk negli USA e l’ altro a Ulm in Germania?

Questa riforma della struttura di comando risponde in realtà all’ esigenza di quella NATO a 360° di cui si è parlato al vertice di Varsavia. Questo perché la NATO, così come era costruita la struttura di comando, era orientata essenzialmente verso Est, senza tener conto della zona atlantica, che veniva dato per scontato fosse assolutamente priva di minacce. E’ stato dimostrato che non è così e per questo si è decisa la costruzione di un Comando navale per la gestione della guerra navale. Per quanto concerne il comando in Germania, quello corrisponde all’ esigenza di facilitare il transito delle truppe necessarie attraverso i Paesi europei. Perciò si è pensato ad una sorta di comando logistico con il compito di coordinare le azioni per la mobilità e per la sicurezza di queste forze in transito verso il fronte.

Sul tavolo del summit di domani, anche la Russia, con la quale non mancano i terreni di attrito: a partire dall’ Ucraina e dalla Crimea arrivando alle accuse di interferenze e di avvelenamento, passando per le sanzioni e le tensioni lungo il fianco Est oltre che nel Mar Baltico.

Le sensibilità sono molto diverse all’ interno dei vari Paesi dell’ Alleanza: sono particolarmente forti nei Paesi baltici, in Polonia e relativamente meno in Paesi come l’ Italia. Ciò detto, il problema del rapporto con la Russia deve essere affrontato. Esiste il ‘Dual Track’, ossia il contrasto alle azioni messe in atto dalla Russia e, contemporaneamente, la ricerca di canali di dialogo. Io faccio parte di un gruppo di studio, l’ ‘European leadership network’ in cui abbiamo analizzato il tema e abbiamo proposto una serie di provvedimenti a basso impatto politico che, comunque, consentono di aprire canali di comunicazione onde evitare che situazioni di rischio degenerino. Credo che siano impensabili, ad esempio, sviluppi come l’ingresso di Ucraina e Georgia: sembrano, piuttosto, argomenti di polemica politica di scarsa solidità.

Oggi si è tenuto un incontro tra i vertici dell’ UE e il Segretario Generale della NATO. Come si sta strutturando il dialogo tra l’ UE e la NATO dopo il recente impulso che l’ Unione ha dato al progetto di una comune difesa europea?

Fatico a vedere una struttura in questo dialogo. Fatico perché vi sono dei problemi irrisolti che impediscono che si vada al di là di mere dichiarazioni di intenti. Il problema si chiama ‘Cipro’, si chiama ‘Turchia’. Non credo che a breve si avranno degli sviluppi strutturali in tema di cooperazione. Se ne parla, tutti sono convinti dell’ assoluta necessità, ma gli ostacoli politico-strategici impediscono qualsiasi concretizzazione di questa cooperazione.

Il contrasto al terrorismo, invece, rimane in cima all’ agenda dell’ Alleanza?

E’ uno dei punti più importanti.

Recentemente, in particolare in seguito alla nascita del governo giallo-verde italiano, alcuni esponenti politici, soprattutto nostrani, hanno criticato diversi organismi internazionali, tra cui la NATO, per non essere impegnata, ad esempio, nella gestione del fenomeno migratorio e del controllo del cosiddetto ‘Fianco Sud’, come ribadito oggi dal Ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi. Come valuta queste critiche?

L’ immigrazione non è un problema della NATO. Quando si dice che la NATO deve fare di più contro l’ immigrazione, si dice una cosa senza senso. Il problema del ‘Fianco Sud’ è una questione che la NATO ha riportato alla luce anche grazie all’ Italia: ricordo la grande tensione con cui la Ministra Pinotti ha ribadito la necessità di creare questo hub mediterraneo a Napoli. Non è stato facile, viste le resistenze degli altri Paesi che non avvertono quello che accade sul fianco meridionale come una minaccia diretta. Siamo riusciti a convincerli. Adesso abbiamo questa struttura che avrà un compito estremamente importante e cioè quello di coordinare tutte le attività politico diplomatiche e militari della NATO verso questa sponda Nord dell’ Africa e del Medioriente.

A Bruxelles debutterà, tra gli altri, anche il nuovo Presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte. Sulla scorta di dichiarazioni di leader politici, si è discusso molto dell’ approccio del nuovo esecutivo anche rispetto alle missioni NATO in cui è coinvolta l’ Italia. Qual’ è la sua percezione a riguardo?

Finora, abbiamo visto solo tante chiacchiere. D’ altronde le dichiarazioni che ha rilasciato la Ministra Elisabetta Trenta alla ministeriale della NATO in cui ha detto che ‘abbiamo la possibilità di ridurre il nostro impegno in Afghanistan, da 800 a 700 uomini’ – deliberazione decisa già dal governo precedente – ‘una volta che gli altri alleati potranno supplire con le loro risorse’, mi sembra assolutamente in linea con la politica di ‘grande potenza’.

E gli alleati?

Vedo una continuità assoluta seppur con tutte le problematiche che ci sono.  Si tratta di situazioni molto complesse e ingarbugliate.

Che ruolo sta giocando la Turchia nell’ Alleanza?

La Turchia ha degli obiettivi suoi che non coincidono con quelli dell’ Alleanza Atlantica, anzi, a mio avviso,  vanno in antitesi. Tant’ è che la direzione politica turca che ormai non ha più nessun freno o vincolo dal punto di vista istituzionale interno, crea delle situazioni di disallineamento tra la Turchia e il resto dell’ Alleanza.

E questo avviene anche dal punto di vista tecnico-militare, con l’ acquisto del sistema antimissilistico russo S-400.

Certo, non c’è alcun tipo di interoperabilità. Il sistema antimissilistico S-400 non sarà integrato all’ interno della rete di difesa dell’ Alleanza Atlantica.

L’ uscita dall’ accordo sul nucleare iraniano da parte statunitense è un elemento di divergenza rispetto all’ Alleanza?

Ovviamente sì. E’ nata da tempo a Washington la tendenza a conflittualizzare situazioni di non accordo su certi temi. Finché rimangono non convergenze dal punto di vista politico-diplomatico è un discorso, ma quando vengono enfatizzati come fa Trump possono divenire un problema anche dal punto di vista istituzionale.

Teme conseguenze derivanti dalle divergenze interne all’ Alleanza?

Auspico che i contrasti non indeboliscano la solidità politica dell’ Alleanza. Bisogna comunque rimanere vigili perché se si continua su questa strada, si può arrivare a situazioni di grande rischio.

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